Recensioni

7.2

C’è sempre stato un elemento paradossale nella musica dei Deerhoof, con quel suo fluire da cui emergono elementi disparati offerti all’ascoltatore a volte senza un vero centro, spiazzandolo. La scelta, in queste trame sonore, è sempre stata quella di far compenetrare gli elementi antitetici, oppure dividerli in compartimenti all’interno di uno stesso brano o nella tracklist. La cosa davvero particolare è che questa complessità molto simile alla schizofrenia ha sempre creato un dialogo interessante tra la band e chi ascolta: c’è questo scambio di coraggio misto a divertimento (come non vedere nei Deerhoof degli sperimentatori? E al netto di ciò, come scindere questo lato avventuroso da quello cazzone-goliardico-giocoso?) che non si percepisce solo nei suoni, ma anche nell’attitudine. Si sente che si stanno divertendo, e che lo fanno in maniera complessa: eppure non cadono mai nell’autoreferenzialità. E all’ascoltatore questo arriva. Che poi per essere ascoltatori dei Deerhoof siano necessarie di certe dosi di passione per sonorità laterali o di – ahem – una forma mentis simile a quella dei matti, questo è un altro discorso.

Attenzione però: il solito elogio del coraggio che crea dischi belli a priori è un’ingenuità che non vale per loro. I motivi sono due: hanno già dimostrato la loro originalità sul campo e, comunque, volenti o nolenti, più si alza l’asticella dello sperimentalismo più è facile scadere nella noia, se la qualità (o quantomeno la particolarità della proposta) non è elevata, tesa, vibrante. Qui occorre fare una precisazione: l’ultimo Deerhoof prosegue sulla strada tracciata dai recenti dischi “melodici”. Album che possono essere considerati pop solo se messi a confronto con quelli del passato della band, e che – e qui si torna alla sperimentazione – mantengono una dose di eccentricità pronunciatissima. Il laboratorio-Deerhoof è ancora aperto in quanto la band non si lascia sopraffare dal pop ma lo piega, anche qui, alla propria identità. È una sfida vinta perché (e forse soprattutto) nonostante la formula si conosca a memoria, c’è sempre qualcosa di interessante, di riuscito: un azzardo portato nella giusta direzione.

La battaglia tra melodia e sperimentazione, che in altre band trova sempre forme manichee, qui è un blocco unico: più che due rette che a volte si toccano, questa musica è raffigurabile come un calderone. A oscillare è solo il modo in cui la qualità trova vie astruse per arrivare all’ascoltatore: la strumentale God 2 con i suoi groove che si alternano tra il tecnologico e lo zuccheroso, lo spettro di tUnE-yArDs sparso qua e là, le chitarre ritmiche a metà strada tra no wave e bubblegum (ed è davvero possibile tutto ciò?), i coretti, i blues scheletrici in apnea, l’adrenalina (Exit Only), il cubismo di canzoni spezzettate e rimontate su un corpo pop esploso in un caleidoscopio. Il tutto a mollo in arrangiamenti quasi progressive (eppure mai prolissi).

Lunga vita ai Deerhoof, dunque: per carità, non il loro disco migliore, ma gente in giro da vent’anni con questo carisma è difficile da trovare.

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