Recensioni

L’artista trova la via per ritornare dal mondo della fantasia alla realtà, poiché grazie alle sue doti particolari trasfigura le sue fantasie in una nuova specie di “cose vere”, che vengono fatte valere dagli uomini come preziose immagini riflesse della realtà
Sigmund Freud, Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, 1911, p. 458
Capita spesso di leggere l’altisonante nome di Sigmund Freud quando ad essere descritta è una qualsiasi versione de L’isola dei morti (1880 – 1886), dipinto-cardine del Simbolismo tedesco ad opera di Arnold Böcklin. Questo perché, tra le molte interpretazioni e re-interpretazioni che sono state fatte del quadro, la riflessione di Freud sulla natura intrinseca dell’artista rimane una delle più affascinanti e pertinenti. Dietro la calma ipnotica di quell’isola situata in mezzo al mare, con i suoi cipressi e le sue camere sepolcrali, così simile al Cimitero degli Inglesi di Firenze o all’isola di San Giorgio in Montenegro, si nasconde un mondo ricco di sogni, incubi, sensazioni e significati.
Böcklin invita a non avere (troppa) paura, ad “entrare”, a compiere da vivi un viaggio nell’Aldilà, lo stesso di cui centinaia di anni prima scrisse Dante: il riferimento all’Inferno è situato nella piccola imbarcazione dipinta nei pressi dell’isola; sopra di essa spiccano due figure dai tratti umani, a poppa (Caronte, il mitologico traghettatore di anime) e a prua (un’anima). Esattamente come il Poeta, Böcklin è tornato «dal mondo della fantasia alla realtà» per raccontarci cosa ha visto.

Il «mondo della fantasia» di Hayao Miyazaki, quello da cui è tornato per restituircelo in «preziose immagini riflesse della realtà», non è diverso da quello creato dal pittore svizzero. Basti vedere alla versione italiana del manifesto de Il Ragazzo e l’Airone (Kimi-tachi wa dō ikiru ka, lett. E voi come vivrete?), che ritaglia uno dei suoi momenti più importanti.
Mahito, il giovane protagonista del film, è alla ricerca di Natsuko, sua matrigna nonché sorella minore della madre defunta (è morta in un incendio a Tokyo); la “nuova mamma” – incinta – è scomparsa durante la mattina. Guidato da un airone cenerino parlante, il ragazzo si addentra nella misteriosa torre situata vicino la grande casa di campagna in cui si è trasferito poco tempo prima (la capitale è sott’attacco, la Seconda Guerra Mondiale imperversa, il padre è spesso assente perché lavora come ingegnere per l’aeronautica militare).
L’ingresso della torre è nascosto nelle sue fondamenta e ha l’aspetto di un lungo e buio corridoio con le pareti ricoperte di libri. Il tunnel è anticipato da un arco, sopra il quale è inciso il versetto dantesco «fecemi la divina potestate» (= sono opera del Padre); nella Divina Commedia è la frase che Dante legge sulle porte dell’Inferno (Inferno, Canto III). Proseguendo nei meandri di quel luogo misterioso, con il coraggio in una tasca e la curiosità nell’altra, Mahito si ritrova in un gigantesco mondo sotterraneo fatto di mari, barche, uccelli, spiriti, vento e isole: tra queste ce n’è una che è la riproduzione dell’Isola dei morti di Böcklin (e si vede nel sopracitato manifesto).

A dieci anni da quello che era stato annunciato come il suo testamento artistico, Si alza il vento (Kaze Tachinu, 2013), Hayao Miyazaki è tornato nelle sale con un altro film ultimo, ma in molti più sensi. Mahito è un ultimo tra i compagni di classe (trasferendosi ha cambiato scuola e per questo viene bullizzato), è l’ultimo del suo albero genealogico (forse per poco) e quello che deve compiere è un accenno al viaggio ultimo a cui tutti siamo destinati; infine, cosa non di poco conto, la sua storia rappresenta l’ultimo viaggio nel «mondo della fantasia» per il Maestro (almeno nell’idea, dato che sono già spuntate delle dichiarazioni su progetti futuri).
Mahito – una parola che significa «sincero» – ha sulle spalle il peso di essere l’ultimo arrivato, perciò è colui ha meno strumenti per capire e seguire le regole dell’esistenza. Ma Miyazaki, la cui intera carriera è un’ode alla giovinezza, sa che essere ultimo prima o poi significherà anche essere primo perché la Vita è così, un cerchio che parte e riparte senza sosta (infatti nell’Aldilà de Il Ragazzo e l’Airone il Tempo non è lineare).

In superficie Il Ragazzo e l’Airone è un’opera sull’elaborazione del lutto e sulla Morte, che poi è una costante del cinema di Miyazaki. In tal senso è chiaro Miyazaki – 10 anni di magia di Kaku Arakawa (2019), documentario ad episodi della rete giapponese NHK (in Italia è su Sky Arte). Qui il Maestro si rivela un burbero tabagista che «non è bravo con le persone». Nonostante ciò si apre sulla malattia dell’amata-odiata madre (che “tiene in vita” raffigurandola in ogni film), sul senso di colpa ereditato dal padre (contribuì alla fabbricazione dei caccia “Zero”, gli stessi che sono al centro di Si alza il vento), sul difficile e conflittuale rapporto col figlio Gorō (anche lui regista dello Studio Ghibli) e sulla paura del tempo che passa.
Però Il Ragazzo e l’Airone, pur avendo le caratteristiche di un film della senilità, non è chiuso dentro le ossessioni del suo autore. Certo è pieno di auto-citazioni (struttura, tematiche, design, snodi narrativi), ma l’attenzione deve andare invece sulle citazioni e la finalità. Così facendo si scopre che l’ultimo film di Hayao Miyazaki è ancora più testamento del precedente e che in profondità è un’opera sulla Vita, perché solo in prossimità della Morte si apprezza davvero la bellezza dell’essere vivi.

Ma che cosa vuol dire vivere per il Maestro giapponese? Casualità ha voluto che nelle sale italiane uscissero (quasi) contemporaneamente Il Ragazzo e l’Airone e Perfect Days, l’ultimo bellissimo film di Wim Wenders. Al di là del paese in cui sono ambientati (Giappone), le due opere condividono l’idea che esistano «tanti mondi su questo mondo» – è una delle poche battute dell’addetto alle pulizie Hirayama, il protagonista di Perfect Days interpretato da Kōji Yakusho – ed è un modo per dirci che ognuno di noi è “un mondo su questo mondo”, che ognuno di noi ha la possibilità di scegliere la Vita che preferisce.
E come Wenders ha sfruttato la “vita come tante” di Hirayama per parlare di sé (la passione per la musica in analogico, la letteratura, la fotografia, il giardinaggio), Hayao Miyazaki ha disegnato un Aldilà a sua immagine e somiglianza, arricchendolo di riferimenti visivi complessi che spaziano dalla pittura (romanticismo, surrealismo, simbolismo, futurismo, pittura tradizionale giapponese) al cinema dei grandi autori; per esempio, vengono citati film come 8 e 1/2 di Federico Fellini (1963) e Biancaneve e i sette nani di Walt Disney (1937). Entrambi i registi descrivono il «mondo» che contengono ed elogiano una Vita dedita alle Arti, rinnovando l’appartenenza al gruppo di coloro che “trasfigurano le proprie fantasie in nuove cose vere” (e torniamo a Freud e al dipinto di Böcklin). Ad essere importante però è lo scopo di queste «nuove cose vere».

Il commovente messaggio contenuto ne Il Ragazzo e l’Airone – come anche in Perfect Days – è di imparare a vivere grazie all’aiuto di chi ci precede (e di chi ci ha preceduto), per tramandare poi il sapere acquisito a chi ci seguirà. Il senso ultimo del Tutto sta nell’accettare lo scorrere della Vita e nell’aprirsi all’Altro, nell’avere una relazione profonda con il mondo che abitiamo e i molti «mondi» che ci circondano. In particolare, il giovane Mahito lo capirà sia attraverso il viaggio dantesco che Miyazaki ha pensato per lui sia attraverso gli insegnamenti di un misterioso “creatore di mondi” che incontrerà sul suo cammino (che non è IL creatore ma un lontano parente… al via le scommesse su chi possa rappresentare questo personaggio).
Con quest’ultimo capolavoro Hayao Miyazaki affronta di petto le proprie colpe (l’essersi chiuso anche agli affetti più cari) e ci lascia una possibile risposta alla domanda posta nel titolo originale E voi come vivrete?. Esattamente come i grandi artisti che l’hanno formato e a cui fa costantemente riferimento, il Maestro giapponese ha scoperto un antidoto alla (sua, nostra) paura della Morte, un antidoto che ha deciso di consegnare nelle mani delle generazioni future. Non a caso ha dedicato Il Ragazzo e l’Airone a suo nipote.
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