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Il mezzo tecnologico utilizzato per riprodurre la musica, il suono stesso, il momento della performance: tutti concetti concatenati in una edizione di Transmissions Festival curata da Marta Salogni che ha fatto del payoff scelto per veicolare il cartellone («Exploring the sound») la propria ragion d’essere. Salogni del resto è uno degli ingegneri del suono più quotati del momento in ambito avant e non solo (quelli bravi la definirebbero “un’eccellenza italiana”, capace di lavorare anche per artisti come Dave Gahan & Soulsavers, Goldfrapp, Sampha, Björk e molti altri), e proprio le sue collaborazioni professionali sono state il collante tra i musicisti chiamati ad esibirsi quest’anno.

A dare il via alle tre serate del festival in un Teatro Rasi da pochi mesi completamente rinnovato – il nuovo set-up delle sedute, ora più simile a un “anfiteatro” che a un teatro comunemente inteso con platea e galleria, ha fatto guadagnare alla location qualità del suono e chiarezza di visione, candidandola a destinazione ideale anche per eventi musicali futuri – è stato Erland Cooper, che ha presentato il suo disco del 2020 Landform. Particolarissimo ed estemporaneo il modo scelto per farlo: un registratore Revox a bobina posizionato al centro del palco. Peccato per alcuni problemi tecnici affiorati dopo pochi minuti e legati presumibilmente al mezzo tecnico scelto per la riproduzione – affascinante, ma certamente meno affidabile del digitale – anche se il break necessario per appianarli ha avuto come colonna sonora un piacevole cinguettio di uccelli proveniente da un registratore a cassette. Il fascino antico del nastro e il suo suono ovattato ma corposo hanno dato il giusto carattere a un album composto da field recording e da una ambient calata in peculiari scenari naturali rubati all’immaginazione del musicista e a luoghi fisici reali.

[ph: Andrea Fiumana per Transmissions Festival]
La vera sorpresa del primo giorno di festival è stato il quintetto di Silvia Tarozzi. Con un disco splendido come Mi specchio e rifletto alle spalle, Tarozzi, già apprezzata da qualche tempo negli ambienti più legati alla musica contemporanea – con tanto di presenza in festival “specializzati” come Angelica – e finita meritatamente anche dalle parti di Pitchfork, si è dimostrata capace di una creativa commistione tra cluster strumentali rubati al minimalismo e un songwriting arioso e in qualche maniera folk-prog, seppur con un punto di vista assolutamente originale sulla materia. Avanguardia e ricchezza melodica, sperimentazione e timbriche affascinanti tra theremin, violino, sax e synth, in una musica partita dai versi della poetessa Alda Merini e arrivata a definire un percorso stilistico unico. In formazione, tra gli altri, una Valeria Sturba bravissima a doppiare Tarozzi agli archi e alle voci, ma anche l’ormai onnipresente Stefano Pilia (Massimo Volume); tra i brani più riusciti, una Mi specchio e rifletto affascinante ed ipnotica nelle sue orchestrazioni di voci impegnate a rincorrersi.

Che dire, che non sia già stato detto in altre sedi, della Lucrecia Dalt chiamata chiudere la serata? Valorizzata da un light design suggestivo e da una presenza scenica da cui è emersa una sensualità legata più al cristallizzarsi lento dei movimenti del corpo che ad una volontà espettorata – il tutto pienamente coerente con le atmosfere sussurrate dell’ultimo, ottimo ¡Ay! – Dalt è stata come di consueto impeccabile, accompagnata da Alex Làzaro alla batteria. Un Làzaro all’altezza del compito, grazie a una ragnatela di percussioni estremamente puntuale almeno quanto “verticale” (il riferimento è all’aspetto piuttosto originale del drum-set che lo accompagnava), a suo modo teatrale e perfettamente calata nelle atmosfere ritmicamente elaborate ma minimali dell’ultimo lavoro della musicista colombiana. Una Dalt che dopo 11 anni di musiche pensate per indagare con piglio sperimentale un’interiorità inquieta, arriva infine a dar vita a una forma-canzone che potremmo definire quasi “ortodossa”, per quanto onirica e originale nei toni (impressionante lo iato, in termini di crescita personale, se consideriamo ad esempio dischi come Syzygy).

[ph: Andrea Fiumana per Transmissions Festival]
A inizio recensione parlavamo di “performance”: l’esibizione dei Bullyache, posta in apertura alla seconda serata di festival ha sintetizzato perfettamente questo concetto. Il progetto è formato da Tylor Deyn e Jacob Samuel (coreografo e musicista il primo, musicista e artista visuale il secondo) e in dimensione live esula dalla situazione concerto comunemente intesa, per trasformarsi in una fusione di musica, teatro, danza, visual art e molto altro. Musicalmente si tratta di uno scontro tra universi differenti: dai campionamenti all’avant-ambient, dall’elettronica a una sorta di post-dubstep, passando per chitarra acustica e voce. Con un Deyn che, salito sul palco con un pesante trucco, ha cantato, ballato e simulato coiti nemmeno troppo velati, generando un cortocircuito in linea anche con l’estetica queer che lo caratterizza. Una performance sfidante per chi, in veste di pubblico, è stato chiamato ad interpretare un canone estetico e musicale certamente inconsueto.

Suggestiva la mistura di ambient e melodie vocali barocche sostenute da armonium, arpa, field recording e sintetizzatori, alla base della musica della successiva Maria Valentina Chirico; confortevoli gli spazi ampi generati dagli interplay tra gli strumenti e le voci della band; gradevoli e intensi alcuni passaggi del concerto. Eppure il suo live ci ha lasciato con un senso di attesa irrisolto, senza che si sia arrivati a un vero coinvolgimento. E così tocca rubricare la parentesi come un esperimento esteticamente di valore, ma forse eccessivamente laboratoriale nella risposta emotiva generata.

[ph: Andrea Fiumana per Transmissions Festival]
Chi invece non è scesa a compromessi, da questo punto di vista, è stata Kali Malone. Pubblico friendly e probabilmente in sala per vedere proprio lei, quello che ha seguito attento la sua performance, come ha dimostrato un siparietto di cui siamo stati diretti testimoni (l’artista era seduta, prima del suo concerto, nella fila davanti alla nostra): un pugno di calorosi estimatori le ha chiesto infatti di autografare una serie infinita di dischi, con la musicista piuttosto imbarazzata e divertita, oltre che stupita del fatto di non possedere copia di alcuni degli album firmati. Una nota di costume che ci è sembrata surreale, se confrontata con il muro di ambient tellurica e incrementale generato da un’esibizione serissima e totalmente focalizzata sulla musica: l’abside della chiesa di Santa Chiara illuminato alle sue spalle, lei completamente al buio, un suono che ha mimato alcune intensità selvagge dei mai troppo celebrati Pan Sonic, seppur su versanti stilistici e timbrici differenti.

Terza giornata di festival e altra gradita sorpresa in apertura. Non conoscevamo troppo bene il lavoro di Francesco Fonassi, in bilico tra synth e nastri magnetici, ma lo abbiamo trovato stimolante e creativo. Testimone in questo senso anche l’acquatico album L’ebbrezza delle grandi profondità a cui lo stesso Fonassi ha lavorato con Marta Salogni e che il musicista ha pubblicato quest’anno. Nel suo suono abbiamo intravisto la lezione appassionata di un Conrad Schnitzler, anche se la narrativa a cui si affida Fonassi è meno frammentaria e più concettuale rispetto a ciò che si ascolta nella produzione discografica del tedesco, con qualche contrappunto lasciato a contributi strumentali aggiunti in tempo reale (soprattutto strumenti a fiato).

[ph: Andrea Fiumana per Transmissions Festival]
Tempo di un cambio palco, ed è la volta di una delle esibizioni più attese della serata, ovvero quella di Valentina Magaletti. L’artista con base a Londra sta vivendo un momento davvero felice professionalmente parlando, e da anni è una figura rispettata in vari ambiti (oltre alla produzione da solista, ha collaborato a progetti come Vanishing Twin, Tomaga, Moin). La combo batteria-vibrafono con cui si è presentata sul palco era doppiata dalla voce della poetessa e scrittrice Fanny Chiarello, chiamata a recitare alcuni testi in inglese sulle tessiture fondamentalmente ambientali della musica. Compito di Magaletti in questa veste è stato principalmente giocare con i suoni percussivi che abbiamo imparato a conoscere nei suoi dischi e con i riverberi che gli stessi generavano, distribuendo grassetti e sottolineature sulle parole e sulla musica. Uno spettacolo certamente suggestivo e intellettualmente stimolante, che sottolinea ancora una volta il lavoro di ricerca importante della musicista.

La sua esibizione ha anticipato l’ultimo set del festival, ovvero il live della all star band costituita da Magaletti, Marta Salogni, Sam Sheperd (Floating Points) e Miriam Adefris. Il concerto è stato una ragionevole scusa per mettere in mostra le peculiarità di ognuna delle personalità coinvolte e un degno riassunto di quello che si è visto a Transmissions 2022, tra i registratori a bobina di Salogni, batteria, synth, arpa. Droning e soundscape alle volte quasi psichedelici, la principale materia di studio del quartetto, ma sempre caratterizzati da timbriche ricercatissime e affascinanti. A margine dei concerti c’è poi da rilevare anche il sold out che ha raccolto la serata finale del festival, oltre alle buone presenze di cui siamo stati testimoni nei giorni precedenti: un bellissimo segnale per chi come Bronson Produzioni porta avanti faticosamente e con coraggio manifestazioni culturali – perché è di questo che stiamo parlando, non soltanto di musica – poco allineate con quello che passa oggi il convento mainstream. Già questo basterebbe per promuovere a pieni voti questa quattordicesima edizione di Transmissions Festival.

[foto in testata: Andrea Fiumana per Transmissions Festival]
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