Tame Impala
La benedizione della solitudine
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Diego Ballani
- 20 Aprile 2021
Tame Impala è la fantasia della musica. È il Signore Degli Anelli. Qualcosa che la gente può usare per fuggire da qualsiasi tensione o problema presente nella propria vita
Kevin Parker
Antipodi
Nel nostro immaginario l’Australia resta quel territorio misterioso e inesplorato, dominato ancora dai ritmi della natura, sede di distese arboree ideali per realizzarvi un film come il Signore degli Anelli, patria di canguri, surfisti, ragazze in bikini e grande rock, ovviamente. Il terreno ideale per un gruppo di giovani un po’ stonati, musicisti tutt’altro che accademici, passati da enclave neo psichedelica nel cuore di un nuovissimo continente a realtà di fama planetaria. Sono bastati pochi anni a Kevin Parker e compagni per impossessarsi delle suggestioni del passato e combinarle con le sonorità di inizio millennio, portando lo spirito sperimentale dei tardi 60s nelle parti alte delle classifiche. Il tutto è stato possibile grazie ad una sensibilità multiforme che ha saputo rimodularsi sull’ambiente sonoro che la circondava, sfuggendo così al facile paradigma della nostalgia.
È una storia relativamente giovane la nostra. Ha inizio alla metà dello scorso decennio, quando alcuni giovani freak dell’assolata capitale dell’Australia Occidentale si riuniscono nei Mink Mussel Creek. Non sono ancora ventenni, ma per look e attitudine sembrano usciti da una bolla temporale posta in qualche punto dei tardi 60s, quando ancora l’oscurità non aveva inghiottito il sogno hippy e forme di psichedelia evoluta davano origine ai primi embrioni progressive. Nick Allbrook, Joe Ryan e Sam Devenport si scambiano strumenti e riferimenti culturali per dar vita ad una musica che alterna scosse telluriche heavy blues, deliqui free form e psichedelia liquida. Fra gli ultimi arrivi c’è Kevin Parker, inizialmente in qualità di chitarrista e quindi di batterista.

Parker
Nato nel 1986 a Sidney, Parker è figlio dell’Australia più remota e insulare. La sua prima infanzia la trascorre nella cittadina occidentale di Kalgoorlie dove la famiglia si era trasferita per via del padre (Jerry) direttore finanziario presso la società mineraria Gold Fields. Quest’ultimo, originario dello Zimbabwe, si diletta spesso a suonare la chitarra per casa e coltiva l’hobby della musica sin da quando, ancora giovane, aveva iniziato a militare in band che nel proprio avevano pezzi di Beach Boys, Beatles e Supertramp.
Quando Kevin compie i tre anni, Jerry e la madre Rosalind si separano. Entrambi si trasferiscono a Perth, a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. Per il piccolo Parker quelli sono anni difficili e pieni di drammi familiari che in qualche modo ne plasmano il carattere chiuso e la creatività. Giocando con gli strumenti del padre, ad esempio, inizia a comporre le sue prime canzoni già all’età di 7 anni, ispirato da una sorta di venerazione per Michael Jackson. La batteria è il primo strumento per cui prova un’istintiva passione, ma ben presto inizia ad esercitarsi anche con chitarra e tastiera. A 12 anni, poi, sfruttando un paio di registratori a due tracce trovati nel garage del padre, si ritrova a mettere insieme strati su strati di suoni, creando le proprie basi musicali e sperimentando sul campo i primi rudimenti della produzione.
La musica diventa così il suo sfogo principale, ma resta un vuoto, che solo vandalismo e taccheggio riescono temporaneamente a colmare. Il periodo del liceo diventa così una via Crucis costellata da episodi di microcriminalità e caratterizzata da un rapporto tormentato con la legge, che finisce per isolarlo dal resto della scuola. Unica eccezione è costituita da Dom Simper: l’altro ragazzo oltre a lui che ama la musica e suona la chitarra.
Quando arriva il momento di iscriversi all’università, Kevin lo fa con poco interesse. Inizia a frequentare ingegneria, per poi passare ad astronomia, ma soprattutto si trasferisce con un gruppo di amici in un fatiscente duplex a Troy Terrace dove passa le giornate a bere, fumare erba e saltuariamente, a dirigersi verso la vicina spiaggia. Finalmente riesce a circondarsi di persone che condividono la sua stessa passione per la musica e questo lo porta a suonare contemporaneamente in diversi progetti. Nel 2005 infine, con il solito Dom Simper e un altro amico di nome Luke Epstein forma la sua prima band: The Dee Dee Dum.
A livello musicale, Perth è territorio vergine. Ai concerti di Kevin Parker e dei suoi amici non ci sono A&R delle etichette discografiche, questo significa che le uniche persone che il gruppo deve soddisfare con la sua musica è costituito da una platea di universitari e junkies di varia specie. In qualche modo è questo particolare che permette a lui e ai suoi compagni di crescere organicamente, di sperimentare come un’unica entità perfettamente affiatata.
Mink Mussel Creek
Anche Jodie Regan fa parte della scena. Da quando, intorno al 2001, è tornata a Perth, dopo un lungo periodo passato all’estero, ha iniziato a lavorare in un pub locale di Fremantle, il Norfolk Hotel. Da lì opera a stretto contatto con gli artisti locali. Quando un giovane gruppo chiamato Kill Devil Hills le chiede di far loro da manager, lei accetta con entusiasmo. “Non avevano alcuna esperienza – ricorda – erano fantastici, ma era estremamente difficile lavorare con loro. Per me fu una specie di battesimo del fuoco”.
Il ruolo di Jodie in tutta questa storia acquista un senso un lunedì sera in un bar di Freo, il Mojo.
Era una open mic night e sul palco c’era questo ragazzo pazzo che avrà avuto appena 17 anni. Penso fosse in pigiama o qualcosa del genere. Era Nick Allbrook e la band che stava suonando si chiamava Electric Blue Acid Dogs. Uno dei nostri amici andò dentro a prendere una birra e quando venne fuori ci disse ‘ragazzi, dovete venire dentro e vedere questa cosa!’. Quando tornai al Mojo, alcuni mesi dopo, la band aveva cambiato nome in Mink Mussels Creek ed erano assolutamente incredibili
Jodie è talmente impressionata che organizza loro qualche show di spalla ai Kill Devil Hills. Non le ci vorrà molto per intravedere quale delle due band è destinata a diventare il perno dell’esplosione psichedelica di Perth.
È il 2006 e a quel punto Kevin Parker è già il batterista del gruppo. Il suo primo contatto con Allbrook e soci era avvenuto nel corso di una Battle Of The Band in cui i suoi Dee Dee Dum si erano ritrovati a competere con gli Electric Blue Acid Dogs. Quando il chitarrista di questi ultimi (un ragazzo di origini irlandesi conosciuto come Shiny Joe Ryan) è costretto a tornare temporaneamente in patria, a Kevin viene chiesto di prendere il suo posto. Alla fine del 2006 Joe è di ritorno a Perth, ma la band sceglie di tenere Parker e non appena il batterista originario abbandona il gruppo per intraprendere la carriera di attore, Kevin prende il suo posto delle percussioni. È a quel punto che gli Electric Blue Acid Dogs cambiano il nome in Mink Mussels Creek.
Kevin resta tutt’ora il miglior batterista che la band abbia mai avuto con lui i MMC erano una specie di all star band
Jodie Regan

Impala
Naturalmente Kevin continua a guidare i Dee Dee Dum, anche se non è molto bravo a ricordare le date dei concerti. Capita così che gli impegni collidano con quelli dei Mink Mussels Creek, mettendolo più di una volta in una situazione di imbarazzo. Quando Jodie Regan si offre di dargli una mano a organizzare qualche show, i due iniziano a collaborare in modo sempre più stretto.
È il 2007 e la formazione dei Dee Dee Dum si arricchisce del giovane multistrumentista Jay Watson, che Parker recluta da un’heavy garage band locale, i Novocaines nei quali milita in qualità di batterista. Non è l’unica novità: contestualmente all’entrata del nuovo membro, Parker sancisce un nuovo inizio per la sua formazione, cambiandole il nome in Tame Impala. Secondo qualcuno, un omaggio alle origini africane dei genitori.
Il nome Tame Impala è solo un riferimento all’animale africano. Alla prospettiva di entrarne in contatto con uno reale, con cui aver un breve momento di comunicazione inespressa, prima che fugga da dove è venuto
Kevin Parker
Non ci vuole molto perché le prime canzoni che realizza come Tame Impala, una volta caricate sulla pagina MySpace della band, vengano notate dalla Modular, sussidiaria della Universal Music Australia, che aveva legato le proprie fortune alla pubblicazione di Since I Left You (2000) degli Avalanche, per poi indirizzarsi verso l’electro wave di band come Cut Copy, Presets e Van She. Riguardo a quegli anni di formazione, Parker ricorda come la sua fonte di ispirazione fosse principalmente legata agli anni 60.
Amavo artisti come Doors, Jefferson Airplane… non avevo molti idoli fra li artisti moderni, perché questo era il tipo di vita che conducevo
In effetti i primi Tame Impala, hanno ben poco a che vedere con la musica che si ascolta alla fine degli anni Zero. Una delle prime canzoni composte dalla band (The Sun) suona come se Jim Morrison e compagni avessero assunto steroidi e si prodigassero in un iperblues alla maniera dei Cream. Un brano che sembra uscito da una capsula del tempo sigillata nel ’69, fatto salvo per un’impronta melodica che, col senno di poi, lascia intravedere successive evoluzioni popedeliche.
Tuttavia, la musica di Kevin Parker si dimostra versatile sin dagli esordi. Prima che il contratto con la Modular si concretizzi, sarà una minuscola etichetta gestita da due amici a produrre il suo primo EP. Ryan Grieve e Leo Thomson, si dilettano in qualità di dj e membri del progetto electro rock Canyons: quello che in futuro diverrà famoso per essere stato il primo act australiano ad incidere per DFA. Nel 2008, il duo è ancora relativamente sconosciuto. Uno volta trasferitisi a Sidney, Grieve e Thomson decidono di dar vita alla propria label, la Hole In The Sky, e di arruolare nel roster la band dell’amico Kevin Parker, per pubblicare una sorta di split EP in cui da un lato figurano tre canzoni dei Tame Impala e dall’altro il remix delle stesse firmato Canyons e Fred Cherry:
Se volevamo ottenere un contratto di distribuzione avevamo bisogno di artisti. Tutti i distributori ci chiedevano di vedere sei mesi di pubblicazioni e il nostro roster. Ma noi non avevamo un roster. Eravamo solo noi
Il primo EP dei Tame Impala è pertanto un succulento antipasto delle future ibridazioni psycho disco che caratterizzeranno gli album della maturità. Dal canto suo Parker porta in dote il suo background 60s freak: oltre alla già citata The Sun, il primo lato mette in mostra la sua inclinazione a costruire entusiasmanti jam chitarristiche su possenti giri heavy blues (Half Full Glass Of Wine) e a dar vita a peculiari universi iridescenti dominati da un’effettistica colorata (l’effetto sitar che fa la sua comparsa in Skeleton Tiger, diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica della prima produzione) e da un’interpretazione vocale armoniosa e sognante.
Neanche un mese dopo, ad ottobre, si concretizza il primo atto del contratto con la Modular. Quello che per molti è il primo lavoro a firma Tame Impala (il vinile della Hole In The Sky, era stato stampato in pochissime copie) è un EP di sei tracce scelte da un demo di 25 canzoni che Parker aveva registrato per conto proprio a partire dal 2003 e che infine aveva inviato alla label. “Molte di queste – dirà in un’intervista del 2009 – non erano state realizzate per essere ascoltate dal resto di Perth, figuriamoci dal resto del mondo”. Fra queste figurano le già note Skeleton Tiger e Half Full Glass Of Wine, seppur in una versione meno grezza rispetto a quelle apparse sul precedente lavoro.
Eppure, sebbene registrate in un considerevole arco di tempo, le tracce dell’EP mostrano già concretamente sviluppata la dimensione estetica di Kevin Parker. Desire Be Desire Go, Slide Through My Fingers e Forty One Mosquitoes Flying in Formation sono brani avvolti da potenti spirali hendrixiane, in cui il suono saturo della chitarra è al servizio di una melodia che in molti definiranno beatlesiana, per via del timbro lennoniano di Parker, ma che a ben vedere ha più punti in comune con i deliqui di primi Pink Floyd e gli svolazzi free form di certo prog dall’ispirazione più spacey. L’immaginario della band è decisamente settato sul biennio ’68-’69, ma il coacervo di influenze è talmente ben amalgamato che risulta difficile collegarlo a qualche gruppo piuttosto che ad un altro. C’è di più: per quanto mastodontici e possenti, i riff di Parker, corroborati da un drumming tronituante e da vividi acquerelli di synth analogici, sono dotati di un groove virulento. Alle sue melodie, per quanto pindariche e senza posa, si può ballare. Anche per questo il successo del disco è istantaneo. Dall’EP vengono estratti tre singoli che lo spingono in testa alle indie charts australiane con oltre ventimila copie vendute. Ad infittire il mistero che avvolge la band c’è una copertina realizzata dallo stesso Parker, “Un disegno che rappresenta la nebulosa di Orione”, spiegherà l’autore e su cui campeggiano le parole “Antares Mira Sun”, quello che per molti diventerà il titolo ufficiale del disco.
Pond
Frattanto, dalla nebulosa dei Mink Mussels Creek si era distaccata un’altra stella pronta a illuminare il firmamento psichedelico. Si tratta dei Pond.
Secondo Jodie Regan, che nel 2008 aveva istituito la società Spinning Top per gestire gli affari dei Tame Impala e di tutta la famiglia dei Mink Mussels Creek, i Pond scaturirono come reazione alla seriosità che improvvisamente aveva avvolto l’entourage di Kevin Parker:
Tutto ad un tratto c’erano etichette, agenti, tour e pubblicitari. C’era gente che ti diceva quello che dovevi fare. E la reazione fu ‘Che cazzo sta succedendo?
I Pond nascono su ispirazione di Nick Allbrook, Shiny Joe Ryan e l’onnipresente Jay Watson, nel tentativo di portare alle estreme conseguenze tutto il caos artistico, lo spontaneismo e l’attitudine psichedelica dei Mink Mussels Creek. Il primo concerto lo tengono in occasione di una festa per la label cittadina Badminton Bandit: un set estemporaneo che fungerà da template per tutte le loro prime esibizioni e per due album (Psychedelic Mango e Corridors Of Blissterdays) registrati nel 2009 da una formazione aperta che arriva a comprendere fino ad otto membri, fra cui anche Kevin Parker. In breve fra Pond e Tame Impala si viene a creare una sorta di simbiosi che diverrà evidente durante i primi anni di tour, in cui in pratica la formazione che salirà sul palco è quella dei Mink Mussels Creek ma a dettare le regole saranno di volta in volta Kevin Parker (se il set è quello dei Tame Impala) o Nick Allbrook (se protagonisti sono i Pond).
Dal 2008, per tutta la carovana psichedelica di Perth era iniziata un’intensa attività live sulla scorta del crescente interesse che i Tame Impala stavano iniziando a riscuotere in patria. Quell’anno si erano aperti slot importanti a supporto di band come You Am I, Black Keys, Yeasayer e MGMT anche se tutto era rimasto confinato all’interno del territorio australiano. Particolarmente significativo in termini artistici, estetici e professionali è il rapporto instauratosi con gli autori di Oracular Spectacular che in quel momento rappresentavano il punto d’incontro fa revivalismo psichedelico e dancefloor. Una ricaduta mainstream di tutto l’immaginario retroattivo che aveva covato nell’underground durante il primo decennio del nuovo secolo. “Se avessimo voluto fare da supporto a una band – ricorda Jodie Regan – quella era sicuramente il gruppo a cui l’avremmo voluto fare”. Cosa ancora più importante, i MGMT tornano negli USA con una copia dell’EP dei Tame Impala, che consegnano nelle mani della loro agente Heather Kolker.
Anche per questo, a partire dal 2009 le cose iniziano a cambiare rapidamente. Il 10 marzo di quell’anno al Deaf Institute di Manchester inizia il primo tour internazionale di Kevin Parker e soci. In quegli stessi giorni, durante le tappe britanniche, il gruppo si reca a Londra ai Toe Rag studios con l’intento di registrare due brani per il singolo che avrebbe anticipato il primo album. Dei due brani incisi, il primo Sundown Syndrome porta già in dote tutte quelle caratteristiche che renderanno grandioso d’esordio dei Tame Impala: l’idea di jam “controllata”, le melodie sfuggenti e l’imprevedibilità delle strutture ritmiche. Sundown è un brano in 6/8 che con le sue variazioni e le sue sonorità analogiche sapientemente processate crea rimandi ad un’epoca della mente in cui il flash rock degli Yes convive con il fluente chitarrismo dell’acid rock e con la libertà artistica del jazz. L’altra traccia è un brano che il gruppo esegue dal vivo già dall’anno precedente, la cover di una hit dance degli anni 90. Remember me, che nella versione originale dei Blue Boy (pseudonimo del DJ scozzese Alexis ‘Lex’ Blackmore) era un midtempo che si reggeva su un’esile batteria campionata e una ripetitiva melodia gospel, nelle mani di Parker si trasforma in un ipnotico heavy groove dagli elevati connotati lisergici.
Quello che avrebbe potuto essere un capitolo marginale nella storia del gruppo si rivela un tassello fondamentale per la sua notorietà. Se da una parte Sundown Syndrome viene inclusa nella colonna sonora del film The Kids Are Alright (testimoniando l’inizio di un rendez vous con cinema e tv series che si rivelerà strategico) dall’altra è Remember Me a scalare le preferenze dei fan e delle radio. La seconda parte dell’anno vede dunque i Tame Impala portare avanti il loro primo tour come headliner proprio a supporto dell’EP. Il tutto mentre Remember Me viene inserita fra le 100 canzoni del 2009 dall’emittente australiana Triple J e, soprattutto, mentre Kevin Parker sta già lavorando al suo album di debutto.

Innerspeaker
Con Innerspeaker, per la prima volta, le singole registrazioni erano finalizzate a un progetto organico. In passato mi era sempre capitato di incidere una o due canzoni alla volta, nell’arco di un tempo relativamente ampio, per poi magari metterle insieme per farle uscire come ep o singolo. Questa volta mi è stata data la possibilità di concentrarmi sul progetto complessivo. Credo che sia questa la ragione per cui l’album suona così differente da quanto ho realizzato in precedenza
Kevin Parker
Per registrare il suo primo album la band prende in affitto una casa nella sulla spiaggia di Yallingup, a quattro chilometri da Perth. Si tratta di una vecchia casa di legno con vista a 180 gradi sull’oceano, dove Kevin Parker può ritirarsi in completa solitudine, solo per essere assistito di volta in volta dai singoli membri della band che si presentano quando è il loro momento di incidere.
C’era un’idea piuttosto definita di come avrebbero dovuto suonare le canzoni. Così si è trattato di sovrapporre strati di suono, mentre cercavamo di non farci distrarre dallo scenario
La sua idea iniziale è di produrre e mixare l’album interamente da solo. Si consuma così un primo dissidio con la Modular che vorrebbe affiancargli qualcuno di più esperto. L’etichetta riesce a convincerlo a riprendere i contatti con un tizio conosciuto in Inghilterra. Un ingegnere del suono che si era detto disponibile a collaborare con loro. Si tratta di Tim Holmes dei Death In Vegas,.
Parker lo contatta via mail, gli spiega che, vista la loro mancanza di professionalità, avrà di fronte un duro lavoro e che dovrà lavorare interamente con l’equipaggiamento della band. Holmes lascia Brixton alla volta dell’Australia solo per rendersi conto, al suo arrivo, di non essere in grado di utilizzare quell’apparecchiatura.
Non si è perso d’animo. Ha preso la sua canna da pesca, è andato a pescare e ha dato una mano quando poteva. […] mi ha incoraggiato a usare microfoni differenti, invece di quelli vecchi che avevo, il che ha aiutato molto
Ben più proficua, in termini artistici e professionali, si rivelerà la collaborazione con Dave Fridmann a cui verrà affidato il missaggio. A quel punto Fridmann è una vera eminenza della neopsichedelia, una fama che si è costruito grazie al lavoro svolto per Mercury Rev e Flaming Lips (per cui ha prodotto l’epocale The Soft Bulletin) ma anche per gente come Mogwai e, soprattutto, MGMT. Sua è quella luce opalescente emanata da Oraculra Spectacular, vero sacro Graal della moderna psychedelia che guarda al passato. Motivo per cui Parker, sebbene ancora reticente, si lascia convincere a far mettere mani estranee su un materiale che per sua stessa ammissione “non ha ancora il sound esplosivo che avrebbe voluto”.
È per questo che a novembre si presenta a New York ai Tarbox Studios di proprietà di Fridmann.
Non posso neanche immaginare che apertura mentale debba avere avuto per mixare un album che un ragazzo sconosciuto gli aveva portato su un supporto digitale registrato con un 16 tracce. Era disponibile a lavorare su qualsiasi cosa gli avessi fatto avere
Come produttore Fridmann è noto per assecondare le idee più estreme dei suoi clienti. Nell’economia di Innerpeaker risulterà fondamentale il caratteristico sound applicato alle percussioni che le farà suonare distorte e ultra compresse conferendo all’album quell’esplosività che Parker non era stato in grado di dargli.
Finalmente, il 1 aprile viene pubblicato il singolo Solitude Is Bliss, cavalcata elettroacustica, che mette in bella mostra quelli che saranno gli elementi decisivi dell’album d’esordio: le melodie sinuose, gestite con maestria dalla vocalità sognante di Kevin Parker, e il groove potente, sporco, lo-fi che Dave Fridmann ha forgiato per la band e che funge da base per straordinarie evoluzioni space rock. La canzone viene accompagnata da un video misterioso realizzato dal collettivo francese Megaforce, in cui un uomo in apparente stato di shock, danza fra i fumi e le lamiere di un terribile incidente stradale. Niente di più distante dall’immaginario arboreo dei Tame Impala, ma talmente riuscito e sconvolgente da costituire uno straordinario trampolino di lancio per il singolo.
Anche il brano, dalla canonica struttura verse-chorus-verse, non è fra i più rappresentativi dell’album in uscita. Innerspeaker, che vede la luce a maggio del 2010, è un saggio dell’assoluta libertà artistica anelata da un Kevin Parker. Un enfant prodige che conosce bene i meccanismi della pop song ma li considera alla stregua di recinti angusti all’interno dei quali è bene non lasciarsi rinchiudere. Col senno di poi tutta la sua carriera sarà caratterizzata dal tentativo di disinnescare stilemi, utilizzandone le vestigia per costruire il proprio coloratissimo universo estetico. Su Innerpeaker, le spoglie sono quelle del rock dei 60s, dell’hard prog e dell’acid rock che Parker piega al suo estro finendo per costruire un ponte fra antica e (post) moderna psichedelia.
[Innerspeaker] È un termine che richiama stati d’animo riflessivi con cui mi sento molto a mio agio e grazie ai quali riesco a produrre la musica migliore. In effetti la scelta del titolo è stata quasi casuale, ma nella vita nulla è mai completamente casuale
Dall’ipnosi circolare dell’iniziale It Is Not Meant To Be al tumultuoso tour de force ritmico di Runaway Houses City Clouds le canzoni di Innerspeaker brillano di luce propria e al tempo stesso rappresentano una raccolta coerente e compatta a cui la voce di Parker, settata su registri lennoniani, infonde una straordinaria accessibilità pop. Una finestra aperta su un passato idealizzato ma non per questo meno reale. Ognuno dei brani che compongono l’album potrebbe rappresentare il culmine di carriere meno promettenti di quella di Kevin Parker. Come tutti gli album dei Tame Impala, anche questo funziona al meglio se ascoltato in un’unica soluzione e inteso come una lunga suite in cui perdersi.
Volevamo solo renderlo abbastanza sognante da farti sentire nel regno del dream-pop – dirà Parker – ma al tempo stesso volevamo che fosse grintoso e ritmico. Groovy e pulsante, ma allo stesso tempo ruvido e lo-fi
Il trucco, spesso consiste nello spingere le lancette degli apparecchi digitali verso il rosso finché non suonano analogici, un espediente semplice ma che finisce per evocare fantasie familiari e, al tempo stesso, originali. Il resto lo fa una tracklist così solida che potrebbe essere scambiata per una raccolta di classici dimenticati del rock psichedelico.
Il groove crepitante della già nota di Desire Be Desire Go, la vorticosa e turbolenta corrente chitarristica di Lucidity, l’intenso bombardamento di Expectation dimostrano quanto l’ossessione di Parker per il ritmo stia già dando i propri frutti prima ancora che il ragazzo inizi ad armeggiare con le drum machine. Mentre Why Don’t You Make Up Your Mind? si innalza a spirale, sospinta da una melodia circolare ed ipnotica, finendo per generare un’onda di benessere lisergico, Alter Ego è un viaggio senza bussola per paesaggi sonori melodicamente floridi e ritmicamente impervi. Con The Bold Arrow Of Time e con quel modo di alternare stomp blues e fantasticherie prog sintetiche, è come se la collezione di dischi di Parker si stesse fondendo, mescolando insieme tracce di Hendrix e Cream, Black Sabbath e Hawkwind, King Crimson e MC5.
L’album riceve immediatamente i favori di una critica, che riconosce a Kevin Parker l’abilità di aggiungere elementi di innovazione ad un canovaccio apparentemente consunto come quello del rock psichedelico. In patria, oltre a fare incetta di premi, viene assurto a classico istantaneo dalla solita Triple J, che lo inserisce fra i 100 album australiani più importanti di sempre. È proprio durante un’intervista all’emittente radiofonica, che Parker afferma di aver già iniziato a lavorare segretamente al nuovo album:
Io e Jay abbiamo iniziato a registrare compulsivamente l’album numero due e sono talmente eccitato a riguardo che faccio davvero fatica a tenerlo per me

Lonerism
Il 2010 è l’anno dei Tame Impala. Il progetto inizia a decollare a livelli fino a quel momento inimmaginabili, grazie ad importanti apparizioni al fianco di gente come Kasabian e Black Keys, e al tour di supporto ai MGMT, da cui impareranno a gestire lo status di next big thing. Il successo di Innerspeaker illumina anche i Pond, che dopo un lavoro dal piglio più funk e glam come Frond, si ritirano in una casa isolata nella campagna australiana per registrare Beard Wives and Denim, album che riduce le distanze dalle sonorità dei Tame Impala.
Parker, dal canto suo, inizia a lavorare ai nuovi brani riservandosi di utilizzarli per un altro progetto. Si tratta di un trucco, a detta sua per non sentire la pressione che inizia ad addensarsi su di lui come una nube minacciosa. Il consenso di critica e pubblico moltiplicano i mezzi a sua disposizione, il che, unito al suo perfezionismo, agli impegni con i Pond e alle collaborazioni che a quel punto iniziano a moltiplicarsi, allunga a dismisura i tempi per la realizzazione del nuovo materiale. Il disco viene registrato fra Perth e Parigi, dove Parker resterà sei mesi per via della relazione sentimentale ed artistica con una misteriosa fidanzata francese.
Si tratta di Melody Prochet. Lei e Kevin si sono conosciuti quando il gruppo della ragazza (My Bee’s Garden) ha accompagnato i Tame Impala durante le prime date del tour europeo di Innerspeaker. Dopo essersi scambiati i demo e aver constatato di provare entusiasmo per lo stesso tipo di musica, i due hanno iniziato a frequentarsi. Melody è una musicista molto dotata, cresciuta al conservatorio, ma che presto ha imparato ad amare Can e Spacemen 3, al solito modo in cui ama Debussy e Messiaen.
Grazie a lei, Kevin Parker lascia temporaneamente Perth alla volta della Francia, per imbarcarsi in una relazione sicuramente proficua dal punto di vista artistico, che produrrà due album speculari come Lonerism (secondo lavoro dei Tame Impala) e l’omonimo debutto di Melody’s Echo Chamber. In quest’ultimo (che verrà pubblicato un mese prima di Lonerism) Parker applica la propria visione sonora sul materiale fornitogli dalla Prochet, prestandosi in tutti i modi per catturare quel sound da sogno che scaturisce dalla prolifica immaginazione della ragazza.
Melody’s Echo Chamber viene registrato grossolanamente in casa della Prochet, con apparecchiature di fortuna sorrette da mattoni, e rappresenta un momento di abbandono di ogni professionalità, la tavolozza in cui Parker testa alcune delle intuizioni che verranno sviluppate successivamente, ma anche il frutto dell’innamoramento dei due giovani. Una collaborazione fra due persone affette da un’ossessione per la musica che le spinge a scomporre atomicamente il processo di registrazione nel tentativo di raggiungere le sonorità che albergano nella propria testa.
Anche per questo il processo per la realizzazione del successore di Innerspeaker si protrae a dismisura. Nel 2012, su pressione della casa discografica, Parker è costretto a porre un termine al lavoro e a fare uscire Lonerism, album che fin dal titolo suona come un concept sul solipsismo del suo autore. “Al centro c’è una persona solitaria, un personaggio che cerca di rapportarsi col mondo esterno ma scopre di non riuscire realmente a farne parte. Credo che il protagonista sia fondamentalmente ingenuo”. Questo, almeno secondo Parker, che tuttavia respingerà ogni preteso riferimento autobiografico. Su Lonerism le chitarre perdono la loro centralità, per cederla ad un sound liquido e ancestrale. Quello di Apocalypse Dream e Mind Mischief è pop onirico e magniloquente. Il linguaggio sonoro di Kevin Parker fa i conti con il genio eclettico di Todd Rundgren (che peraltro ricambierà remixando il brano Elephant) ma anche con il melodismo generoso dei Supertramp (di cui l’artista ammetterà ascolti ripetuti) e di tanta parte del pop rock di marca 70s. Il che consentirà il suo sdoganamento nei palinsesti delle radio commerciali. Lonerism è l’album giusto al momento giusto. Appena più regolare di Innerspeaker, ma pur sempre elegantemente visionario (grazie anche al mixing di Dave Fridmann, diventato ormai un marchio di fabbrica), arriva quando le categorie di mainstream e indie si sono ormai sfaldate, lo shoegaze è diventato un fenomeno importante e la psichedelia ha fatto il suo ingresso nelle produzioni milionarie. Il che, unito a ganci accattivanti come quelli di Elephant e alla tendenza al groove che si impossessa della band soprattutto in fase live, decreta il successo planetario del disco e del tour che ne segue. Gli eccessi di un tour mondiale e lo stress di mesi passati costantemente sotto i riflettori, portano nel 2013 alla perdita (come touring member) di Nick Allbrook, che è costretto a lasciare la band e a tornare in Australia per concentrarsi nuovamente sui Pond, cedendo così il suo posto a Cam Avery dei Growl. Al contrario, Kevin Parker è perfettamente a suo agio nel ruolo star del pop. Nessun artista meglio di lui intuisce come i generi un tempo codificati abbiano iniziato ad ibridarsi secondo direttrici fino a questo momento sconosciute.
Quella portata avanti sin da Innerspeaker è una chiara e emozionante progressione come autore di canzoni. È un percorso iniziato in maniera naturale con l’heavy rock dei primi brani e continuato grazie all’abilità di Parker di non perdere mai il timone della propria ispirazione originaria. È questo a far sì che, negli anni che seguono, i suoi brani vengano coverizzati da Rihanna e che il suo cammino si incroci con quello di artisti come Kendrick Lamar, SZA, Mark Ronson e Lady Gaga; che il progetto Tame Impala venga premiato con un successo commerciale tale da apparire al Saturday Night Live ed essere rappresentativo di quella nuova “generazione Coachella” sempre meno imparentata con il termine “indie”.
Nell’era dello streaming e della bolla dei grandi festival, la discografia di Parker sembra fatta apposta sia per le grandi folle che per le fredde notti solitarie, scaldate solo dalle vibrazioni della giusta playlist. In questo senso la musica dei Tame Impala incarna meglio di chiunque altro l’ovattato senso di solitudine che si percepisce all’interno del bozzolo tecnologico negli anni 10.
Tornando a Lonerism, Parker afferma che pur restando fedele alla forma canzone, l’album è stata un’occasione per “sperimentare e dedicarsi completamente a melodie e progressioni di accordi pop”. Canzoni come Feels Like We Only Go Backwards hanno cori giganteschi che catapultano i vorticosi paesaggi sonori dei Tame Impala verso un altro livello di appetibilità commerciale. La traccia è un tale successo che viene ripresa da Kendrick Lamar come base per il suo freestyle. Il nuovo pezzo che ne scaturisce (Backwards) finisce nella colonna del blockbuster cinematografico Divergent, contribuendo alla penetrazione delle appiccicose melodie degli australiani nell’immaginario estetico del decennio. Nel solito periodo viene contattato da Mark Ronson (“quel giovane produttore figo e ben vestito”), all’epoca già vincitore di un Grammy per il lavoro svolto su Back To Black di Amy Winehouse. Per Ronson, un vero esperto nell’aggiornare la sensibilità dei 60s all’estetica del nuovo millennio e trasformarli in successi commerciali, Parker canta e scrive tre canzoni che finiranno sul fortunato Uptown Special, ma soprattutto apprende lezioni che sfrutta al meglio sul successore di Lonerism. Sarà a quel punto che, a differenza di altre band del Ventunesimo secolo che hanno fatto dello sguardo retrospettivo una loro caratteristica peculiare, i Tame Impala suoneranno al tempo stesso come il passato e il futuro del pop.

Currents
In un’intervista al NME del 2020, Parker racconterà che qualche tempo dopo il successo di Lonerism si era ritrovato invitato ad un matrimonio di amici a Perth. Durante il ricevimento qualche suo vecchio compagno aveva pensato bene di giocargli uno scherzo, chiedendo al DJ della serata di passare a sorpresa un pezzo dei Tame Impala.
La pista da ballo si è subito svuotata – ricorda – è stato un brusco risveglio. Ho pensato ‘possibile che nessuno voglia ballare alla musica dei Tame Impala?’ […] questo mi ha fatto pensare che c’era qualcosa che mancava nel mio lavoro. Quello è stato il momento in cui ho pensato ‘Fanculo, voglio fare musica che la gente possa ballare
Si tratta solo di uno dei tanti momenti rivelatori che portano alla creazione di un terzo album ancora più ambizioso (ne vogliamo citare un altro? Ad esempio, quel viaggio a Los Angeles passato ad ascoltare Stayin’ Alive dei Bee Gees dopo aver mangiato funghi allucinogeni).
Currents è il frutto di un’esplosione di fiducia che coglie quello che un tempo era un ragazzo solitario e introverso. Il successo di Lonerism (che molte riviste, fra cui NME e Rolling Stone decretano disco del 2012) vede i Tame Impala occupare slot prestigiosi in alcuni dei maggiori festival intorno al globo. Ci vogliono però altri due anni perché Parker si decida a ragionare su nuovi brani. Fino al 2014 l’idea di registrare un nuovo album sembra non toccarlo neppure, tanti sono i progetti in cui è coinvolto (non ultimo il gruppo funky disco AAA Aardvark Getdown Services portato avanti insieme all’amico Cam Avery). Quando finalmente decide di farlo, rivela di essere stato influenzato dal pop limpido dei Fleetwood Mac e di esserne rimasto incantato per via della purezza e della pulizia sonora. A queste dichiarazioni si aggiungono quelle di Jay Watson, che nel novembre del 2014, intervistato quando i Pond stanno per pubblicare il loro sesto album Man It Feels Like Space Again, si lascia scappare che il disco a cui l’amico sta lavorando sarà “meno rock e molto più elettronico del precedente”.
Sebbene questa affermazione possa far tremare i polsi ai fan della prima ora, quello che accade quando il 15 marzo del 2015 viene pubblicato il primo singolo, ha dell’incredibile. Let It Happen appare come la naturale prosecuzione del discorso iniziato da Parker all’alba degli anni 2000, quando i Tame Impala erano un ensemble dedito ad un heavy psych dagli svolazzi prog. Alla luce di questa epica di otto minuti (un dance pop dall’inebriante e lisergica ripetitività) tutte queste considerazioni appaiono come meri formalismi. Piuttosto, quella che si va prefigurando è l’idea che con il terzo album la carriera di Parker tenda a procedere in modo lineare e senza scossoni, lasciando ogni volta per strada qualche elemento per arricchirsi di nuovi. Nel caso di Let It Happen, si tratta del retrofuturismo electro dei Daft Punk, il cui Random Access Memories, pubblicato nel 2013, costituisce uno dei più concreti contributi all’imaginario di Currents
Per il successivo singolo, il lamento soulful di ‘Cause I’m a Man, Parker sembra aver introiettato il pop ecumenico dei 10CC ed averlo rielaborato nello spazio, in assenza di gravità. In realtà la canzone è un saggio della meticolosità dell’australiano, che per conferire al pezzo una grana vintage e al tempo stesso un estremo nitore sonoro, si è imbarcato in un vero e proprio inferno tecnico (solo le parti vocali hanno richiesto 1057 registrazioni parziali).

A questo punto, i perni tematici di Currents sembrano già chiari. Da una parte c’è l’idea del cambiamento, esteriorizzato in brani come Yes, I’m Changing e Reality In Motion, secondo alcuni suggerito dalle vicende sentimentali che coinvolgono il giovane, separatosi dalla fidanzata Melody Prochet durante la scrittura dei pezzi. L’album è ancora una volta composto in totale solitudine, ma questa volta a fronte di un’esposizione mediatica e pubblica senza precedenti. Sebbene registrato in larga parte nello studio casalingo di Fremantle, infatti, il disco viene elaborato durante in numerosi viaggi intorno al globo, durante i quali Parker smonta e rimonta i brani con il suo pc. Tutto questo converge verso l’idea di una maturazione artistica e umana sempre in fieri.
Quello di Currents è pertanto DIY portato ad un nuovo livello: dagli arrangiamenti astratti di Nangs alle rifrazioni frattali del groove di The Moment, a risaltare è l’estrema accuratezza nella progettazione del suono e nella produzione. Qualcosa che non ha rivali non solo fra i precedenti album dei Tame Impala, ma neppure tra i coetanei di Parker. La sua pubblicazione in concomitanza con In Colour di Jamie xx (uscito appena un mese prima), finisce per mettere involontariamente a confronto lo stile dei due, mostrando come Parker sia imbattibile nella creazione di paesaggi di straordinaria profondità e definizione.
Nell’economia di Currents la produzione è importante quanto il songwriting, ma sono due gli elementi che decretano il successo planetario dell’album facendone uno dei punti di riferimento di quel pop che non è più indie ma che non ha neppure più senso definire mainstream. Il primo elemento è rappresentato dai testi. Sia che si tratti del lamento di ‘Cause I’m a Man o della chiusura ansiogena di New Person, Same Old Mistakes Parker riesce a scrivere in maniera personale e a lasciare abbastanza spazio per i suoi ascoltatori da fare in modo che ognuno vi possa iniettare la propria vita. Riesce così a connettersi con i suoi fan come non era mai accaduto prima.
Dall’altra parte c’è la vastità delle influenze che stanno alla base dell’album. Jazz, hip hop, Philly sound, r’n’b si vanno a sommare alle inclinazioni già manifestate per convergere verso un pop gigantesco e anticonvenzionale, che mantiene tutti gli elementi dei precedenti album ma li fa risaltare come se avessero una dimensione in più. Così i synth brillano in maniera accecante, le grasse linee di basso dominano sulle chitarre e gli elementi percussivi, delineati come estrema cura, fungono da contraltare ad un melodismo generoso impedendogli di diventare stucchevole.
Bilanciato com’è fra danze liberatorie e intime riflessioni, dubbio e speranza, Currents è un successo annunciato che non si limita a primeggiare nel panorama pop dei mid-10, ma finisce per definirli esteticamente e culturalmente. Il rock sintetico dei Tame Impala, sospeso in un passato luminoso e idealizzato in cui ansie e timori sbiadiscono in un turbinio di danze psichedeliche è il benchmark delle moderne produzioni pop, la pistola fumante che ha ucciso l’indie rock, per lo meno nel senso in cui siamo stati abituati a intenderlo fino a questo momento.
Già verso la fine degli anni Zero, infatti, con la ritirata delle chitarre l’estetica indipendente sta cambiando. Nel 2015, all’uscita di Currents, il termine “indie rock”, evoca un mondo impegnato a preservare con minimi aggiustamenti un immaginario (garage, folk o post punk) cristallizzato nel tempo. Una galassia ormai estremamente frammentata, in affanno, con evidenti problemi a racimolare numeri significativi che gli permettano di imprimere la propria impronta sull’immaginario collettivo. Per trovare una musica che funga da avanguardia, liberandosi da vincoli e prospettando scenari innovativi, bisogna rivolgersi a gente come James Blake che rivoluziona le produzioni electro e R’n’B con il suo downtempo glaciale; a Bon Iver, impegnato in una ridefinizione del cantautorato intimista; a campionesse del “genre bending” come Grimes e SOPHIE. Oppure ai Tame Impala che con il loro psychopop totale sono impegnati in show che rivoluzionano il concetto di “concerto rock”, tanto che NME ribattezza Parker “master of the slow rave”.
Quando abbiamo iniziato ad andare in tour per la prima volta, ero imbarazzato a suonare [le canzoni]”, ammette Parker. “Mi ci è voluto un po’ per divertirmi a suonarle. Ma più il tempo è passa da quando le canzoni sono uscite, più sento che appartengono ai miei fan, non più a me. Un pezzo come The Less I Know The Better appartiene alle persone a cui piace, quindi quando lo suono mi sembra di farlo per loro
L’impatto di Currents viene sancito dai numeri (esordio al numero uno della classifica australiana e tedesca, alla terza e quarta posizione di quella inglese e americana) e dalla critica (sarà votato miglior disco del 2015 da molte riviste e finirà in quasi tutte le liste dei migliori album degli anni 10), ma saranno soprattutto le star a rendere omaggio al genio di Kevin Parker. Cosa che risulta quanto mai evidente all’inizio del 2016.
Il 27 gennaio, infatti, la superstar Rihanna pubblica il suo nuovo album ANTI, che a sorpresa presenta una cover di New Person, Same Old Mistakes (ribattezzata semplicemente Same Ol’ Mistakes). Due giorni dopo, la band conferma di aver ricevuto tempo prima la richiesta di poterla registrare da parte del team dell’artista. Solo più tardi si verrà a sapere che è stata SZA ad aver fatto conoscere i Tame Impala a Rihanna.
È divertente perché mentre scrivevo il pezzo immaginavo una voce femminile R&B che la cantava. Quindi, quando ho sentito Rihanna cantarla, ho pensato, ‘Oh, wow, è esattamente come l’avevo immaginata originariamente
Kevin Parker
Si tratta del definitivo sdoganamento di Parker alle folle del pop multimilionario. Lui si concede a modo suo: con un entusiasmo ipertrofico che nei mesi successivi lo porta ad accumulare collaborazioni, partecipazioni radiofoniche e televisive sui maggiori network mondiali, senza tuttavia perdere la sua aria introversa e iperscrutabile. Fra le altre cose collabora con Mark Ronson e Lady Gaga all’album di quest’ultima, Joanne; fa la sua apparizione al Governors Ball del 2017 insieme al solito Ronson e a SZA; fornisce il suo contributo a ye di Kanye West e ad Astroworld di Travis Scott (insieme a gente come The Weeknd, Mike Dean e Pharrell); realizza il brano My Life insieme al produttore EDM ZHU e pubblica una canzone dal titolo Whiplash a nome Theo Impala (progetto condiviso con Theophilus London). Oltra a questo, inanella una serie di produzioni per artisti minori, senza mai perdere di vista gli amici di sempre. Nel 2016 remixa il brano Anesthetized Lesson di GUM (il progetto solista di Jay Watson), riunisce i Mink Mussels Creek per un one off show australiano e infine mixa e co-produce l’ottavo album dei Pond, Tasmania.
In tutto questo sembra incredibile che il giovane trovi anche il tempo di sposarsi con la sua nuova compagna Sophie Lawrence. La cerimonia viene celebrata in gran segreto nel febbraio del 2019, ma inevitabilmente alcuni elementi (ad esempio il fatto che come pranzo di nozze vengono offerti agli invitati 150 cheesburger) trapelano all’attenzione della stampa. È un periodo intensissimo per Parker che culmina con lo slot da headliner per la seconda serata del Coachella Festival del 2019, occasione in cui i Tame Impala presentano al pubblico due nuovi brani che andranno a comporre il loro prossimo album The Slow Rush.

(A kind of) slow rush
Le sessioni per la realizzazione del quarto lavoro dei Tame Impala erano iniziate nel modo più tribolato. Nel novembre del 2018, ad un giorno dal loro inizio, un incendio aveva distrutto la casa di Malibu in cui Parker stava registrando. Nel trambusto era scomparso l’hard disk in cui aveva trasferito tutte le demo dei nuovi brani ed erano andati in fumo circa 30.000 dollari di equipaggiamento.
Nonostante ciò, nel marzo del 2019 i Tame Impala vengono chiamati al Saturday Night Live per presentare due nuovi pezzi (gli stessi che verranno suonati il mese successivo sul palco californiano). Patience e Borderline prendono le mosse esattamente da dove Currents si era interrotto, con Parker che ha fatto tesoro dei rituali dance in cui si sono trasformati i suoi show, cercando di trasferire nella nuove tracce quell’inarrestabile flusso di ritmi e melodie. I nuovi brani reificano il groove, rendendolo qualcosa di sovrannaturale, o meglio, di alieno. Patience, in particolare, è yacth music che viene dallo spazio, a partire dall’insistere di quel piano alla Hall & Oates, fino alle percussioni circonfuse di una nube psichedelica. Nell’estasi ritmica la melodia passa in secondo piano. A dirla tutta, non esiste neanche un vero e proprio chorus: Parker va a ruota libera come il vocalist di un dance club, anche se, piuttosto che suggerire immagini evocative, preferisce indugiare in dubbi e insicurezze. In questo senso Borderline appare appena più compiuta grazie a una potente melodia circolare che si insinua sottopelle per rimanerci a lungo, anche al termine del brano.
Curiosamente è proprio quest’ultima a lasciare Parker più insoddisfatto, al punto che sull’album ne inserirà una versione riveduta a corretta: “Nella mia testa la canzone è sempre stata così“, dirà a chi gli farà notare la differenza fra le due versioni. La nuova Borderline, oltre ad essere più breve di circa 30 secondi, ha un profilo ritmico molto più accentuato. A goderne sono soprattutto i bassi, che ora suonano più smooth e profondi (“Erano cose che solo io potevo sentire nella canzone che non avevo capito che nessun altro avrebbe potuto sentire”).
Al di là dell’aggiustamento in corsa, per la prima volta c’è un po’ di freddezza ad accogliere i Tame Impala. Un retrogusto di amarezza dovuto al fatto che a dispetto della mole di esperienze fatte da Kevin Parker nei quattro anni che separano Patience da Currents, la traiettoria è fin troppo prevedibile e le composizioni esili dal punto di vista del songwriting. Molto meglio in questo senso It Might Be Time, che viene pubblicata a ottobre e in cui i synth acquosi tratteggiano geometrie oblique, su cui la voce ultrariverberata di Parker sorvola ritmiche spezzate e senza posa. Melodicamente, però, siamo sempre dalle parti del 70s pop di band come i Supertramp.
Per avere qualcosa di nuovo bisogna attendere il singolo Posthmous Forgiveness, pubblicato a dicembre. Questa volta i Tame Impala sorprendono con una ballata R’n’B. Un lamento soulful in cui Parker imbraccia il vocoder e dà ancora una volta prova delle sue qualità di songwriter componendo un epitaffio toccante per il padre scomparso prima di poter assistere al suo successo planetario. Grazie alla sua abilità di trasformare il particolare in universale, il pezzo diventa un omaggio alla persona importante che ha ciascuno di noi ha incontrato almeno una volta nella vita.
Quando The Slow Rush viene finalmente pubblicato, nel giorno di San Valentino del 2020, la trance disco di One More Year apre le porte a quella che sembra in tutto e per tutto una ruminazione sullo scorrere del tempo. Con le ritmiche morbide, i synth accecanti, il riverbero che attutisce ogni asperità e ci introduce alla forma più pura di una dance problematica, dove con tono trasognato si parla degli attimi ci sfuggono dalle mani proprio quando siamo convinti di averne di più a disposizione.
Ancora nessuno a febbraio può immaginarselo, ma quello che apre il quarto album dei Tame Impala sarà uno dei temi ricorrenti nei mesi che seguiranno. Per certi versi, a rileggerle a posteriori quelle parole sembrano profetiche
Do you remember? We were standing here a year ago
Our minds were racin’, time went slow
If there was trouble in the world, we didn’t know
If we had a care, it didn’t show
But now I worry our horizons bear nothing new
‘Cause I get this feeling and maybe you get it too
We’re on a roller coaster stuck on its loop-de-loop
‘Cause what we did, one day on a whim, will slowly become all we do
Quello che Parker ha più a cuore quando compone le liriche del suo quarto album è, ancora una volta, riflettere su sé stesso e sulla propria maturazione, riservandosi sempre quel carico di ansie che sin dagli esordi dona profondità ai suoi lavori. L’attitudine a riprocessare costantemente la propria vita è ancora l’elemento che bilancia i momenti più cheesy di un lavoro che indugia in un caldo mix di funk psichedelico, rock sintetico e calde vibrazioni 70s e 80s. Come quando in Instant Destiny rielabora il processo mentale che lo ha portato a dichiararsi alla moglie.
I’m about to do something crazy
No more delayin’
No destiny is too far
O come in Lost in Yesterday esamina il sentimento della nostalgia (“una droga da cui tutti siamo dipendenti”) e i suoi effetti disorientanti.
When we were living in squalor
Wasn’t it heaven?
Back when we used to get on it
Four outta seven
Nonostante la deriva pop e l’estrema danzabilità dei nuovi brani (specie nel deliquio disco di Breather Deeper), Parker non rinuncia a farsi portatore di sperimentazione. Tomorrow Dust è una canzone che cambia e si trasforma, adotta variazioni sul tema principale che sembrano venire dal rock progressivo e così facendo si trasforma in diverse versioni diverse di sé stessa (con in coda la moglie di Parker che riflette sul futuro e sull’ignoto). On Track è forse il capolavoro misconosciuto dell’album: una power ballad che affronta con sincerità la sindrome dell’impostore che da sempre affligge il suo autore. Non importa quanti e quali traguardi abbia raggiunto, Parker sente di non aver fatto abbastanza nella sua vita, ma per una volta sa di avere il tempo dalla propria parte.
One other minor setback
But strictly speaking, I’m still on track
And all my dreams are still in sight
Strictly speaking, I’ve got my whole life
Anche il brano che chiude l’album guarda in avanti con cauto ottimismo. One More Hour è il frammento più squisitamente rock di tutto il lavoro. Un pezzo in cui l’isterico incedere del piano sembra scandire i secondi come le lancette di un orologio e su cui si innestano freakout psichedelici degni di Innespeaker gestiti però con una nuova consapevolezza pop. Un ponte fra passato e presente che serve al ragazzo per preconizzare la vita con la persona che ama, prima di tuffarsi in un futuro che inizia non appena la canzone e l’album finiscono.
A proposito di futuro: il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno di The Slow Rush. A febbraio i Tame Impala erano già pronti ad occupare gli slot più importanti di tutti i principali festival intorno al globo. Poi si sa è arrivata la pandemia e addio live. Poco male per un album che sembra fatto apposta per trasformare ogni cameretta in un dancefloor interplanetario. Poco male anche per Parker, che passa gran parte dei mesi successivi a Perth a lavorare per progetti che lo vedranno protagonista non appena la morsa del Covid lo permetterà.
La prima occasione gli viene data già agli inizi di marzo 2021: al Metro City Concert Club, in una Perth già virtualmente libera dal virus, il Tame Impala Sound System (una versione rivisitata della band di Parker con synth, sequencer e sampler a reinterpretarne il repertorio in chiave decisamente elettronica) fa il tutto esaurito in un concerto dal vivo, finalmente senza distanziamento e limitazioni di sorta. A seguire, anticipato da «un viaggio inedito nelle fasi delle registrazioni», in pratica un video con le riprese delle session di Innerspeaker, l’altro evento importante è in (global) streaming, il 21 aprile. Viene organizzato per la serie “don’t look back”, o format similari, un live celebrativo per i 10 anni (abbondanti) dall’uscita del sopracitato debut discografico che viene eseguito in ordine di tracklist, dall’inizio alla fine.

La nuova corsa contro il tempo
Terminato l’anno sospeso di The Slow Rush, Kevin Parker si ritrova, come tutti, costretto a fare i conti con un tempo improvvisamente rarefatto. Per chi ha costruito una carriera sul concetto di movimento, di trasformazione incessante, il blocco imposto dalla pandemia rappresenta un interessante paradosso. Improvvisamente il tempo che Parker aveva sempre percepito come inafferrabile si immobilizza. Il risultato è un periodo di apparente quiete che, a ben vedere, coincide con un lento processo di riconfigurazione artistica.
Nei due anni successivi alla pubblicazione del disco, Parker resta operoso ma sfuggente. Appare qua e là come produttore e collaboratore: firma The Less I Know the Better per la colonna sonora del film Barbie in una versione orchestrale, lavora con Travis Scott e SZA, si concede divagazioni elettroniche con i Justice e compare in un brano dei Gorillaz (New Gold), che suggella l’ormai definitiva appartenenza dei Tame Impala al gotha del pop globale. È il segnale di un nuovo equilibrio, forse precario, ma inevitabile: Parker non è più il ragazzo di Perth chiuso nel suo home studio a registrare tutto da solo; è una figura trasversale, produttore di lusso, cantautore itinerante e marchio sonoro riconoscibile.
Parallelamente, mentre il mondo riprende a muoversi, lui ricomincia a esibirsi dal vivo. Il formato del Tame Impala Sound System, presentato nel 2021 a Perth e poi in diversi festival, sancisce una transizione importante: Parker non si limita più a riprodurre il repertorio in chiave rock o psichedelica, ma lo reinterpreta in una sorta di DJ set, stratificando loop, synth e bassi in tempo reale. L’idea di “band” viene destrutturata e sostituita da una performance ibrida, sospesa tra concerto e live elettronico. È il segno che la nuova fase sarà meno legata all’immaginario rock e più immersa nel linguaggio della club music.
Per tutto il 2022 e il 2023 l’attività dei Tame Impala resta sparsa in mille rivoli: remix per altri artisti, brani sparsi in compilation, un contributo al film Elvis di Baz Luhrmann e una serie di concerti che ripercorrono il decennale di Lonerism. Parker pubblica anche una versione restaurata delle session di Innerspeaker, accompagnata da un documentario che mostra, con candore quasi domestico, l’inizio di tutto: un ragazzo solo in studio, il mare di Injidup sullo sfondo, una vecchia batteria e un registratore a nastro. È come se avesse voluto chiudere simbolicamente un cerchio prima di riaprirlo altrove.
Per il ritorno discografico vero e proprio, bisogna attendere l’estate del 2025, quando viene pubblicato il singolo End of Summer. Il titolo è già un manifesto: il congedo da una stagione, forse da un’idea stessa di giovinezza. Il brano, lungo e pulsante, si distacca dalle strutture tradizionali e si abbandona a una trance elettronica che ricorda l’acid house australiana dei primi anni Novanta, quella dei rave illegali nel deserto, i cosiddetti bush doof. Lontano dal funk levigato di The Slow Rush, End of Summer suona come un tentativo di rovesciare il proprio passato nel linguaggio della pista da ballo. Parker non canta tanto quanto manipola la voce, la dissolve, la lascia galleggiare su loop ipnotici e linee di basso in levare.
Quando, poche settimane dopo, viene annunciato il nuovo album Deadbeat, il titolo spiazza molti. “Deadbeat” è un termine ambiguo: indica tanto un fallito cronico quanto il battito spezzato, l’interruzione del ritmo. In alcune interviste Parker confessa di averlo scelto per entrambe le ragioni.
Deadbeat è quella sensazione di essere sempre un passo indietro nella vita, di non riuscire a rimettere insieme i pezzi, di sentirsi un essere umano inferiore. Ed è una cosa deprimente, finché non la indosso come un distintivo. A quel punto mi sento bene. Se entro in una stanza e tutti sanno che sono un fallito, una specie di pezzo di merda, allora mi diverto di più
Dopo anni trascorsi a inseguire l’idea di perfezione sonora, sente il bisogno di accettare la stanchezza, di lasciare entrare il rumore, l’errore, persino la banalità.
Per un po’ ho avuto paura che la parola fosse troppo negativa, ma poi ho capito che mi descriveva bene. È l’immagine di chi si ferma un attimo, non perché ha finito l’energia, ma per capire se sta ancora andando nella direzione giusta
Deadbeat è, in effetti, un disco che rallenta. Nonostante la retorica dance e i riferimenti alla club culture, la sua natura è malinconica e contemplativa. Le dodici tracce si muovono su ritmi regolari, spesso house, ma trattati come materiali emotivi più che funzionali al ballo. Il suono è asciutto, preciso, meno sognante rispetto al passato. Parker abbandona gran parte delle chitarre e lascia spazio a drum machine, sintetizzatori modulari e un uso più chirurgico delle frequenze basse. È come se volesse ricostruire la trance emotiva dei vecchi dischi, ma da dentro la geometria del beat.
Il brano d’apertura, Loser, chiarisce subito la direzione: una linea di basso pulsante, voce compressa e un testo che affronta di petto il senso di inadeguatezza che l’ha sempre accompagnato. Dracula, scritta insieme a Sarah Aarons, trasforma la metafora del vampiro in un autoritratto: un artista che si nutre delle proprie esperienze e di quelle altrui, prosciugandole fino all’osso per convertirle in musica. In Automatic Love riaffiora il vecchio romanticismo di Currents, ma filtrato da un gelo sintetico che nega ogni catarsi. Echo Park è il brano più vicino all’estetica Slow Rush: un funk liquido, attraversato da delay e cori vocoder, dove Parker canta “the future came and went before I could explain“.
Il cuore del disco, però, è altrove. Deadbeat, la title track, è una ballata techno-soul che alterna esplosioni ritmiche e pause improvvise, costruendo una tensione che non esplode mai del tutto. Same Old Dream e Halfway Down lavorano sul minimalismo: pochi accordi, frasi ripetute, piccoli slittamenti temporali. In queste composizioni Parker sembra voler cancellare la distinzione tra pop e musica elettronica sperimentale. Il suo linguaggio resta melodico, ma spogliato di ogni orpello psichedelico.
La chiusura con End of Summer riprende il singolo estivo e lo estende in una suite di oltre otto minuti. Qui si concentrano le suggestioni più riuscite del disco: il senso di dissoluzione, la malinconia dolceamara, la voglia di continuare a muoversi anche quando il corpo è esausto. La coda, un lento fade-out di arpeggi e voci distorte, sembra salutare definitivamente il periodo iniziato con Lonerism: il viaggio interiore è finito, resta un battito più reale e concreto.
Alla sua uscita, Deadbeat divide la critica. Alcuni lo salutano come un atto di coraggio: un musicista che, al culmine del successo, decide di ripartire da zero, abbracciando una dimensione più scarna e astratta. Per altri, invece, si tratta di un passo falso, in cui, oltre alle melodie memorabili che avevano caratterizzato la prima parte della carriera dei Tame Impala, manca un vero collante emotivo che tenga insieme questi dodici brani. Il pubblico, come spesso accade con i dischi di Parker, impiega qualche settimana per assorbirlo: inizialmente tiepido, l’interesse cresce con i live e con la diffusione dei remix che ne rivelano la potenzialità club-oriented.
Nella dimensione dal vivo, Deadbeat trova infatti una seconda vita. I concerti del 2025 sono costruiti come esperienze audiovisive totali, con scenografie stroboscopiche e sezioni improvvisate che trasformano ogni brano in un loop ipnotico. Parker, ormai più performer che bandleader, si muove tra synth e batterie elettroniche, lasciando la voce in secondo piano. È il culmine di un processo cominciato anni prima: la progressiva smaterializzazione dell’autore dietro la macchina sonora.
Eppure, dietro la freddezza apparente, resta un disco profondamente personale. Le liriche continuano a parlare di fallimento, di tempo e di identità (gli stessi temi che attraversavano The Slow Rush) ma in forma meno esplicita, quasi criptica. Parker non si rivolge più a un interlocutore preciso: parla al riflesso della propria immagine, a un sé frammentato che osserva la pista da ballo come fosse uno specchio. “La musica da club è il posto perfetto per sentirsi soli in mezzo a tutti“, dichiara in un’intervista a NME, rivendicando ancora una volta la sua natura insulare.
Di fatto, il nuovo capitolo dei Tame Impala non chiude un ciclo ma ne apre un altro, più incerto, ma potenzialmente fertile. Laddove The Slow Rush celebrava il tempo come flusso inarrestabile, Deadbeat lo ferma di nuovo, lo seziona, lo osserva con distacco. È un disco che si muove poco, ma pensa molto; meno emotivo, più concettuale. Parker sembra aver trovato un modo diverso per continuare a interrogarsi: non più attraverso l’espansione sonora, ma attraverso la sottrazione e il vuoto.
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