Recensioni

Del recente lotto di band (post) post-punk d’oltremanica, impossibile non avere un debole per i Dry Cleaning: sarà lo spoken word irresistibilmente statico – o, come dicono i britannici, deadpan – di Florence Shaw, frontwoman tanto sui generis quanto intrigante (una Mark. E Smith in gonnella che al sarcasmo feroce e rabbioso preferisce le osservazioni impassibili e argute di un Jarvis Cocker, farcite con un tocco di surrealismo tutto inglese); sarà il chitarrismo assolutamente protagonista di Tom Dowse, una voce a sei corde finalmente personale e originale fra tanti, troppi anonimi emuli (per creatività, tessiture soniche e sensibilità melodica e armonica siamo dalle parti di un Johnny Marr o un Graham Coxon – o addirittura un John McGeoch – in fissa con la premiata ditta Moore–Ranaldo); sarà per una sfilza di composizioni oggettivamente solide, scritte divinamente e interpretate con la giusta urgenza (Scrathcard Lanyard e Unsmart Lady sono di fatto instant classics); sarà per tutte queste cose, ma il debutto New Long Leg è piaciuto, a ben vedere, un po’ a tutti ed è quindi legittimo che i fari siano adesso tutti puntati sulla proverbiale, difficile seconda prova, che arriva a meno di un anno di distanza (se vi state chiedendo il significato della parola stumpwork, si tratta di una tecnica di ricamo in rilievo, che spiega la giusto un pelo – ehm – disgustosa copertina).
Confermato John Parish alla produzione e a suggellare l’alto profilo del tutto, dalle prime note di basso di Anna Calls From The Arctic il quartetto di South London rende subito chiaro che la tavolozza è molto più ampia e varia e non si vive di soli Sonic Youth, Magazine e Siouxsie & The Banshees: groove dimesso ma contagioso, chitarre effettate in sottofondo, un sax sornione e molto cool che di quando in quando fa capolino, in un’atmosfera da club tra nostalgie madchester e tr(hip) hop, un po’ Black Box Recorder un po’ Future Sound Of London, con le parole in libertà di Florence che affiorano come sprazzi dada (sentite come pronuncia «Emporio Armani builder», o ancora la chiosa «My shoe organising thing arrived / Thank God»). Sulla medesima scia si muove Hot Penny Day, con quel basso effettato in loop che fa molto Stereolab e conseguente ritmica kraut (ma è un kazoo quello che sentiamo sotto nel ritornello?!), mentre Dowse svolge la trama ricamando una frase melodica dietro l’altra in un riffarama di accordature aperte (a tratti vengono in mente i forse troppo in fretta dimenticati Polvo). La prima impressione è che i quattro siano ripartiti dagli episodi più sperimentali del disco precedente, avventurandosi e, in definitiva, crescendo; sentite come Liberty Log sul finale, dopo aver evocato apertamente Kim Gordon, si avventura in territori Can, o ancora come Icebergs gioca con certo post-rock di matrice Slintiana infiorettandolo di dissonanze amabilmente Wire.
Ma non è tutto. Ci sono anche inaspettate aperture pop: se il singolo Don’t Press Me ricalca efficacemente territori già esplorati in passato (ma … è una piccola frase melodica quella che accenna la voce? È un ritornello?), Gary Ashby, ode in stile Art Brut alla tartaruga domestica della Shaw, si dichiara apertamente in tal senso (sì, è un ritornello, e lei sta proprio “cantando”!). Più in genere, risaltano per contrasto i toni elettroacustici, più morbidi e rilassati (la title track, l’indie pop contagiosissimo scuola C86/Smiths di Kwenchy Kups), che fanno risaltare gli episodi più introspettivi come No Decent Shoes For Rain (fraseggi di chitarra à la Pavement e un tappeto sonoro che si srotola, cangiante, per più di sei minuti), o una Driver’s Story che riecheggia i Blur ad altezza 1997.
La sensazione è che i quattro si siano lasciati andare maggiormente in fase di improvvisazione, prediligendo un approccio più astratto e avventuroso, forse meno diretto e conciso che in passato; nondimeno, superata l’inevitabile sensazione di monotonia sulla lunga distanza, il tutto è destinato a crescere ascolto dopo ascolto. Lo avrete capito: di carne al fuoco ce n’è tanta. Se vi è piaciuta la formula dell’esordio, questo Stumpwork non solo non vi deluderà, ma vi riserverà le sorprese che è lecito attendersi da una band decisamente in crescita, e che ha (soprattutto) qualcosa da dire.
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