Recensioni

Il palco, allestito al Dumbo all’interno del Robot Festival, è imponente. Una pedana che misurerà 20 metri per 5, a circa mezzo metro d’altezza, e sopra qualsiasi strumento vi possa venire in mente: chitarre, synth, percussioni assortite, l’immancabile xilofono, una batteria con tre rullanti affiancati e nessun tom, e più di una console, presumibilmente per il controllo del suono. Defilato, quando forse avrebbe meritato maggiore evidenza, il robot (ci torneremo). È un palco che domina la scena, anche perché è posto in mezzo alla sala, con il pubblico in piedi tutto attorno, con libertà di movimento sull’intero perimetro. Sullo sfondo, alcune gigantesche immagini digitali, i metahuman, che forniscono inizialmente istruzioni per l’uso dello spettacolo, anche perché l’ascolto si fa tramite apposite cuffie wireless consegnate per l’occasione. Signore e signori, questo è Lumina, il nuovo progetto live dei C’mon Tigre.

C'Mon Tigre al Robot Festival, foto di Andrea Amadasi (2025))
C’Mon Tigre al Robot Festival, foto di Andrea Amadasi (2025)

La band arriva con un look abbastanza inquietante, lunghe e pesanti cerate e le fisionomie distorte e mascherate da pesanti make-up; si percepisce un effetto alieno alla Squid Game, ma non è una novità, i C’mon Tigre hanno sempre voluto creare un certo distacco con il pubblico. Qui preferiscono lasciar parlare la musica, o meglio l’insieme di sensazioni che si possono provare da questo apparato scenico così inusuale. Il suono che attraversa le cuffie è composito, una miscela di quello proveniente dagli strumenti acustici e in aggiunta gli effetti elettronici creati ad hoc; come di consueto molto spazio è lasciato alle trame ritmiche, ma la novità è che queste sono quasi tutte comandate dal robot, programmato per azionare meccanicamente una dozzina di diversi sensori accoppiati con altrettanti strumenti a percussione, che si amalgamano perfettamente con la parte suonata dai musicisti.

Ne deriva un suono ricco, complementare e complesso; se si fa la prova di togliersi le cuffie, percependo solo il mero prodotto degli strumenti che transitano dalla console, è come passare da Times Square a un desolato paesaggio di campagna. Peraltro, viene spontaneo vagabondare da un musicista all’altro, concentrandosi di volta in volta su un diverso dettaglio dell’esecuzione del gruppo.

C'Mon Tigre al Robot Festival, foto di Andrea Amadasi (2025))
C’Mon Tigre al Robot Festival, foto di Andrea Amadasi (2025)

E la musica? La musica non cambia drasticamente rispetto alla cifra classica dei C’mon, anche se essendo pensata appositamente per lo spettacolo (è tutta completamente inedita) sembra più funzionale all’effetto del live, “un rito elettronico, un rave visivo”, nelle parole di presentazione, che non specificatamente creata per vivere di vita propria. Il funk-etno-jazz della band è sempre quello, anche se la presenza massiccia dell’elettronica causa inevitabilmente un maggiore accento al sound da dancefloor (come accadde peraltro nell’album Racines) e a livello di influenze world predomina, più del Sudamerica dei tempi recenti, l’Africa maghrebina, soprattutto in virtù di una nuova cantante, molto brava e incisiva. Il concerto finisce dopo un’ora precisa, non di più, ma sembra che l’esperienza sia durata molto più a lungo: il formato è impegnativo anche per gli spettatori.

C'Mon Tigre al Robot Festival, foto di Andrea Amadasi (2025))
C’Mon Tigre al Robot Festival, foto di Andrea Amadasi (2025)

Esito finale? Diciamo sicuramente una promozione per il coraggio e l’originalità della proposta; alcuni meccanismi forse devono ancora essere perfezionati (a volte il carico sensoriale è sovrastante), ma col tempo siamo certi che i C’mon Tigre sapranno prendere le giuste misure anche per questo tipo inedito di live experience.

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