Recensioni

Il 1994 è stato per il rock un anno drammatico (sappiamo tutti bene cos’è successo in quell’aprile). Ma è stato anche pieno di stimoli e di dischi assoluti, determinanti; dischi che hanno lasciato un segno forte e la cui eco perdura nel tempo. The Downward Spiral, Mellow Gold, Crooked Rain Crooked Rain, Superunknown, Dummy, Grace… sono giusto i primi titoli che vengono in mente (in un post dedicato ce n’è una bella sfilza di altri).
Verso il finire di quei fatidici dodici mesi si inizia a scorgere l’astro nascente di una band belga ma di respiro risolutamente internazionale. Che desta prima di tutto curiosità, e poi appena la si conosce meglio scatta subito la scintilla. C’entra fino a un certo punto la provenienza geografica insolita, almeno per le cronache del rock più rockettaro (uno poteva al massimo pensare al post-punk dei Names, alla cold wave o ai Front 242 pionieri EBM, e se avvezzo a quei suoni ai temibili grindcorers Agathocles, sempre che non avesse conoscenze locali e familiarità con il rock fiammingo dei Clouseau; nomi di successo più generalista come Hooverphonic e Soulwax sarebbero arrivati appena dopo, sull’onda proprio dell’exploit del complesso di Anversa).
Che i dEUS – si scrive de rigeur con l’iniziale minuscola e il resto maiuscolo – vengano dal Belgio fa alzare un sopracciglio a qualcuno e drizzare felicemente le antenne a qualcun altro. Tom Barman, Rudy Trouvé, Klaas Janzoons, Stef Camil Carlens, Jules de Borgher: non sono nomi che eravamo abituati e che tuttora saremmo propensi ad associare alle rockstar (e la rivista sui cui lessi la prima recensione di WCS scrisse più o meno che si poteva pensare a un consesso di cuochi piuttosto che a una rock band). Poco male, perché anche quello che cucinano musicalmente i belgi esula per buona parte da ovvietà, cliché e oleografie varie, nel nome di una eccentricità innata che si fa a tutti gli effetti segno distintivo di stile (badiamo bene, senza etnicità esibita o almeno sbandierata così su due piedi).
E così Worst Case Scenario, uscito del settembre del suddetto 1994, è un album imprendibile – nella forma, nella sostanza – da qualunque parte lo si osservi. Il brano che gli fece da volano è il biglietto da visita più esaltante e più fuorviante al tempo stesso. Esaltante perché è il papier–mâché che non ti aspetti… Beck e i Nine Inch Nails, i Nirvana e Faith No More con il violino che pure se non è la viola fa tanto Velvet Underground – folksinger autoctoni imbevuti di noise e chansonnier nipotini di Jacques Brel con la cresta da punk… Suds & Soda si chiama il pezzo. E se non bastano il violino in loop – nevrastenico ed esilarante – e le chitarre che si impennano e ruggiscono come nei bei dischi d’oltreoceano, o uno pseudorap da Beastie Boys in salsa franco-fiamminga (accompagnato da urla usate a mo’ di human beat box), e nemmeno il giulivo refrain con quella finta svogliatezza che si bea del caos che va a sublimare… allora aggiungiamo il tremolo del violino che annuncia il ritornello e un assolo di hammond a certificare uno dei colpi di genio più eclatanti del rock continentale europeo (un brano che da solo vale come intere edizioni dell’Eurofestival o Eurovision o comunque lo si chiami).
Fuorviante, dicevamo, perché dal singolo – e dal video passato sull’allora Videomusic – tu ti aspettavi un disco di grunge un po’ svalvolato e zac… ti ritrovavi con un percorso a zigzag intorno un filo conduttore tutto attorcigliato. Via torna sì a rockeggiare e distorteggiare a suon di stop&go come se i dEUS fossero dei Pixies destrutturati con in più i guizzi lunatici del violino – ma è quasi figlia unica di madre vedova. Jigsaw You, con i suoi arpeggi lenti e ossessivi, fa addirittura pensare a uno slowcore in nuce (o un post-emo alla Jawbox o Van Pelt). Un bruitismo colto di matrice zappiano-beefheartiana è il segno distintivo di Morticiachair e Mute, mentre la mano dei Velvet più lancinanti si allunga su Let’s Get Lost.
Great American Nude – che avrebbe qualcosa di exotico se qualcuno non cacciasse fuori delle urla e un vocione waitsiano non ringhiasse e abbaiasse in sottofondo – cita la famosa serie di dipinti pop art dell’americano Tom Wesselman. Ma gli accostamenti surreali tra oggetti sonori così diversi e in un certo senso conchiusi sarebbero più che altro piaciuti al pittore della Chiave dei sogni, René Magritte (putacaso, un loro connazionale). A tratti i dEUS potrebbero essere un equivalente rock di uno dei dipinti di Magritte con le famose didascalie (La Trahison des images – ovvero Ceci n’est pas une pipe come tutti lo conoscono): questo (non) è country (Divebomb Jingle), questo (non) è un balletto disco-r&b (Shake your Hips), questa (non) è una ballad (Right as Rain e Secret Hell, con la loro malinconia troppo scabra ed europea), questo (non) è Tom Waits (la title-track). Poi c’è Hotellounge (Be the Death of Me) e qui i belgi dimostrano di saper scrivere una rock ballad sentimentale come-si-deve, con tutte le loro stramberie di velluto (underground) contro carta vetrata e tutti i loro tic sonori post-grunge e lo-fi: l’altro singolo perfetto che rivela la loro gRANDEZZA.
Di quelle stranezze infatti sono ugualmente pieni i dischi che serviranno da conferma a quanto di buono fatto vedere in Worst Case Scenario, e prima di tutto una simpatica sprezzatura e un eclettismo spumeggiante che hanno distinto i capitoli migliori di tutta una carriera. In a Bar Under the Sea unirà canzoni deliziose come Little Arithmetics a uno zapping ispirato tra le atmosfere e le situazioni più disparate. E The Ideal Crash non dimenticherà la vena surreal-anarcoide nemmeno abbracciando volutamente una direzione più lineare, melodica – per i più cattivi, “commerciale”. Imprendibili anche nel momento di maggiore poppaggine, i dEUS. Quando scrivono un pezzo come Instant Street che parte con un riff irresistibile di banjo, e poi si disimpegna tra folk, pop orchestrale, e alla fine infila una coda tutta strumentale di chitarre in ascensione – tra new wave, psichedelia noise, che è una vera goduria – forse figlia del kraut o dei Television (o perché, no, anche dei Thin White Rope di Disney Girl, e sarebbe un merito ulteriore avere reso omaggio con un brano trascinante a un altro pezzo meraviglioso…)
L’emblema di questa versatilità surreale si sarebbe avuto certo in un disco “minore”: l’EP My Sister = My Clock contiene un’unica composizione di venticinque minuti divisa in tredici parti ma era solo l’estremizzazione – potremmo dire a puro scopo dimostrativo – di qualcosa che appariva solo meno compresso in un esordio lungo che il titolo riassumeva con un’ironica antifrasi: “l’ipotesi peggiore possibile”, in realtà uno dei migliori scenari che si potevano immaginare creati da un gruppo esordiente, rimasto un unicum paragonabile ai norvegesi Motorpsycho e a poche altre realtà al di fuori delle solite latitudini anglosassoni.
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