Recensioni

Alcune volte è proprio il caso di dire che non importa affatto il tempo che passa. Per i Deerhoof sembra un dettaglio del tutto trascurabile e in alcun modo capace di scalfirne minimamente la creatività e una carriera che, al netto di alcuni fisiologici cali d’intensità, risulta nel complesso mirabile. A ben 28 anni dall’esordio The Man, the King, the Girl del 1997, la storica indie rock band statunitense continua a diffondere quel sound ogni volta spiazzante e atipico, un mix di pop disintegrato a colpi di sincopi ritmiche, prese e rilasci continui, aperture melodiche incasinate da tagli dispari, stacchi inaspettati e intrecci chitarristici intenti a pescare con disinvoltura da un serbatoio infinito di idee.
Se il precedente Actually, You Can del 2021 fotografava un gruppo rinato e in ottima forma, il nuovo Miracle-Level riesce persino a farlo apparire ringiovanito, così determinato a perseguire una visione tanto imprevedibile ma perfettamente centrata in una scaletta coesa e stavolta interamente cantata in idioma nipponico. Il gioco dei contrasti avventurosi continua a essere un marchio di fabbrica di Satomi Matsuzaki, Ed Rodriguez, John Dieterich e Greg Saunier, eppure arriva con una naturalezza sorprendente a economizzare la follia con un perfetto senso della forma canzone.
Se il presentimento iniziale è che possa succedere veramente di tutto, poi ci si accorge quanto il risultato sia una scelta calibrata che considera il concetto di dissonanza come stato mentale e filosofia di vita. Un’energia in constante trasformazione che disintegra canzonette traviandone la leggerezza a colpi di cerebralità. La storia che ci raccontano stavolta i Deerhoof avanza dai momenti migliori di Apple O’ e Milk Man con stacchi continui ad abbracciare aperture armoniose (Sit Down, Let Me Tell You a Story), storpiature dei ’70 assaltati con sincopi fulminanti (And the Moon Laughs) o anche – perché no? – funk grigio a scorrere su matematiche dispari (Phase-Out All Remaining Non-Miracles by 2028).
Calma e disincantata in mezzo alla tempesta, la vocalità Matsuzaki evidenzia l’ossatura di melodie sixties che ammorbidisce evocando i Blonde Redhead di Misery is a Butterfly riletti dalle Cibo Matto (And the Moon Laughs, Wedding, March, Flower e The Little Maker), si disperde in swing malinconico (The Poignant Melody), ma nondimeno sprofonda in pura schizofrenia jazz rock, tutta slanci psichedelici e ossessioni à la Aids Wolf (Momentary Art of Soul!).
Poi ci sono anche i Colossamite reincarnati di Jet-Black Double-Shield e quello zuccherino indie rock di Everybody, Marvel con la sua armonia piena un po’ Swirlies e un po’ Silkworm. Il tempo non esiste al cospetto di un’ottima prova come questa.
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