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7.5

Un aspetto peculiare della parabola di Chelsea Wolfe, la strega-vampira californiana che ha fatto la sua comparsa sulle scene (un po’ in sordina, in verità) nel 2010 con The Grime And The Glow, e poi con ben più clamore nel 2011 con l’ottimo Apokalypsis, è sempre stata la capacità di far flirtare il suo immaginario profondamente goth con il blues e la folk music.

Il risultato, a volerla dire tutta, sembrava un po’ calcare la mano sulle reference stilistiche di PJ Harvey (ascoltare brani come Mer o Moses per credere), occasionalmente declinate in una piacevole (e azzeccatissima) attitudine vagamente metallara e/o darkettona (qui rimandiamo, a titolo meramente esemplificativo, a We Hit a Wall, o a Destruction Makes The World Burn Brighter, tratte dallo splendido Pain Is Beauty del 2013).

Proprio come nel caso della cantautrice del Dorset, che crediamo fortemente essere stata una grandissima (e sacrosanta) fonte d’ispirazione per la Nostra, non sono mancati episodi in cui l’attitudine folk-blues è stata portata ad esplorare i territori dell’elettronica (Ancestors, The Ancients, sempre da Pain Is Beauty, è un embrione di questa primissima fascinazione, esplosa poi con l’album Abyss del 2015), nonché un capitolo discografico interamente acustico, tutto piani e chitarre scarnificate, come nella piccola gemma  Unknow Rooms: A Collection Of Acoustic Songs, pubblicato nel 2011, che è un po’ l’equivalente di quello che è stato White Chalk per Harvey: un disco di ripiegamenti interiori che ha non poco destabilizzato i fan della prima ora, e che pure è stato rivelatore di un universo interiore ben più vasto e complesso di quello a cui si sarebbe voluta relegare la chanteuse.

Il già citato Abyss del 2015 spariglia nuovamente le carte: pesanti echi industrial e finanche trip-hop (Simple Death) ci trascinano in territori completamente nuovi; intuibili da certe premesse seminate altrove, eppure sorprendenti. Non mancano i consueti momenti acustici di chiara ispirazione folk (Maw, Crazy Love), esattamente come nel successivo e controverso Hiss Spun del 2017 (Twin Fawn, Two Spirit), come a voler lasciare intendere che quel DNA non sia facile da accantonare: un attaccamento alle radici di cui ci avrebbe dato pienamente conferma l’acclamata uscita del 2019, Birth Of Violence. La personalità di Chelsea Wolfe, ancora una volta, si dimostra in grado di  tenere insieme tutto: il macabro e il malinconico.

Poi, l’avvincente saga della Wolfe si sposta altrove: collabora con Jess Gowrie per l’esordio Self-Surgery del duo punky Mrs. Piss (2020), con i Converge per l’ambizioso Bloodmoon: I  (2021) e con Tyler Bates per la composizione della colonna sonora del film horror X.  Arriviamo così al 2024, e a She Reaches Out to She Reaches Out to She, via Loma Vista.

Quale elemento utile al contesto: Wolfe ha dichiarato di aver smesso di bere e di essere sobria dal 2021. Questo percorso di ritrovamento e reinvenzione di sé stessa deve avere influito non poco nella sua composizione, che sembra permeata di promesse e risvegli. Non a caso, in una recente intervista ha fatto riferimento a un film giapponese, Angel’s Egg del 1985, in cui una ragazza testarda si fa strada in una società violenta con un enorme uovo bianco infilato sotto la gonna: “Ho usato molte immagini di questo uovo per questo album, questa sorta di misterioso, grande uovo che sto coltivando e proteggendo“. Una rinnovata fede nel futuro, un incedere nel mondo a passi decisi ma accorti, accuratissimi e ponderati, come accuratissima e ponderata risulta la produzione (affidata al collaboratore di lunga data Ben Chisholm più Dave Sitek – TV On The Radio).

She Reaches Out to She Reaches Out to She è un disco di canzoni decostruite e ricostruite, che vagano in spazi liminali (come suggerisce il titolo di uno dei brani), e che esplorano territori intermedi, tra lo stato lucido e quello dell’incoscienza, rievocando come già in passato una condizione che la Wolfe vive sin da ragazza, vale a dire i frequenti episodi di paralisi del sonno, che le hanno insegnato a convivere con i demoni notturni e a farseli amici.

Troviamo ancora, e in netta prevalenza, le atmosfere industrial e trip-hop, con cui l’artista aveva già abbondantemente flirtato, con l’aggiunta di imprevedibili aperture IDM; il tutto senza le consuete (e compiaciute) sporcature e contaminazioni, ma anzi con sofisticatissime pulizie, persino negli strati distorti di chitarra e drum pad, senza la benché minima ombra folk o blues, senza quindi traccia di “ricadute” nel mondo di prima.

L’album ha un incedere fiero e consapevole, che mostra piena padronanza di questa nuova fase in cui gli strumenti acustici sembrano aver completamente abdicato (eccezion fatta per occasionali inserti pianistici, come in Tunnel Lights, Liminal o Place In The Sun). Molti gli episodi emozionanti, su tutte Salt e la bellissima chiusura affidata a Dusk. La sensazione è quella di assistere a una rinascita dolorosa e necessaria. Lungamente attesa, lungamente trattenuta.

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