Recensioni

Pare che Noel Gallagher, relativamente al capolavoro (What’s The Story) Morning Glory, abbia detto: «I ragazzi erano stufi di sentirsi dire che il mondo fa schifo. La musica dovrebbe essere solo spettacolo». I Marlene Kuntz, come gli Oasis (e con i dovuti distinguo), hanno avuto il merito di essere stati la voce di una stagione del rock. Hanno ideato una via al rock 90s del tutto dirompente, cavalcando la popolarità del genere, certo, ma anche interpretando il vocabolario di una generazione che aveva bisogno di una rottura netta col passato.
I Marlene non sono una band autoreferenziale. Sono da sempre la voce di qualcuno o qualcosa. Fatto che li ha inevitabilmente investiti di un’attenzione particolare da parte di critica e pubblico, che non li ha mai abbandonati, sebbene la strada non sia sempre stata in discesa. Fisiologici cambiamenti di rotta (Uno), rielaborazioni e giri di boa (Ricoveri virtuali), ritorni di fiamma (Lunga attesa) sono stati il rumore di un tempo-storia che passa, più che un inadempimento di presunti parametri o aspettative sulle spalle della band piemontese. Insomma, si nasce, si cresce, si cambia e si può comunque rimanere fedeli alla linea. I Marlene hanno dovuto trovare la loro continuità in un cantautorato messianico che non disdegna punte di rock, ma che ha fisiologicamente perso il furore delle origini. È un dato di fatto che non vuole togliere nulla al percorso tutto sommato coerente (e persino interessante) della band.
Karma Clima arriva in un punto del percorso personale dei Marlene Kuntz che li vede divisi fra l’esistenzialismo ruggente del bell’album d’esordio solista di Godano, il progetto KO Computer, in seno al quale hanno reinterpretato Karma Police dei Radiohead e anche l’accattivante rock redivivo e post-sonico di Lunga attesa. In qualche modo, Karma Clima racchiude bene queste anime, le sintetizza plasmandole a proprio uso e consumo. Aggiunge però una componente sociale molto ingombrante che rema contro l’ideologia musicale inclusa giocosamente nella citazione di Noel Gallagher posta in apertura. La voce della band vuole essere la voce di chi teme la crisi climatica, di chi crede nella sostenibilità dell’arte, di chi vuole aprire un dialogo fra natura, cultura e altri comparti produttivi della società. Si torna al generazionale, ma questa volta senza attributi nichilistici, ma, anzi, con la consapevolezza di band matura che vuole (può?) fare la differenza nella società.
In quest’ottica, non può che essere un bene il fatto che la “società” presa come laboratorio per questo esperimento sia quella di tre comunità del cuneese (Viso a Viso a Ostana, il Birrificio Baladin di Piozzo e borgata Paraloup nel comune di Rittana) nelle quali è nato il disco grazie a tre residenze artistiche. Prima parola chiave: comunità. Una parola che per i Marlene Kuntz riporta alla mente l’esperienza del Consorzio Produttori Indipendenti, in cui la comunità era del tutto artistica, ma non per questo meno stimolante. Qui s’interpolano i mondi, artistico e sociale, sociale e privato. Terra e identità, memoria e valorizzazione del territorio. Quello che in Uno (l’album più stilisticamente vicino a questo) era solo il racconto mitologico di una fuga (seconda parola chiave di questo disco) bucolica e che, forse per questo, si perdeva in un’eccessiva sovrastruttura intellettualoide, ora, grazie a una crisi climatica e sanitaria sotto gli occhi di tutti, diventa palpabile, reale, urgente. Il risultato è un concept album lontano dalla vita moderna, ma vicinissimo ai temi più scottanti, sospeso fra escapismo e impotenza, rabbia e cupezza.
Il Karma (terza e ultima parola chiave) alla base del concept non è quindi concetto metafisico. Anzi. È la sintesi perfetta di causa-effetto, è il potere che l’umanità ha per tenersi a galla. Ma è anche un richiamo (non si sa quanto volontario) a quella Karma Police dei Radiohead che segna un po’ (insieme a tutto Ok Computer) l’ispirazione primordiale di questo viaggio musicale. Un viaggio che si delimita nei confini di un rock denso che accompagna, piuttosto che colpire dritto in faccia, che circoscrive una tela di chiaroscuri, a volte anche molto angolati, piuttosto che frammentare gli sprazzi emotivi dei brani. Il tutto edulcorato da un piglio sommessamente elettronico che zampilla qua e là dalle drum machine o dai synth, e che fa il contrappunto al consueto lirismo raffinato e liturgico di Godano.
Un Godano che in La fuga troviamo (sorprendentemente?) dubbioso, smarrito, squisitamente umano. «E io mi devo condannare / O mi devo perdonare? / Cosa c’entro? E se c’entro, in che / misura sono colpevole?» si chiede riguardo alla crisi ecologica, e mostra così il suo lato vulnerabile, duttile, sincero. Attorno al suo vibrato, un crescendo cinematico in cui le chitarre sono nascoste prima dalle profondità angoscianti degli accordi di piano, poi dal disordine rumoristico della batteria. Se La fuga si basa su principi narrativi e musicali centrifughi, Tutto tace riporta il discorso sul pianeta Terra, profilando un’atmosfera apocalittica ma allo stesso tempo rigeneratrice. Se i cori gospel, che cantano il funerale del nostro pianeta, appaiono un po’ eccessivi, non si può negare il potenziale catartico e quasi religioso che emanano le immagini del testo.
Lacrima, Bastasse e Laica preghiera puntano (troppo?) su un approccio melodrammatico con cui si fa fatica a empatizzare. Vuoi per la pomposità dei testi, vuoi per il loro sapore dolciastro, i brani non attaccano. Eppure la produzione (come per tutto il disco) rimane ottima e, a tratti, non sembrano troppo lontani dal timbro caldo e soave di Mi ero perso il cuore, in cui, però, il piglio intimista, per certi versi ispirato a Cohen e Young, risulta più efficace. Laica preghiera, in particolare, spicca per la collaborazione di Elisa, la cui voce angelica, dopo un destabilizzante spoken word, impreziosisce il finale del pezzo, già meravigliosamente struggente nell’opera di arrangiamento chitarristico fatto da Davide Arneodo.
Le cose si rimettono a posto rapidamente nella seconda metà del disco. Il saliscendi orchestrale di Acqua e fuoco, sebbene citi quasi esplicitamente i Radiohead (macchiati dall’inquietudine di Nick Cave), è affascinante e misterioso. Scusami, il brano migliore del disco, aggiunge un colore sconosciuto alla tavolozza dei MK. È un groove che quasi ricorda esperienze big beat altezza Prodigy e che esplode in un ritornello in cui sembra di sentire il salmodiare di un Giovanni Lindo Ferretti o di un Federico Fiumani sotto chetamina. Vita su Marte, dal canto suo, parte dalla cronaca (Elon Musk, Richard Branson, ecc.) per darci una visione distopica in cui profezie in stile Philip K. Dick convivono con le disparità sociali ed economiche. Il ritornello tipicamente kuntziano anticipa l’appello al figlio: «Si poteva evitare?».
Karma Clima riporta i Marlene Kuntz su frequenze generazionali, trovando un possibile sbocco a un’atmosfera un po’ stagnante che li aveva caratterizzati in passato. Non ruggisce l’album, questo è chiaro, ma non ne ha neanche bisogno. Con il suo sussurro equipaggiato è capace di creare sufficiente tensione e, soprattutto, scenari sonori stimolanti, a metà fra grida disperate (o melodrammatiche) e accorate suppliche all’azione (non solo poetica). La tematica e la produzione raffinata (affidata a Takedo Gohara) sono materiale sufficiente a rendere questo lavoro un’esperienza più che godibile.
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