Recensioni
Kali Malone, Puce Mary, Lucy Railton
Transmissions Festival 2023
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Fabrizio Zampighi
- 3 Dicembre 2023

Con il passare delle edizioni Transmissions ha assunto sempre più l’aspetto di un festival “diffuso”, se ci passate la metafora legata al mondo dell’hôtellerie: è diventato nel tempo un concept più che un semplice evento, capace di coinvolgere per 3 giorni varie location in giro per Ravenna (quest’anno è toccato al Teatro Rasi e al Museo d’Arte della città per i concerti, ma anche al Fargo Café e – per la prima volta – alla Biblioteca Classense per gli eventi legati a Transmissions OFF); continua ad affidarsi a curatele esterne diverse ogni anno eppure perfettamente coerenti con il percorso del festival, oltre che sempre efficaci nel confezionare line up di assoluto livello; è evidentemente un appuntamento che non si accontenta di guardare all’Italia né dal punto di vista geografico, né per il cartellone, né per il pubblico di riferimento (numerose le presenze estere), mirando invece a rappresentare un tappa importante nel circuito dei festival internazionali interessati alle stesse latitudini sonore.

Testimone ne è già una prima serata che parte col piede sull’acceleratore e vede alternarsi sul palco Heith, la svedese Maria W Horn e il già Psychic TV/Coil, Drew McDowall. Nonostante l’evidente “mitologia” che circonda McDowall e il rispetto che gli si deve per un percorso che ancora oggi sorprende, il set che ci ha impressionato di più è stato quello della Horn. Ci saremmo aspettati di trovarci di fronte alle già ottime cose ascoltate in piccoli capolavori come Kontrapoetik, ma dal vivo il suo droning si è rivelato ancora più toccante e potente. Suoni lenti, caldi, in costante evoluzione: in alcuni passaggi viene addirittura in mente l’imponenza del Vangelis di Blade Runner, ovviamente su binari stilistici completamente differenti. Una perfezione formale che fa della razionalità e dell’attenzione per i dettagli, dei volumi progressivi e dei timbri, un cardine di tutta l’esibizione.
Dove la Horn è narrazione coerente, meditativa e in crescendo, Heith, ovvero Daniele Guerrini, si rivela ambient nervosa e ritmicamente disarticolata, caratterizzata da fiammate improvvise, atmosfere inquietanti e decostruzione. Il bellissimo light design scelto per il set del Nostro, capace di trasformare l’ombra del musicista in una sorta di Nosferatu letteralmente “spalmato” sul pubblico, contribuisce non poco ad accrescere il fascino di un’esibizione all’altezza dello status dei più blasonati comprimari in cartellone.

La seconda serata del festival si apre con il live di Youmna Saba, musicista originaria di Beirut interessata al rapporto sonoro tra lingua araba ed elettronica-ambient. Il set proposto a Transmissions si rivela piuttosto minimale: un canto virtuoso che evidentemente guarda al Medioriente, il suono metallico dell’oud chiamato a dare forma a cluster musicali ripetitivi e minimali, sporadici trattamenti elettronici sullo sfondo. Il flusso musicale lascia spesso spazio al silenzio o ad accenni strumentali appena percettibili, e inaspettatamente ci si ritrova a pensare a un “blues” sui generis ma intensissimo.
Lucy Railton e il suo violoncello occupano invece i successivi 50 minuti. Lei non è sicuramente una Julia Kent, se capite cosa intendiamo: la sua musica mette al centro la resa fisica dello strumento sollecitato dall’archetto, ovvero i dettagli sonori generati dall’atto del suonare, e non una costruzione melodica elaborata o facilmente comprensibile. Dal live emergono concetti come “dissonanza”, “armonici”, “timbriche”, ma anche una cascata di semibrevi – o forse note ancor più lente – che non fa compromessi e alla lunga risulta forse meno coinvolgente dal vivo che su disco – pensiamo ad esempio a lavori come Subaerial.
Il successivo set di Frederikke Hoffmeier, in arte Puce Mary, si rivela quello più elettronico tra tutti quelli ascoltati durante la serata, sull’onda di una drone-music influenzata dall’industrial e dall’avant-noise, e in grado di sondare profondità inaspettate con grande coraggio e i giusti mezzi. Il suo live è un sunto di pragmatismo e creatività, e arriva diretto e potente.

Come far convivere violoncello e sintetizzatori, acustico ed elettronico, in un’unica soluzione è invece materia di studio per Leila Bordreuil. Nella sua musica il violoncello stesso diventa un generatore di suoni esattamente come le macchine, talvolta originando feedback mentre è rivolto verso gli amplificatori, altre volte filtrato dagli effetti in un tripudio di noise elettrico detonante. Nonostante l’approccio apparentemente corrosivo, c’è un che di “istituzionale” nel suo set che non ci coglie del tutto di sorpresa, pur permettendoci di apprezzarne l’output finale.

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