Recensioni

7.3

Attenzione! Qui si parla del nuovo disco di una band che non c’entra nulla con nessuno, ovvero dei Deerhoof: Satomi Matzusaki, John Dieterich, Ed Rodriguez e Greg Saunier già l’anno scorso con The Magic ci avevano fornito l’ennesimo saggio di come la musica con chitarre più o meno indipendente potesse ancora vivere di tensioni e infiltrazioni rinfrescanti. Mountain Moves è un disco che, a livello organizzativo, presenta due elementi in più, da questo punto di vista: un pugno di cover (Staple Singers, Bob Marley, Violeta Parra) e ospiti niente male (Matana Roberts, Juana Molina e Laetitia Sadier, tra gli altri). I Deerhoof sono un fiore che cresce sullo stesso terreno di un Arto Lindsay o dei Liars, per la capacità di vivere sul filo tra stonatura, regolarità e immissione di novità nel proprio DNA sonoro. Ma la cosa bella è che la loro forma è unica, inimitabile. In un solo suono convivono la giocosità bambinesca e il sudore del college rock, qualcosa di avanguardistico e artistico e la bellezza cristallina della melodia, la raffinatezza tecnica dei musicisti e il contrasto tra la voce nipponica e una musica così statunitense di origine. Non si capisce mai se si tratti di stranezza o di normalità. Ogni canzone, anche nella struttura e nell’andamento più regolari, al suo interno presenta delle storture mascherate, delle micro-deviazioni che fanno un duplice lavoro: evitano al massimo il rischio di manierismo, di trucchetto fatto per coprire la mancanza di ispirazione e, dall’altro lato, trasmettono sempre l’idea di avere a che fare con qualcosa di vivo.

Quante volte abbiamo ascoltato dischi legati alla parte oscura del rock e pensato a quanto la follia fosse qualcosa di negativo, di traumaticamente generato? Coi Deerhoof – arrivati al ventitreesimo anno di attività e al quattordicesimo disco lungo in studio – avviene il contrario. Pezzi come Con Sordino e I Will Spite Survive sono esempi di indie rock venato di punk e pop con la giocosità della malattia mentale, come se qualcuno avesse adibito un Luna Park a centro di igiene mentale. E poi ci sono strati su strati: si sente che lì sotto c’è anche la politica, l’elemento sociale, a livello tematico. E più sotto ancora, però – in un rovesciamento radicale di campo – c’è il battito della band, quel basso e quella batteria che rappresentano un elemento non solo funzionale alla parte ritmica, ma anche di cromatura. Al di là di questo, ciò che rende i Deerhoof una delle band migliori al mondo oggi è la capacità di scelta (strano, per gente così folle), come in Come Down Here & Say That con Laetitia Sadier degli Stereolab, in cui si percorre un midtempo storto e quasi latineggiante che viene spesso trafitto dalle tastiere, lasciando di tanto in tanto pochi elementi sulla scena, a volte anche più del dovuto, ma senza superare mai il limite. In questo, la band è l’esempio in musica pop del cinema di Lynch nella definizione che ne dava David Foster Wallace.

Le derive dei Deerhoof non sono solo interne ai singoli brani: sono anche una filosofia che muove la scaletta. Si passa infatti dal rock’n’roll iper-classico di Freedom Highway (cover degli Staple Singers che diventa qualcosa di più possente, perdendo in respiro politico e guadagnando in guasconeria) al pop quasi scemo e irresistibile di Singalong Junk, al funk totalmente inaspettato di Your Dystopic Creation Doesn’t Fear You (con Awkawafina) che poi viene falcidiato dalle chitarre. Le bellissime chitarre dei Deerhoof, che meritano un capitolo a parte, per la loro capacità di inserirsi sempre al momento giusto e lasciarsi trascinare via quando è ora di cambiare improvvisamente registro.

Non c’è un pezzo brutto, in questo disco. L’unica pecca è la quasi inevitabile dispersione di idee a discapito della coerenza, soprattutto in relazione al precedente album, in cui le cose stavano assieme in maniera più decisa. Ma sinceramente, pur di poter godere di perle come quelle citate, si fa un sacrificio. Anche perché i Deerhoof, per assurdo, potrebbero essere qualsiasi band di qualsiasi genere e fare sempre la cosa giusta. O comunque la più strana.

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