Recensioni

In un’epoca di banalizzazioni prêt-à-porter per adolescenti ed eterni post-adolescenti schiavi di una certa luccicanza pop furba almeno quanto deteriorata da tematiche ed estetiche legate al qui ed ora (e quindi nate morte), un gruppo come C’mon Tigre non è solo ben accetto, ma anche necessario. Ascoltarlo in quella specie di mezzo capolavoro che è l’ultimo Racines, e ancor più vederlo suonare dal vivo, ha un che di taumaturgico, e serve a riaccordare il nostro sistema nervoso minato da una certa insofferenza verso la poca ambizione di molte produzioni musicali odierne (qualità delle incisioni compresa) con una concezione corale, se non proprio “orchestrale”, della musica. Passateci l’iperbole: quel che intendiamo dire è che vedere i sei musicisti sul palco tra sintetizzatori, batteria, ottoni, chitarra, vibrafono e mille altre diavolerie, ed essere testimoni dello splendido lavoro di contrappunto e suddivisione dei compiti che la loro musica prevede e pretende, è qualcosa di talmente appagante – un po’ quello che succede col jazz e la classica, se ci pensate – che si fatica a credere che sia vero. Nessuno spazio per la spettacolarità, fatta eccezione per qualche concessione alle luci, nessuna parola di troppo a intrattenere, ma solo una grande concentrazione, la stessa che si è respirata anche tra le circa 150-200 persone presenti al Bronson di Ravenna.

[ph: Alessandra Pagan]
Una negazione di quei personalismi oggi tanto in voga – ribadita anche dal lavoro di oscuramento sulle identità dei musicisti messo in atto dalla band sui dischi e nei comunicati stampa – che va di pari passo con l’importanza concessa al flusso musicale. Qualcosa che accomuna i Nostri con la complessità “smart” di formazioni come Alt-j o addirittura Radiohead, papabili modelli putativi soprattutto per quella spregiudicatezza con cui i C’mon Tigre maneggiano i linguaggi più diversi: pop, ethno-jazz, avant, funk, afrobeat, elettronica, ma senza cedere all’uno o all’altro, in un gioco di equilibri che pare essere il vero senso intrinseco di tutta l’operazione. A tratti è sembrato quasi – per lo meno in termini di approccio, se non per i suoni (certo, quelli stanno da tutt’altra parte…) – di star dentro a un disco come You’re Dead! di Flying Lotus, per la fluidità multicolore che si coglie in brani come Gran Torino, Guide To Poison Tasting o magari Racines, in cui convivono senza soluzione di continuità ritmi mutanti (il lavoro certosino sulla batteria, dal vivo, è stato lo spettacolo nello spettacolo), chitarre minimali, un cantato intimo parificato a uno strumento musicale e mille altre rifrazioni stilistiche del suono. In scaletta sono finite, tra le altre, Paloma, Underground Lovers, 808, ma anche brani estratti dal primo, omonimo disco come A World Of Wonder o Fan For A Twenty Years Old Human Being, per un concerto splendido alla fine del quale è rimasto un unico rimpianto: non aver visto molte persone sotto i trent’anni tra il pubblico. Ecco, il consiglio che vorremmo dare ai ventenni in ascolto (ma non solo a loro), soprattutto se musicisti, è quello di andare a vedere un concerto dei C’mon Tigre: potrebbero scoprire che la musica ha spesso più a che fare con la filosofia che con il ritornello e la rima baciata, e può diventare anche una cosa molto, molto seria.

 

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