Recensioni

Sono in giro dal 1994, i Deerhoof, ma chi scrive, pur seguendone a pezzi e bocconi la lunghissima carriera discografica, non aveva mai avuto modo di vederli dal vivo. Complice un video di un’intervista con showcase incluso per la radio KEXP dove la band faceva faville sette mesi fa, mi sono preso il coraggio in mano e di martedì sono partito in auto da solo per un’ora di tragitto all’andata e una al ritorno, con il lavoro che chiama il giorno dopo, come per tutti. Aggiungo questo banale dato biografico semplicemente perché, finito il concerto e ancora oggi, ero e sono entusiasta e convinto che ne sia assolutamente valsa la pena.

Resta un segreto riservato a pochi gruppi, o forse solo a loro, quello che permette di distillare una formula che coniughi alla perfezione appeal catchy, urgenza punk, piglio hardcore,ruggini noise, cantabilità, eclettismo, freschezza, imprevedibilità: tutti frutti di una creatività libera che viene frullata in canzoni brevi che hanno la densità di un’enciclopedia. Come dicono loro in esergo a Breakup Songs del 2012, noise jingles for parties. Si spazia da fragranze che profumano del miglior indie-rock (My Lovely Cat!, un pezzo che ti si stampa letteralmente in testa) a imprendibili stramberie che suonano come micro sinfonie elettriche (Jet-Black Double-Shield, due minuti di follia) a numeri post-punk arzigogolati eppure a presa rapida (Momentary Art Of Soul!) che potrebbero far pensare a The Ex e che a un certo punto paiono incantarsi in un loop sfasato e prodigioso dove basso e batterie scandiscono cadenze sfasate a sorreggere il lavoro infernale e inesorabile delle chitarre di John Dieterich e Ed Rodriguez.

Deerhoof
Deerhoof live al Locomotiv Club, foto di Carlo Vergani (2024)

Da doppia sottolineatura anche Scarcity Is Manufactured, dal penultimo album, Actually, You Can (Joyful Noise, 2021), dove il lavoro certosino delle sei corde ricorda qualcosa di cubano (El Manisero, un son che è uno dei marchi di fabbrica della musica cubana nel mondo) o addirittura La Bamba : questi umori latini però sono portati a spasso su una giostra che mescola bubblegum-pop, esplosioni hardcore, guizzi noise. Fanno drizzare le antenne anche le continue invenzioni di Plant Thief (dallo stesso disco), dove su un groove incalzante di batteria crescono come edere soluzioni continue, riff tra lo psichiatrico e il giocoso; come in un asilo per monellacci o una casa di correzione per incorreggibili la musica del quartetto di San Francisco sfugge al galateo, alle regole, devia costantemente dal prevedibile e dal già sentito: che dire ad esempio dei colpi all’unisono che precedono il finale del pezzo?

Puro genio. Come quello che straborda da ogni spigolo di Love-Lore 2 (l’album è Love-Lore, del 2020), che accredita tra gli autori il compositore argentino Mauricio Kagel, Raymond Scott e si apre con il tema di Knight Rider, in Italia Supercar.

Deerhoof
Deerhoof live al Locomotiv Club, foto di Carlo Vergani (2024)

Il cantato (talvolta in giapponese, idioma prescelto per tutte le canzoni del loro ultimo Miracle-Level, uscito l’anno scorso) di Satomi Matsuzaki dona un tocco di esotismo alla pietanza cucinata da questi cuochi pazzi, che trafficano con strane polverine e ridono mentre osservano le loro creazioni gonfiarsi e sgonfiarsi in forme bizzarre al fuoco di una libertà che se ne sbatte di qualsiasi definizione e barriera. Citazioni colte, arie liriche barocche di Handel (“Disserratevi, o porte d’averno”, che dà la possibilità al batterista Greg Saunier di provare la gioia di dire per la prima volta questo titolo in italiano), bagliori Beach Boys, i segnali morse di Paradise Girls (da La Isla Bonita, un lavoro del 2014): ogni pezzo del concerto meriterebbe di essere citato. Davvero notevole il dialogo tra le due chitarre, già affinato dai musicisti in progetti di grande interesse: chi seguiva le vicende dell’avant-rock che veniva dal post-hardcore di qualche tempo fa magari li ricorderà, sebbene fossero ai margini dell’impero: Colossamite, Iceburn, Gorge Trio.

Memori della lezione appresa durante la militanza in quelle seminali band, dove affrontavano con spericolata attitudine jazz la lezione dell’hardcore e del post-punk, i due chitarristi mostrano orecchie spalancate, mente aperta, grande talento e capacità di sfornare a getto continuo riff memorabili, affilati, acidi e sghembi, con una vulcanica creatività che lascia francamente ammirati. Sfrenato il batterismo di Saunier che con un set assolutamente minimale (cassa, tom, rullante, un piatto) non molla mai di un millimetro e crea il terremoto in canzoni che sono già saltellanti e schizofreniche per natura.

Volendone citare un’ altra ancora, ecco This Magnificent Bird Will Rise, un’altra sarabanda di invenzioni a getto continuo dove anfetaminiche svisate alla Hella convivono con cantilene infantili e cavalcate che ricordano gli Oneida. L’alchimia creata è perfetta, si avverte che la band è rodatissima dal vivo e si diverte, come fa il pubblico accorso nel club bolognese per questo ritorno in città dei quattro di San Francisco. La prossima volta che ricapitano in Italia non commettete l’errore di perderli: i Deerhoof dal vivo sono un’esperienza.

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