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7.5

Come recita la ben nota sentenza di Arbasino, in Italia esiste “un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”. Il successo di questa citazione, ampio e trasversale, credo sia dovuto alla sua brillantezza tranchant intrisa di sarcasmo, ma anche a come trovi periodica conferma nei fatti, nel modo cioè in cui si consumano le carriere, o meglio la percezione che abbiamo di esse. Vale a dire, dipende da come l’artista procede nel suo operare – appunto – artistico. Ma non solo: la celebrità – a vari livelli – prevede un mettersi in gioco che travalica gli ambiti, esige dall’espressione un esprimersi trasversale, un pisciare fuori dal vaso per innaffiare l’utenza col surplus sensazionalistico generato da abilità talora contigue ma comunque diverse. 

Ed eccoci così ai musicisti attori, agli attori musicisti, agli attori scrittori, ai musicisti scrittori, ai musicisti registi, agli scrittori musicisti, ai musicisti opinionisti, ai registi musicisti, e via discorrendo. Accade, a ben vedere, da sempre. E forse quella massima di Arbasino un po’ è servita a fare da frangiflutti, a infondere pudore, dato che la categoria di “venerato maestro” è accessibile – si sa – a pochi, pochissimi, quindi la quasi certezza di essere destinati a ingrossare la fila dei soliti stronzi magari avrà infuso in molti un certo pudore, da cui una strategia di basso profilo, il non esporsi, il volare basso, il pisciare sempre nel vaso e casomai ripulire qualche schizzo accidentale. Ecco: Cristiano Godano ha deciso di sbattersene le palle. Di esternare. 

Già nel 2012 aveva dato vita a un blog (per Il Fatto Quotidiano), esperienza durata neanche un anno, quindi dal 2020 ha iniziato a curare Elzevirus, una rubrica per Rolling Stone nella quale affronta temi di politica, cultura e attualità, con il piglio franco e aspro di chi si è stancato della prudenza melmosa e inerte che ingolfa i punti di vista. Alcuni di quegli interventi vengono raccolti assieme a tre inediti in questo volume che è appunto un fioccare di opinioni slogate dalla convenienza, intrise di quel tipo di indignazione che fermenta in una sensibilità, come dire, informata, non col piglio dell’esperto ma del cittadino che prende a cuore le cause (il global warming, le ricadute sociali della pandemia, la tonnara di hater sul web, la crisi delle democrazie, il peso della letteratura – e in special modo dell’adorato Nabokov -, il senso del fare musica…) e che perciò mette a disposizione di questo opinare un accanito informarsi, documentarsi, confrontarsi attivamente con le sfaccettature della complessità. 

Ho utilizzato poco sopra i termini “indignazione” e “accanito”, ma sostituiteli pure con “rabbia” e “rabbioso”. Perché questo è, in fondo, ciò a cui tende questo libro: Godano accetta di salire sullo scranno del moralista, del “vecchio trombone” (che se vogliamo è un po’ l’altro lato del “venerato maestro”), e nel farlo trova piena giustificazione nel dare forma a una rabbia che se non altro lo salva dall’asfissia confortevole dell’indifferenza, del non prendere parte per non rischiare la perdita del quieto vivere. Si espone, Godano. Si fa carico di posizioni discutibili, e in ragione di ciò vive. Si scaglia con rabbia – sì, con rabbia – contro la “tracotanza del peggio”, tenendo sempre presente – a se stesso e al lettore – che un “meglio” non sarà mai perfetto, mai puro e neanche buono. E che la democrazia è una lenta distillazione, uno stillicidio di scelte e aggiustamenti, da operare alla luce di raziocinio e ragione, negoziando tra opinioni diverse ma lasciando fuori dal recinto il delirio complottista, il trollaggio sistematico, lo squadrismo a sciame.

La rabbia però porta con sé un rischio: di rappresentare cioè il carburante di quello stesso meccanismo contro cui è diretta. O, peggio, di scivolare sulla scorza del bersaglio, procurandogli al più un formicolio dimenticabile. Godano sembra saperlo, infatti ribadisce spesso quanto si senta pessimista rispetto agli effetti di questo suo esternare (“Ovviamente tutto ciò non attenua il mio ragionevole pessimismo a riguardo di come andrà a finire”), restando però al tempo stesso convinto di non potersi/volersi sottrarre all’agone.

In tutto questo, vi starete chiedendo: la musica che ruolo gioca? Gioca, ovviamente. Si incunea più o meno ovunque, come quando le canzoni dei Marlene Kuntz vengono chiamate a testimoniare l’esistenza di un cordone ombelicale poetico tra “impegno” – è il caso di lasciare le virgolette, non si sa mai – ed espressione, o più esplicitamente quando ci si immerge nel mistero doloroso della perdita e in quello buffo dei fallimenti a proposito dell’amato Nick Cave, o quando si affronta la scottante questione dello streaming eppure quella spigolosa dei Måneskin, per non tacere delle belle pagine su Leonard Cohen, su Neil Young, su Springsteen, eccetera. 

Godano stesso precisa che gli articoli sono stati sottoposti a pochi interventi di editing, ma in compenso ognuno è corredato da un commento scritto per l’occasione che, mentre lo inquadra nel contesto in cui venne pubblicato, non manca di sottolinearne il senso rispetto al presente (la frenesia dei tempi, del resto, lo impone). 

In definitiva: è una lettura godibile, vuoi perché il frontman dei MK è in possesso di ottima penna (cosa che del resto già sapevamo), vuoi perché la sua prosa rivela acute risonanze coi versi delle sue canzoni, vuoi perché – insomma – rappresenta una spallata opportuna alla pelosa opacità dell’equilibrio. Ecco: è un libro ragionevolmente squilibrato. In altre parole: si può essere in disaccordo con le argomentazioni di Godano, può infastidire il loro tono, ma almeno danno la possibilità di misurarsi con una posizione circostanziata, di sperimentare una forma di attrito intellettuale che nella virtualità del tutto connesso e tutto condiviso quasi sempre invece evapora in un bipolarismo emotivo che oscilla dalla più totale indifferenza al darsi addosso sloganistico.

Sia benvenuta, se così intensamente sentita e pensata, la rabbia.  

Sto solo esternando la mia indignazione, con innervosita rassegnazione.

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