Recensioni

Questa è la mia spiegazione, cioè sì, è la storia di quello che è successo. Io da un po’ di tempo me ne stavo per conto mio, ero diventato un tipo solitario, annoiato, non avevo niente da fare tutto il giorno e così ho cominciato a pedinare…
Ossessione e passione sono da sempre due degli elementi fondamentali dai quali partire per andare a ritroso e sviscerare la poetica di Christopher Nolan, che già dal suo film d’esordio, l’affascinante Following (1998), dimostrava una predilezione per quella sorta di follia controllata non ancora sconfinata in pazzia, una curiosità giunta alle soglie della morbosità, capace di catturare la mente di un soggetto, un protagonista chiamato a raccontare la sua versione della storia, a fornire la propria spiegazione di eventi assolutamente casuali eppure perfettamente strutturati.
È l’ossessione e il ricordo vivido e passionale della moglie a muovere le azioni e generare il senso di colpa perenne del Leonard Shelby di Memento (2000), opera cardine e paradigmatica di tutto il cinema nolaniano a venire, allo stesso modo in cui il Will Dormer di Insomnia (2002) non riesce proprio a chiudere occhio dopo aver inavvertitamente (?) ucciso un collega, o ancora si pensi alla quest senza pace né redenzione del Bruce Wayne della Trilogia del Cavaliere Oscuro (2005-2012), condannato a convivere con un senso di colpa infantile e per questo insuperabile.
Ossessione, passione e desiderio di vendetta sono poi i temi pulsanti di quella che è l’opera più compiuta del regista, The Prestige (2006), dove questi stessi temi vengono spinti fino al loro punto di non ritorno, quando cedono il passo a una follia snaturante e che disumanizza completamente Robert Angier, ormai ridotto – letteralmente e metaforicamente – a simulacro di se stesso.

Restare umani, rimanere ancorati a quell’empatia spesso offuscata dal freddo calcolo, dalle macchinazioni logiche della mente, dal mero raziocinio che è in grado di distinguere ciò che dovrebbe essere da ciò che vorremmo fosse. Sembra essere questo il grande monito del cinema di Christopher Nolan, una tortuosa e articolata esortazione a rimanere il più possibile ancorati alle passioni (fermandosi un passo prima dell’abisso) per non perdere contatto con l’altro, sia esso un amico di vecchia data o l’umanità intera.
Dopo averci mostrato l’abisso con un protagonista replicante ormai privo di qualsiasi umanità (The Prestige), il cinema nolaniano mostra sempre più apertamente la chiave di lettura fondamentale tramite cui risolvere di volta in volta i dubbi e le paure di chi popola le sue storie; il Dom Cobb di Inception (2010), il cui amore verso i figli è determinante nel lasciarsi alle spalle il senso di colpa per la morte della moglie, quello stesso amore che eleva il Cooper di Interstellar (2014) da padre di famiglia a dio/padre dell’intera specie umana, o come il senso del dovere identificato come atto d’amore verso la propria terra, e quindi verso i propri figli mandati oscenamente a morire sulle spiagge di Dunkirk (2017).

Se con Tenet l’ossessione per l’olocausto nucleare aveva raggiunto la sua dimensione più arzigogolata e giocosa dove le pedine messe in campo non avevano più nemmeno un nome ma erano ridotte a mera funzione narrativa (protagonista-antagonista-aiutante-personaggio in pericolo) e a puro senso dello spettacolo, con Oppenheimer Nolan porta quello stesso tipo di ambizione su un terreno in grado di sublimarne in maniera illimitata il senso e la portata. Il terreno della Storia, come già nel 2017. Stavolta, però, scegliendo di non nascondersi dietro varie figure senza nome, ma prendendo a paradigma la figura umana e poi mitica di Robert J. Oppenheimer, l’uomo a capo del Progetto Manhattan che ha reso possibile lo sgancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945. Non più La terra, Il Mare, Il cielo come piani narrativi in grado di restituire l’ossessione del suo autore per le varie strutture del tempo e dello spazio, ma Fissione e Fusione come due facce di una stessa medaglia, come la natura soggettiva e oggettiva di una realtà tangibile e sfuggente a un tempo.

Apparentemente lontano dai suoi leitmotiv più noti e di cui abbiamo parlato poc’anzi, Oppenheimer è invece un film che trasuda tutto quello che il regista angloamericano ha messo in scena e raccontato fin dal suo esordio, dove il senso di colpa qui è come un peccato originale dal quale non si può più tornare indietro. La macchina da presa è costantemente puntata sullo sguardo fisso e atterrito di Cillian Murphy che scruta e ammira l’abisso con il terrore di chi sa di aver ceduto in maniera sconsiderata alle proprie ossessioni e di averle indirizzate verso una reazione a catena in grado di annientare l’esistenza stessa (e in controcampo le futili macchinazioni di vendetta del Lewis Strauss di un monumentale Robert Downey Jr.).

Più del delirio di onnipotenza, ad atterrire l’Oppenheimer di Christopher Nolan è il suo essersi reso conto – probabilmente troppo tardi – della sua ineluttabilità. Lo conferma anche la sua amata citazione del Bhagavad Gita, «Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi», dove l’espressione Morte può trovare anche un’altra traduzione, forse più consona, ovvero Tempo. Con la consegna dell’ordigno atomico, Oppenheimer è davvero diventato Tempo, ineluttabile e imparziale. Il non sapere quando fermarsi e scendere dal cavallo delle passioni è uno dei rimpianti primari del protagonista (sia per quel che riguarda la bomba sia sul lato sentimentale), che una volta resosi conto dell’errore e averne portato il peso per tutta la vita, non può fare altro che chiudere gli occhi pur sapendo di non poter più dimenticare ciò che ha visto e conquistato.
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