Recensioni

Cosa accadrebbe se resettassimo il nostro cervello? Quale sovrastruttura intaccherebbe per prima la nostra mente? Quale istinto primordiale si scatenerebbe senza alcun filtro? A queste domande cerca di rispondere Povere Creature!, il film di Yorgos Lanthimos tratto dal romanzo di Alasdair Gray. Il vincitore del Leone D’oro 2023 è un film potente, ironico e grottesco, ma soprattutto è un manifesto politico, un’analisi disincantata della società che il regista greco osserva attraverso la lente della fiaba gotica.
Protagonisti sono il dottor Godwin Baxter (Willem Dafoe), un particolare scienziato che si fa chiamare God (Dio), e la sua “creatura”, Bella (Emma Stone), una donna morta suicida a cui è stato trapiantato il cervello del feto che portava in grembo e quindi riportata in vita. Bella è stata cresciuta isolata dal mondo, perennemente oggetto delle osservazioni analitiche del dottor Godwin che, con il tempo, diventa per lei una figura paterna. Rinchiusa in casa proprio come lo sono i tre protagonisti di Kynodontas, film del 2009 in cui Lanthimos mette in scena una dinamica familiare simile: i tre figli senza nome del padre-mostro, dopo aver vissuto isolati dal mondo, iniziano ad avere contatti con l’esterno e a scoprire sé stessi attraverso il sesso. Kynodontas ha altre finalità rispetto a Poor Things, ma anche per Bella le cose iniziano a cambiare quando il suo cervello matura e comincia a confrontarsi con la realtà esterna, prima con il giovane assistente Max (Ramy Youssef) e poi con l’avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo).
Ma, prima di ogni cosa, a stravolgere la sua vita è la scoperta del sesso. Prima attraverso la masturbazione, poi nei rapporti con il signor Wedderbun, con cui fugge a Lisbona per un’ “avventura”, come la chiama lei. Qui Bella Baxter dà sfogo a tutta la sua esuberanza e spiccata libido. In questa fase è cristallina, ingenua e capricciosa come una bambina che si chiede il perché di tutto e tutto vuole esplorare. Il sesso è il campo su cui si gioca tutta la partita di Povere Creature, perché il sesso più di ogni altra cosa mette a nudo le contraddizioni, le ipocrisie, le sovrastrutture sociali che ci condizionano. Nel film è l’istinto primordiale senza il filtro della cultura, è gioia (per usare le parole di Bella), è la Vita. Per questo Lanthimos non rinuncia alla sua rappresentazione cruda e al nudo esplicito, che non è gratuito ma sempre nobilitato, anche in una cornice come quella del bordello parigino.
Certo, Poor Things è una storia universale, ma non è un caso che la storia non intende specificare il sesso del bambino di cui Bella porta il cervello. Perché tutto quanto su scritto è ancor più vero per il corpo femminile, da sempre terreno di scontro di ideologie, di battaglie politiche e sociali, portatore di significati mai autodeterminati ma sempre calati dall’alto, non importa che sia l’uomo o che sia Dio (l’avvocato Wedderbun e il Dio-Godwin, appunto). È santa e meretrice, è madre o figlia, è donna vaginale o clitoridea. Emma Stone, con la sua incredibile recitazione, non si tira indietro nel giocare con il proprio corpo in un ruolo tutt’altro che facile.
La prima cosa che viene in mente guardando Povere Creature è ovviamente il Frankenstein di Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin (proprio come il Willem Dafoe del film). Al di là delle evidenti similitudini, a cominciare dai dettagli biografici dell’autrice (fuggì con Percy Bysshe Shelley in un avventuroso viaggio lungo tutta l’Europa, proprio come Bella), il Frankestein-Godwin è piuttosto peculiare: lui è scienziato e al tempo stesso creatura, visto che lui stesso è il frutto di esperimenti da parte di suo padre. L’opera di Mary Shelley è molto più radicale nel suo essere un manifesto politico e femminista, è vero, proprio perché – come già scritto – a Lanthimos interessa soprattutto l’aspetto sociologico e universale del sesso. Ma Frankestein e la sceneggiatura di Tony McNamara hanno in comune quell’affascinante atmosfera da racconto dell’orrore gotico, che nel film di Lanthimos assume sfumature da fiaba steampunk.
La storia si svolge infatti dapprima in una Londra vittoriana fantastica e visionaria, per poi spostarsi a Lisbona, Alessandra d’Egitto, Parigi e infine di nuovo in Inghilterra. Tutti scenari resi fantastici dall’incredibile lavoro di set design (veri, mica green screen!), dalla fotografia di Robbie Ryan, dalla colonna sonora ipnotica di Jerskin Fendrix e dai bellissimi costumi di Holly Waddington. E poi i marchi di fabbrica di Lanthimos, che qui ripropone carrellate, primi piani, fisheye e chi più ne ha più ne metta. Se nella loro precedente collaborazione (La Favorita) Ryan e Lanthimos prediligevano il grandangolo e movimenti di macchina che si adattavano alla fisicità dei personaggi, qui preferiscono giocare con le lenti mai per puro esercizio di stile, ma per sottolineare i momenti chiave o creare un effetto grottesco. Ad esempio, vengono utilizzate lenti da 16 mm o addirittura 4 mm su una camera da 35 mm, creando così una sorta di ritratto enfatizzato dagli sfondi pittoreschi.
Più il cervello di Bella matura, più si fanno acute le sue riflessioni. E così si ritrova ad affrontare le disparità sociali ed economiche, portate nella cornice di Alessandria d’Egitto, e poi l’impegno politico e militante a Parigi con il sex work (Sono il mio mezzo di produzione!), il cui discorso ancora una volta sa essere universale e valido per il mondo del lavoro in generale. L’unica cosa che manca del percorso di crescita di una donna è il ciclo mestruale, ma nel romanzo – a differenza del film – viene spiegato che Bella non può più avere figli. Questa seconda parte della pellicola è quella in cui Lanthimos rallenta un po’ il ritmo (sarebbe potuto durare un po’ meno), ma è anche quella che contiene una novità assoluta per il regista greco, che solitamente nelle sue storie scivola pian piano verso il cinismo, l’impotenza, le domande lasciate senza risposta. La storia di Bella è invece raccontata con un piglio più esuberante ma soprattutto più fiducioso e positivo.
Chi è fan di Lanthimos magari sentirà la mancanza di quella sensazione di vuoto esistenziale tipica dei suoi finali, accentuati dal fatto che tutte le storie, anche quelle di fantascienza come The Lobster, erano inserite in una cornice realistica che rendeva più vicine allo spettatore le angosce dei protagonisti. Poor Things, con la sua atmosfera fiabesca e creature mostruose, pone una certa distanza in più. Ma questo non può essere considerato un limite, è solo la personalissima sensazione di chi scrive.
Lo hanno definito una Barbie punk in viaggio nel mondo reale, ma Povere Creature! è molto più universale. Prima di tutto perché i Ken di questo mondo non sono affatto simpatici, anzi, nonostante anche loro vivano un percorso di cambiamento e di crescita. Ma soprattutto perché Bella è tutti i nostri istinti, è la voce fanciullesca che abbiamo dimenticato, è ciò che non abbiamo più il coraggio di essere. Cosa che, sia chiaro, né depotenzia il messaggio femminista del film né rende Bella una mera fantasia sessuale dello sguardo maschile, ma anzi lo rende ancora più interessante.
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