Recensioni

Quando a fine 2019 ci siamo “obbligati” alle classifiche delle migliori uscite dell’anno, nessun dubbio mi ha attraversato: il primo posto, di testa e di cuore, non poteva che toccare a quel Racines dei C’mon Tigre, un lavoro caleidoscopico e politico, nel suo abbracciare la fluidità dei confini musicali, tra soul, dancehall, elettro-jazz, funk, hip hop e afrobeat. Tornare ad ascoltarli dal vivo è l’ennesima conferma che curiosità e condivisione rendono questo misterioso collettivo di anime qualcosa di completamente diverso e, a guardare il panorama attuale, immeritato.

Racines, nella sua dimensione live, accresce la potenza del messaggio veicolato dal collettivo: condividere, condividere tutto. Anche lo spazio vuoto tra i corpi estranei degli astanti. E dimostra inoltre la volontà di recuperare una personalissima memoria musicale in grado di offrire tempi in 4/4, il più brillante downtempo degli anni novanta, un gusto trip hop sapientemente traslato ai giorni nostri così da plasmare una nuova attitudine club che spazia dal ballo puro e incontrollabile alla trance necessaria, in cui occhi chiusi e mancanza di orientamento la fanno da padrone. Provate a chiudere gli occhi durante un concerto dei C’mon Tigre. Fatelo per svariati minuti, più volte. Sembra proprio che sia l’unico modo per non perdersi niente dell’imponente spettacolo sonoro offerto il primo giorno di febbraio in una piovosa e umida Livorno. Distogliere lo sguardo dai sei musicisti per posarlo sul buio che diventa un caleidoscopio di suoni e trame tattili: solo così riesco a raccogliere l’unitarietà della loro composizione, non guardandoli all’opera tanto sono presi dal loro strumento, nel corpo, nelle articolazioni. Perché con un live dei C’mon Tigre a interrogarsi è soprattutto il nostro corpo, costantemente sottoposto a scosse primitive; il suono raggiunge ogni recettore, ogni nervo scoperto, portandolo a una tensione che incontra il piacere dell’incontro e dello scontro con un corpo sconosciuto.

Sul palco dello storico Cage – a tratti poco educato nel suo brusio di sottofondo – troviamo la classifica formazione a sei: voce e chitarra a formare il nucleo primitivo, e poi batteria, vibrafono, sax baritono, tromba e synth ad accompagnare ogni musicista. La ricerca sperimentale convive con le contrapposizioni sonore e polistrumentistiche, una ritmica viva e sognante che mantiene una matrice ormai distintiva; le soluzioni ritmiche si fanno geometriche grazie al fraseggio sintetico. E così, nella loro bolla sonora, i sei musicisti danno vita a un processo che potremmo sintetizzare in tre fasi: conflitto, mediazione, nuovo equilibrio. La battaglia iniziale con le contaminazioni singhiozzanti di Guide To Poison Tasting, Fan For A Twenty Years Old Human Being e Racines si affida a una ricerca timbrica che è pura tensione sessuale. La sacralità di 808 segna l’apice del conflitto tra corpo e mente, in una commossa e commovente ricerca di identità perdute ma non per questo dimenticate; nel suo Moog Sub37 una tigre sussurra di morbide perdizioni destreggiandosi fra mini synth e trame jazz finché la prima mediazione sembra arrivare con il meraviglioso crepitio trip-soul di Paloma, brano che si avvolge dentro se stesso grazie a un tepore nostalgico che incanta fino a farci perdere il controllo di quel corpo che pare ora trovare una direzione: quella della libertà di movimento. Il ballo riacquista un peso valoriale misurato in fluidità muscolare e anarchia dei pensieri. I fiati – dalla visceralità del sax baritono di Beppe Scardino al candore della tromba e del corno inglese di Mirko Cisilino – fendono un’aria tanto viziata quanto nuova in cui anche la batteria chirurgicamente imperativa di Marco Frattini arriva a regalare momenti che dipingono una sparatoria western futuristica imperniata sullo slancio chitarrista dell’altra tigre, mansueta e ferma nel tessere le trame strumentali più visibili.

La contaminazione, in fase live, sembra raggiungere massimi livelli: dall’house al free jazz, i C’mon Tigre si confermano artisti di sensibilità febbricitante e, allo stesso tempo, di rigorosa razionalità mettendo in atto una libertà di corpo, di violenza e – grazie alla potenza comunicativa di quella voce complessa che sa di pece – di poesia e di arte. La coda ballabilissima di Quantum of The Air, il brivido freddo e notturno di Underground Lovers, le lente sinestesia di Rabat, i pertugi ora dub ora free jazz scavati da A World of Wonder dilatano il punto di vista del gruppo; si scopre quanto la tessitura sintetica che c’è dentro Racines sia la cosa più densa, cosmopolita, visionaria e libera che potesse capitare alla musica.

Il nuovo equilibrio sembra giungere alla fine, con l’encore perfetta formata dalla grazia immensa di Mono No Aware 物の哀れ, quasi un inno laico di fiati spezzati e segrete storie, e l’ormai leggendaria Federation Tunisienne de Football, fantasia vibrante e contagiosa, che, oltre a sottolineare la natura di gruppo con il suo ”we are delighted to share”, regala un assolo di Pasquale Mirra al vibrafono che potrebbe valere l’intero concerto. Uno strumento il suo che assume importanza centrale nel live inserendosi acutamente con linee melodico-ritmiche e con spunti solistici, ma anche come colore timbrico di sottofondo, evocativo e madreperlaceo; è il collante perfetto tra i brani, che rende omaggio all’ethio jazz di Mulatu Astatatke da cui i nostri sembrano riprendere un certo gusto febbrile e indolente.

E alla fine, in un abbraccio corale e in un inchino, si rivelano semplicemente sei uomini, sei figure oscure che tagliano la luce e si dissolvono nella loro grandezza di collettivo. Dopo questo concerto fatico a immaginare il suono dei C’mon Tigre muoversi da una sostanza diversa rispetto al riferimento concretissimo e fisico del corpo umano e delle sue pulsioni. Inside my veins, under my skin.

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