Recensioni

7

Cominciamo dal singolo: The Architect. Pezzo anni Ottanta
d’assalto. Pop rétro cavalcato con arroganza nonostante la scadenza dei
termini del revival. La presa comunque è rapida, arrangiata per grandi
platee sotto forma di funk rock sporcato electro come piace ai
britannici. Convincente quanto l’inedito Barman, l’uomo che alle
ruffianate preferiva il crooning emozionale e il pop-rock adulto.

Il resto dell’album è tuttavia differente, ritorna nei ranghi in un assetto assai migliore dell’interlocutorio Pocket Revolution per il quale vecchi e nuovi fan si erano divisi. Vantage Point cerca infatti di tornare ai fasti di The Ideal Crash,
produzione compatta e soluzioni variegate e di fatto ballate a fine
scaletta che riprendono, convincentemente per giunta, un discorso di
scrittura recentemente incerto. Di più, abbiamo brani decisi, il pane
ideale per le folle affamate dei live, l’eloquente cartina tornasole di
quanto la band non veda l’ora d’andarci a riempire i palazzetti.
Prendete Oh Your God con un Barman che sembra il Cave più affabulatore tra colpi di riff e rasoiate cyber, oppure l’ancora più Nine Inch Nails Favourite Game.
Ricaricate la batterie con la scorsa tournée, i Deus sanno d’essere di
nuovo grandi, in grado di scaldar cuori e fiammelle (pure dei più
scettici) e proprio il successo delle performance dal vivo risulta la
miglior chiave interpretativa del nuovo lavoro: una tracklist
bilanciata suonata da una line-up impeccabile e da un leader pienamente
in controllo del proprio carisma. Un team che non pensa neppure per un
attimo a rischiare, innocuo dal punto di vista dell’innovazione, eppure
proteso allo scarto interpretativo, alla declinazione di linguaggi che
la svolta matura The Ideal Crash suggeriva.

Il corollario è evidente: canoniche rockstar non del tutto bruciate ma decisamente adult,
compromessi per mantenere largo l’audience, vampirizzazione di giovani
ospiti (Lies Lorquet, Guy Garvey degli Elbow, Karin Dreijer Andersson
del duo The Knife) e in definitiva un timone saldo alla faccia delle
scelleratezze di gioventù. In questo solco il lavoro sui registri del
cantante, specialmente nel poker iniziale, ma appunto parliamo di pocket revolutions, di rivoluzioni tascabili, non di tagli netti.

Dicevamo di preferire Vantageal ritorno discografico, lo ribadiamo non tanto per le sottigliezze,
bensì per una tracklist maggiormente incisiva, che alterna dolce a
salato, che non indulge in autocompiaciute poppate agrodolci e
soprattutto per quei famosi brani che dimenticavamo di citare: un
trittico di ballate finalmente degne del passato (Smokers Reflect, The Vanishing of Maria Schneider e Popular Culture), alle quali aggiungiamo una bella opener come When She Comes Down e l’altrettanto incisiva Ethernal Woman, episodi che non avrebbero sfigurato, visti gli archi/synth, nel terz’album. …An ideal Bar beside the Sea.

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