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“History Of Ideas”: questo il payoff scelto per l’edizione 2024 di Transmissions Festival, manifestazione musicale ravennate arrivata alla sedicesima edizione e ormai considerata un appuntamento fisso per tutti gli appassionati di musica contemporanea, elettronica e sperimentale. Le “idee”, nel caso specifico, sono quelle che la curatrice del programma del festival, ovvero Moor Mother, ha veicolato tramite gli artisti da lei selezionati, per un cartellone che ha messo al centro la parola (in molti casi, spoken) ma anche l’antagonismo politico ed estetico (quando non espettorato dai testi, certamente reso alla perfezione dalla “complessità” della musica proposta dagli artisti selezionati) e, in generale, una coscienza “black” interpretata non solo dal DNA della maggior parte dei musicisti coinvolti, ma anche da un focus concettuale sul ritmo e sull’afrofuturismo. Potremmo anche sintetizzare dicendo semplicemente che è stata una edizione plasmata da Moor Mother a sua immagine e somiglianza: musicalmente multi-sfaccettata e intenzionalmente senza compromessi.

La palma di miglior live del festival – ed è un giudizio ovviamente legato al nostro gusto personale – se la guadagna Nkisi nella seconda serata: il suo concerto in solo in bilico tra tribalismi ipnotici e vocalità eteree, costruito campionando in tempo reale i suoni prodotti da sintetizzatore e pad elettronici, ha avuto il pregio di tenere un piede nell’Africa Nera e uno in una dimensione musicale distopica e futuribile: il risultato è stato un piacevole senso di spaesamento prodotto da una musica maestosa, atavica e al tempo stesso focalizzata sulla tecnologia e sulla contemporaneità.

Al set più “filosofico” e zen del festival ha fatto da contraltare quello più disturbante, fisico ed estremo: Lord Spikeheart, nella terza serata, ha salutato il pubblico di Transmissions con la ferocia del grindcore, il growl del metal più violento, la dinamicità dell’hip hop, i suoni lancinanti dell’industrial e del noise, tra frequenze a rischio acufene e kick drum sintetici al cardiopalma. Obiettivo: annichilire l’ascoltatore ma anche combattere idealmente ogni forma di oppressione con una performance capace di generare un urlo violento e inarrestabile. «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate», avrebbe detto qualche illustre concittadino ravennate senza i tappi per le orecchie che avevamo noi (gentilmente offerti dallo staff di Bronson Produzioni), e avrebbe avuto ragione. Per tutti gli approfondimenti, c’è l’ottimo The Adept uscito ad aprile 2024.

Imani Mason Jordan e Moor Mother, foto di Andrea Fiumana

Tra l’Alfa e l’Omega appena citate, si è sviluppato il resto del programma. I set più intriganti sono stati a nostro avviso quelli meno allineati: i testi recitati dalla poetessa Imani Mason Jordan accompagnata al synth dalla stessa Moor Mother hanno trasformato l’impegno politico in una parola declamata che si è fatta anche ritmo, ripetizione e suono; il mare magnum sonico di Shapednoise sospeso tra sound design, noise, hiphop, ambient ha riconfermato tutta la bravura del producer quando si tratta di creare muri di suono intransigenti e con una grande cura formale, il tutto peraltro già testimoniato dall’ottimo Absurd Matter pubblicato nel 2023; R.Y.F. ha stupito ancora una volta per la crescita esponenziale degli ultimi anni in termini di qualità della performance: dal vivo è emerso prepotente anche il timbro vocale dell’artista di casa, ancora più stentoreo rispetto a quanto ascoltato nelle ultime uscite Deep Dark Blue e Everything Burns. Certamente la definizione electro-punk comincia a stare stretta a una musicista da sempre legata all’immaginario queer e per nulla spaventata dalle contaminazioni stilistiche altre.

Un capitolo a parte lo meritano le improvvisazioni corali, e nello specifico i set di White People Killed Them e della Moor Mother & The Hoi Ensemble. Della prima formazione ci piace ricordare l’approccio free-noise senza compromessi e poco interessato a una “mediazione” con l’ascoltatore: il wall of sound messo in piedi Raven Chacon, John Dieterich (Deerhoff) e Marshall Trammell (Black Spirituals) ci è parso ammirevole nelle intenzioni, volutamente frammentario nello svolgimento e coscientemente scorbutico nei risultati. Materia certamente affascinante, ma forse per soli adepti.

Della seconda, invece, che ha visto sul palco Moor Mother, la soprano Alya Al-Sultani, Aquiles Navarro, Lucas Koenig e Simon Sieger, ci è piaciuta la grande devozione verso la parte narrativa della musica: una partenza suggestiva solo voce lirica e tromba nell’abside della Chiesa di Santa Chiara che fa da sfondo al palco del Teatro Rasi ha dato il la a un suono impostato sulla concertazione, sui crescendo e i frequenti cambi di passo, sulle qualità timbriche garantite da minimoog, ottoni, batteria, flauto elettrico, organo, voce lirica e spoken word.

Nkisi, foto di Andrea Fiumana

Citiamo in chiusura anche i set di Aquiles Navarro e DJ Haram, che hanno avuto il compito di aprire la prima e la seconda serata del festival. Se il primo ha dato una sua particolarissima interpretazione di impegno black con un DJ set iniziato su suoni poliritmici africani e finito, tra un vinile e l’altro, a ritmo di salsa con artisti come Ismael Quintana, Pete Rodriguez e Roberto Roena in setlist, la seconda ha navigato sicura tra i flutti di un dub-hip hop-noise solido e urbano, ennesima declinazione “heavy” di un festival che non ha rinunciato nemmeno quest’anno alla sua funzione di traghettatore ideale verso altri mondi musicali.

[foto in testata: Moor Mother & The Hoi Ensemble / foto di Andrea Fiumana]

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