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Coerente raccolta di sei racconti brevi che ben riflette lo stile di Godano, un approccio quasi tradizionale alla letteratura con un’attenzione massima alla Parola e al suo concatenarsi.

Ecco il naturale passaggio artistico che tutti si aspettavano dal leader dei Marlene Kuntz, la band che forse più di tutte nel panorama rock italiano è riuscita a innalzare qualitativamente il livello della lingua di Dante facendola planare, poeticamente e senza attriti, su ritmiche dispari e contrazioni rumoristiche distanti anni luce da qualsivoglia tradizionale leggerezza italiana. Proprio questa sublime aderenza letteraria alla musica è il frutto del grande e apprezzato lavoro sulle liriche svolto in tutti questi anni da Cristiano Godano. Ma se come autore di canzoni ha dovuto cimentarsi principalmente con la poesia, adesso ha dovuto e voluto fare i conti con la prosa.

I vivi, infatti, rappresenta una coerente raccolta di sei racconti brevi che ben riflette, lo diciamo subito, lo stile Godano. Già leggendo Fidanzamento, il primo episodio dell’opera, è palese fin da subito come egli sia lontanissimo da qualsiasi minimalismo carveriano che così tanto ha influenzato schiere di giovani scrittori finanche scuole di scrittura creativa. Il suo è un approccio quasi tradizionale alla letteratura con un’attenzione massima alla Parola e al suo concatenarsi. Emblematica di ciò è la lettera con cui si apre questo primo racconto: un periodare lunghissimo con uno stile addirittura classico e ricercato che richiama alla memoria i mostri sacri dell’Ottocento, nonostante il contesto sia marcatamente contemporaneo. E dobbiamo ammettere che questa sua ardita e laboriosa scrittura, a parte alcune cadute di tono qua e là, risulta avvincente e accattivante.

Di ciò ne è un ottimo esempio Terrore che, narrando di una claustrofobica caduta in ascensore, lascia letteralmente senza fiato fino alla fine. È l’arte, intesa in più svariate accezioni, il tema principe di quasi tutti i racconti. Nei quali sono sempre circostanze esiziali a far vorticare pericolosamente la storia tra la vita e la morte. La sua sbandierata devozione per Nabokov è percepibile come in filigrana, ma non finisce mai per prendere il sopravvento sul Godano scrittore. Essa è da intendersi più come una guida ormai assimilata dal Nostro. Infatti, come nelle sue canzoni, anche nei suoi racconti è quell’attenta ricercatezza delle giuste parole a segnare il suo fare artistico, creativo. Ma c’è da evidenziare che se nelle prime sono le immagini che la poesia scaturisce a catalizzare impeccabilmente l’attenzione del pubblico, nella prosa questo infinito corteggiamento dei vocaboli non sempre riesce a catturare, a volte finisce per rendere la lettura fin troppo faticosa. Non un eccessivo demerito, anzi.

Cristiano Godano ha un suo proprio stile, ciò non è poco. Lo affinasse quel tanto che basta, magari al suo prossimo romanzo (speriamo) potrebbe già essere annoverato tra i migliori scrittori italiani. Che al purgatorio (o inferno) dei musicisti improvvisatisi scrittori nessuno ha neanche osato avvicinarlo tanto è sviluppata e riconosciuta la sua sensibilità letteraria.

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