Recensioni
Undicesimo album equivale difficilmente a freschezza. I Deerhoof hanno bisogno di forzare la mano per sembrare ancora quelli per cui li conosciamo, inesauribili iperattivi miniaturisti di arrangiamenti catchy e up. Frizzanti ed eccessivi. Escamotage su tutti, qualche drum machine e logico lavorio di complessità – mai i Deerhoof hanno usato il rasoio di Ockham – dentro il mondo zuccheroso e semplice dell’elettropop e trucchetti hype bombastici alla Sleigh Bells (la title-track).
Il gioco funziona quando la scatola pop tiene, il pop, da loro osannato come faro, orizzonte accogliente, arena dove scatenare le californianissime tentazioni di cambi di tempo e progressioni. Greg definisce il disco “Cuban-flavored party-noise- energy music” (definizione perfetta per The Trouble With Candyhands), ma aggiunge: “pop has always marked the spot on the Deerhoof treasure map.” Ancora una volta, il pop è mappa del tesoro per aprire lo scrigno della decostruzione. Vorremmo sottolineare una cosa: il pop è sì una chiave inglese con cui montare e smontare le canzoni, ma è anzitutto un accordo tra chi suona e chi ascolta. Devono trovarsi su un territorio comune, pena l’impossibilità di essere “popolari”. Suona un po’ come provocazione, se, seguendo un brano, il suo sconvolgimento non è avvincente ma un vezzo. Funziona meglio quando decostruiscono There's That Grin, secondo un approccio che ricorda la destrutturazione dancey dei primi Battles.
Nonostante la fedeltà al cut-up, i Deerhoof non sembrano in Breakup Songs difendere così strenuamente l’attaccamento anche un po’ paranoide al proprio stile, a cui di certo non rinunciavano in Deerhoof VS. Evil. Non che si mettano in gioco rispetto a esso, ma sembra sia iniziato un percorso di alleggerimento, il che vuol dire essere presi meno sul serio. Non ci vediamo contraddizione rispetto alla maturità, ma raccogliamo semmai la buona notizia.
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