Recensioni

In una intervista rilasciata a Drowned in Sound durante il tour che celebrava il ventennale di The Ideal Crash (nel frattempo è passato un altro lustro, che con tutto quello che è successo per la psiche di chiunque vale quasi il doppio) Tom Barman difendeva con determinazione la scelta di riproporre dal vivo le canzoni nella maniera più fedele possibile a come erano sul disco. “Ci lavori così duramente, su un album, e alla fine ci metti quello che in quel momento ti sembra giusto metterci. Quindi perché cambiarlo? Ci abbiamo lavorato per un cazzo di anno e mezzo su The Ideal Crash, e noi siamo una art rock band, non un gruppo jazz o blues che si fa prendere dall’ispirazione del momento e improvvisa”. Ha ragione, Tom, e non solo per quanto riguarda la pedante distinzione stilistica o perché giustamente si è sentito in dovere di rivendicare la fatica fatta, nei mesi e mesi di esilio volontario della band in Spagna, durante il periodo che portò alla creazione dell’album.
Ha ragione perché le canzoni e i dischi (certe canzoni e certi dischi, almeno) sono la fotografia di un momento nella vita, quella di chi le suona e quella di chi le ascolta. Un’istantanea come quella della donna che cade in copertina (che in realtà è uno scatto artistico talmente riuscito da dare l’impressione della assoluta naturalezza). Qualcosa che a distanza di decenni ci aiuta a ricordare chi eravamo in quel momento. E nessuno vorrebbe una versione remixata o improvvisata di se stesso, indipendentemente dal fatto che di quel se stesso sia ancora orgoglioso o se ne vergogni, che in quel particolare momento fosse felice o stesse crollando a terra. Dov’eri, con chi eri, come ti sentivi, cosa sognavi, cosa stavi rimpiangendo la prima volta che hai sentito il crescendo di Instant Street, augurandoti a un certo punto che non finisse mai?
Per quanto riguarda chi scrive, per quanto poco sia importante, in un posto non troppo diverso da dove si trovavano Barman e compagni (e no, non sto parlando di Ronda). Fortunatamente per la mia versione di allora, non con il cuore spezzato dalla fine di storie sentimentali come per Barman e il violinista e tastierista Klaas Janzoons, situazione che informa molti dei brani del disco. Ma per il resto posso supporre che essendo (anno più anno meno) coetanei condividessimo quella fase della vita in cui non sei ancora abbastanza vecchio per arrenderti al cinismo ma neppure più così giovane da abbandonarti al romanticismo. Lo sturm und drang emotivo temperato da quel tanto di esperienza che hai alle spalle, l’istinto di lasciarsi andare e lo slancio verso il futuro trattenuti da una vaga ipotesi di maturità e forse già da qualche rimpianto. Suona esattamente così, The Ideal Crash: a tratti sembra travolgere gli argini, ma si ferma un po’ prima. E poi, in quel 1999, stavamo aspettando tutti qualcosa. Forse perché semplicemente suggestionati dal simbolismo potente che quell’incipiente cambio di data – con tutta la tensione pre-millennio che si portava dietro – comportava.
Anche musicalmente si era in un periodo di transizione, in generale così come per i dEUS in particolare. Alla fine di un decennio che aveva visto da un lato il rock alternativo volare fino al sole per poi bruciarsi le ali e cominciare la sua caduta, dall’altro la commistione tra generi diversi ma quasi sempre con l’elettronica come variabile irrinunciabile, tutto sembrava in movimento e allo stesso tempo bloccato nell’attesa. O forse era solo che lo percepivamo così. Dietro l’angolo si nascondevano i panorami ghiacciati di Kid A e Amnesiac ma anche le giacchette di pelle degli Strokes, il che spiega perfettamente perché è sempre inutile fare previsioni.
Quanto ai dEUS, si trovavano a un incrocio pericoloso della loro storia, dopo che i primi due dischi (Worst Case Scenario e In a Bar, Under the Sea) li avevano fatti diventare qualcosa in più di un culto esteso ma non ancora una band di successo davvero trasversale. Negli anni precedenti due membri fondatori e importantissimi nell’economia del gruppo come Stef Kamil Carlens e Rudy Trouvè se ne erano andati, mentre nel frattempo la Island premeva affinché sfornassero qualcosa che permettesse di fare il salto definitivo. In più, come detto, metà della band era reduce da rapporti sentimentali andati a male. Insomma, la ricetta per un ideal crash era servita.
E quindi? E quindi niente, metti i mostri in prima fila e parti. Il feedback che inaugura Put the Freaks Up Front (e l’album) è il segnale di Tom Barman ai suoi: adesso scatenate se non l’inferno almeno una tempesta emotiva di quelle che si ricordino. L’incipit di The Ideal Crash è uno dei migliori incipit del rock degli anni ’90, e ogni volta che si ascolta la mente corre a un altro attacco di otto anni prima. Quello di una canzone che aveva definito il decennio. Qualcuno ha scritto che in Put the Freaks Up Front i dEUS suonano come avrebbero suonato i Nirvana nel 1999 se…Un’ipotesi come un’altra, ma qui il riff (post) grunge si mescola a tromboni jazz e a un ritmo motorik, mentre il cantato assume quando si distende un’enfasi quasi alla R.E.M. La prima frase recita “so you’re suffering, I know it hurts a lot the first time” e non si capisce se Barman stia esprimendo empatia o compiacimento. Più in là nella canzone, approfittando del gioco di canto e controcanto col resto della band, lascia cadere un sinistro “love’s the only thing that make me do this (we’re on the edge of something)”. Cosa sia quel “qualcosa” lo lascia intendere la confessione di Sister Dew che segue subito dopo. Che cosa sta dicendo la voce narrante? Che ha davvero ucciso la donna che ha amato tanto quanto l’ha disprezzata (“she never had no worries, nothing vital, from the day I met her to the final afternoon”)? E chi è sorella Dew? Una suora, una metafora per la coscienza, oppure la stessa donna che ora non può più sentirlo? C’è qualcosa di realmente disturbante nel testo di Sister Dew, che oggi risuona in modo se possibile ancora più sgradevole. Ma non si può non cogliere la maestria di Barman nell’esprimere l’apatia che può diventare distruttiva e crudele fino all’estremo all’interno di un rapporto tossico. Un character study da manuale. Sperando, naturalmente, che quello fosse effettivamente un personaggio. Musicalmente la canzone è stupenda, anch’essa lanciata da un attacco (un cinguettio di Theremin) che ricorda qualcun altro: in questo caso, i Portishead di Mysterons.
Ci sono richiami continui nel corso dell’album, sia per quanto riguarda le tessiture sonore che le parole. Gli istinti omicidi tornano a fare capolino nella canzone che dà il titolo al disco, sostenuta da una drum machine implacabile ma con un’apertura chitarristica e melodica travolgente nella parte centrale. “How can a man kill gently? how long before it’s all done?” e qui a essere interessante è l’avverbio “gentilmente”. Tom Barman tende a dipingere se stesso – o i suoi alter ego – come un uomo duro ma vulnerabile, spietato ma col cuore di un gentiluomo. Un cavalier cortese devoto all’amore quanto alla sua natura di maschio alfa. Auto-proiezione che in fondo è solo una versione più raffinata e letteraria del machismo che scorre carsicamente in tanto rock’n’roll, e che fa del belga il gemello europeo di Greg Dulli.
E proprio come per molte canzoni degli Afghan Whigs, il segreto anche per quelle dei dEUS, e in particolare dei dEUS di questo disco, è il loro procedere per accumulo, come in una sorta di sovraccarico sonoro. E qui come si fa a non citare Instant Street? La canzone più conosciuta e amata della band, e per delle buonissime ragioni. Chiunque l’abbia ascoltata in tempo reale ricorderà quanto si fosse conficcata in testa istantaneamente – per l’appunto – al contrario del pur magnifico resto della scaletta. Il banjo pizzicato, la melodia, gli archi, il testo che per un attimo sembra quasi accettare che l’amore possa avere un lato solare (anche se ci sono neppure troppo impliciti riferimenti alle dipendenze: “pains playing yo-yo in my body as we speak”), e poi il tempo che accelera, il motivo ripetuto allo sfinimento che sottintende forse un tarlo che si insinua nella mente, l’esplosione di violenza delle chitarre…no, niente, anche nella canzone più pop e apparentemente pacificata dell’album si torna sempre lì, nei luoghi oscuri.
Everybody’s Weird e Let’s See Who Goes Down First sono paranoia purissima, accentuata dal battito da dancefloor e dalla voce filtrata in un caso e dalla spessa patina lo-fi (ma con un tappeto di archi sontuosi, o è il mellotron?) nell’altro. All’estremo opposto, la dolcezza malinconica di Magdalena e Magic Hour avvolge come un sudario quello che resta – di nuovo – di relazioni fallite, come se l’amore si potesse capire solo in rapporto alla perdita e declinare esclusivamente al passato (eccolo qui il filo narrativo e tematico dell’album, forse). Finché tutto sfuma nella conclusione onirica di Dream Sequence #1: lei – “il piccolo sogno numero uno” – è da un’altra parte, lui se ne è andato portandosi dietro il suo sorriso in uno spazio vuoto dove si ripete che “tutto va meglio, di giorno in giorno”, ma quando implora “I need to find some peace of mind, gimme peace of mind” capisci che è solo un’illusione. Proprio come gli anni ’90. E come l’amore.
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