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7.5

I Deerhoof hanno sempre cercato di andare oltre i già difficilmente intercettabili confini del loro suono di per sé innovativo, ma che nel tempo si è pur diluito in uscite meno decisive (vedi i mediocri La Isla Bonita e Breakup Song o il non troppo a fuoco The Magic). Un approccio che negli ultimi anni ha portato Satomi Matsuzaki, Ed Rodriguez, John Dieterich e Greg Saunier da un lato verso soluzioni più organiche (Mountain Moves) e dall’altro a riscoprire la bassa fedeltà (Future Teenage Cave Artists), pur sempre senza farsi mancare la possibilità di devastare pezzi altrui, come nelle suite che mashuppavano assieme Voivod, John Coltrane, Karlheinz Stockhausen, Police, Silver Apple, Gary Numan nell’album Love-Lore.

Uscite dignitose che mostravano come fosse ancora fecondo quel serbatoio di idee che li tiene in pista da oltre venticinque anni, ma troppo spostate o verso una normalizzazione meno originale, oppure dalle parti di una stravaganza che non ricadeva mai compiutamente come un tempo. Prendendo in prestito il titolo di una loro recente canzone, pareva di trovarsi al cospetto di una slow motion detonation troppo rallentata per lasciare il segno, oppure, rubando le parole di Edoardo Bridda per la recensione del sopracitato Future Teenage Cave Artist, le cose sembravano sempre più «il prodotto di un quartetto in liquidazione rispetto ai propri stessi elementi fondativi».

Con il nuovo Actually, You Can la band ha invece trovato nuove certezze ripescando i fasti di ottimi lavori come Apple O’, Milk Man o Offend Maggie, ma con una rinnovata consapevolezza. Sì, perché il quartetto torna ad affastellare nevrosi tanto melodiche quanto esacerbate da raptus fulminanti e da inaspettati barocchismi a scatole cinesi in un lavoro perfettamente compiuto e dirompente: gli incroci di chitarra di Rodriguez e Dieterich viaggiano indomabili, il lavoro di Saunier dietro le pelli è notevolissimo e Matsuzaki colpisce con una delle performance vocali migliori di sempre.

Eccoli, quindi, in grande spolvero a tritare melodiette devolute in un magna di cervellotiche circonvoluzioni chitarristiche (Be Unbarred, O Ye Gates of Hell, Department of Corrections), sketch spagnoleggianti ultrafuzzati (Scarcity Is Manufactured) e perfetti slanci angolari dal sapore now wave (Plant Thief). Non meno convincenti quando tirano il fiato lanciandosi in arpeggi magnetici (We Grew, and We Are Astonished) e sincopati (Our Philosophy Is Fiction) o quando intercettano dinamiche à la Enon (Epic Love Poem) e deturpano funk stralunati (Epic Love Poem). Il perfetto mix di indie obliquo, post rock e brutal prog à la Flying Luttenbachers di Divine Comedy chiude il lavoro di una band che dopo tanti anni torna a fare scuola.

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