Recensioni

dEUS atto terzo, verrebbe da dire. C’era stata una prima sospensione dell’attività dopo The Ideal Crash del 1999, album che completava a suo modo una prima fase eccellente, tre dischi – il formidabile Worst Case Scenario e il più meditato In A Bar Under The Sea, a cui aggiungerei i ventisei minuti difficilmente definibili dell’EP My Sister=My Clock – pieni zeppi di vampe, svolte, contorsioni, tremori, allucinazioni, sberleffi, attriti e struggimenti. Insomma, c’era così tanta roba da riempire un paio di carriere standard.
Ci vollero però sei anni per il rientro in pista col quarto album Pocket Revolution: eravamo ormai nel bel mezzo degli anni Zero, l’ispirazione e la convinzione non si limitavano certo alla velocità di crociera tuttavia avvertivi la sensazione di un termostato che teneva la temperatura sotto controllo, alla luce di una palpabile maturità e forse di quel po’ di rimpianto per ciò che era stato e che avrebbe potuto essere.
La formazione consolidata attorno ai fondatori Tom Barman e Klaas Janzoons, nuovi il chitarrista (Mauro Pawloski) e la sezione ritmica (Stéphane Misseghers ai tamburi e Alan Gevaert al basso), i dEUS portarono avanti la faccenda con regolarità e una certa intensità, sfornando altri tre album fino al 2012, tutti più che dignitosi ma incapaci di spostare gli equilibri in uno scenario rock già di suo piuttosto titubante. Dettaglio non da poco: furono i loro lavori più gratificanti dal punto di vista del successo, capaci di raggiungere il vertice della classifica di vendita in Belgio e conseguire ottimi piazzamenti in tutta l’Europa del nord, una sequenza idealmente suggellata da un Best Belgian Act agli MTV Music Awards del 2011 per il buon Keep You Close. Fu in quello stato di relativa effervescenza che nel giugno 2012, neanche nove mesi dopo il fortunato predecessore, uscì il settimo album di inediti Following Sea, una prova tutto sommato defatigante ma comunque gradevole. Poi il silenzio.
Durato fino a oggi. Ovvero, quasi undici anni. Fa strano pensarci. Voglio dire, avete notato come ci si abitua facilmente all’assenza di tutto? Di tutti? In quest’epoca di presente organizzato come una riattualizzazione incessante del passato, l’assenza è una qualità effimera, auto-obliterante. Si è attivi e quindi presenti anche in quanto emanazione di ciò che siamo stati, dei nostri artefatti, dei documenti che abbiamo dato in pasto a qualche catalogo. Di conseguenza, la presenza qui e ora non è più un fattore cruciale, è una variabile sempre più debole, eventuale: come rimpiazzarla?
Undici anni di assenza dei dEUS sono anche stati anni di persistenza dei dEUS in quanto memoria attiva, riciclata, reiterata. Oggi i dEUS tornano, ma è come se non fossero mai andati. Non abbiamo sentito realmente il bisogno né avvertito la possibilità di sostituirli con qualcos’altro, ed è questa la sfida più grande che devono affrontare: dare senso a un ritorno svuotato di assenza.
Del resto, per avere una chance di riuscita esiste una sola strategia: fare musica come se fosse un percorso, il nuovo episodio di una storia che solo loro sono in grado di raccontare. Sotto questo aspetto – riallacciare i fili di un discorso interrotto – mi pare che How To Replace It riesca abbastanza bene. Perché dimostra di sapere riavviare il sistema come se davvero tutti questi anni fossero stati un abbaglio, ma al tempo stesso non finge che non abbiano lasciato il segno. È un disco insomma che si porta dentro il lavoro del tempo, un accumulo di scorie, un logorio, uno spostamento del fuoco. Ed è forse questa immersione nel tempo, questo prenderne possesso mentre ti sfugge tra le mani, la risposta alla (non) domanda del titolo.
Le canzoni – una dozzina – suonano vitali e tese come se riannodassero i fili di un discorso appena spento, ma non fanno niente per nascondere quello che è accaduto nel frattempo ai dEUS: diventare dei cinquantenni (più o meno) disillusi, amari e irrequieti, con la carena incrostata e il motore rumoroso, ancora disposti ad affrontare la corrente ma coi propri tempi e le proprie carte nautiche.
Il mestiere è, certo, un ingrediente essenziale, ma utilizzato più come chiave per aprire scrigni che non per spedire ammiccamenti ai fan. Oppure, in altre parole: l’arte varia che venti anni fa costituiva il loro linguaggio, strapazzandolo in un rollercoaster emotivo e formale con pochi eguali, rimane al guinzaglio di un equilibrio spiegazzato ma solido, si muove in bilico tra mezzo e fine – tra espedienti e intuizione – azzeccando un diapason vibrante, con lo sguardo di chi ne ha viste troppe per farsi travolgere ma non abbastanza da non ricavarne emozioni.
Si parte dalla title track che apre la scaletta con un tumulto da taverna (o caverna?) Nick Cave & The Bed Seeds e si atterra tra le fosche inquietudini urbane di Le Blues Polaire (unico pezzo cantato/recitato in francese), passando da una 1989 che chiama un avatar di Leonard Cohen a sciorinare patema wave dance, dalla ballad rappata e fumosa di Dream Is A Giver, dalla veemenza electrowave iniettata industrial dell’aspra Man Of The House, dal valzerone a tinte acide e avvampato gospel di Must Have Been New, dal funky cinematico di Simple Pleasures, da una Cadillac che scozza Depeche Mode, India e Primal Scream, quindi e soprattutto da quella Love Breaks Down che sciorina struggimento piano-voce (più accorato, sobrio contorno) degno della tenerezza malmostosa dell’ultimo Damon Albarn.
I dEUS possono ancora vantare un’impronta ben riconoscibile, vedi quel gusto per arrangiamenti articolati, mercuriali, sfrigolanti, oppure quelle scalette convulse dove le canzoni sembrano sgomitare per incastrarsi e lasciare un segno anomalo, o ancora quel punto di fusione instabile tra rabbia e sberleffo, tra frenesia e trasporto. A rendere peculiare fin da subito questa misticanza indie, noise, folk, jazz, psichedelia e umori mitteleuropei è stato fin da inizio carriera una strana, barcollante vena cantautorale, che oggi – dopo tutta la strada fatta, i pezzi perduti, le parentesi di vuoto, le deviazioni, l’assenza e la persistenza – sembra essersi stabilizzata in una sagoma spettrale ma evidente, a tratti prevalente, per nulla inopportuna.
La sintesi di tutto ciò è una bella notizia: a quasi trent’anni dall’esordio, i dEUS sono ancora piuttosto vivi e significativi.
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