Recensioni

Basterebbe confrontare le copertine degli album principali di Chelsea Wolfe per intuirne l’evoluzione. O per lo meno per sgranare tutti i grani di quel rosario di sofferenza che dalle prime mosse nel pantano dell’underground “goth” virato folk più melmoso e declinato di volta in volta in forme doomy, apocalittiche o catartiche, si è via via spostato verso una elegante forma di rock virato noir.
Se all’epoca degli esordi era facile comprendere la nostra nel calderone witch- o addirittura moan-wave – complice anche un immaginario piuttosto decrittabile – o incastrarla con difficoltà all’altezza della dislessica accoppiata Apokalypsis/Unknown Rooms, ora la faccenda si fa più lineare ma, al tempo stesso, più complessa. Dalle prime criptiche prove – l’occhio che non vede in Apokalypsis, le figure femminili travisate di The Grime And The Glow e Unknown Rooms – a questa prova matura, effigiata da una Chelsea elegantemente luciferina, l’ammorbidimento, o meglio, l’allontanamento dal pantano di cui sopra è palese. Le atmosfere plumbee sono più rarefatte, i contorni più delineati e nitidi, la produzione molto più curata e le canzoni dosate ed equilibrate, senza mai lasciare elementi fuori posto o eccedere in solipsismi fini a se stessi. Che sia l’ambientazione notturna e gloomy sorretta da beat incalzanti di Feral Love, i rimandi ad una sorta di incrocio tra una PJ Harvey mefitica e una Bozulich visionaria ed epica (Kings), il romanticismo ferino di The Waves Have Come – tra archi e sospiri heavenly – o quello cranesiano di House Of Metal, le controparti in nero di Ancestors, The Ancients, c’è su tutto un senso di austera eleganza e decadente poesia che ne denota la ormai raggiunta maturità.
Alla ragazza, però, piace mischiare le carte e, pur mantenendo il collante gloomy e nero, nella eterogeneità di fondo dell’album alterna alcuni momenti tipicamente da pop-(cold)-wave 80s come in The Warden (primo singolo scelto dall’album) – ennesima, emergente stella del mattino nell’universo della Wolfe –, riprese di zuccherose melodie 60s che tante altre coetanee stanno rivalutando – solo trattate con una colata di nero pece (Destruction Makes The World Burn Brighter) – e dosi di cinematiche attrazioni noir (Sick e Reins, con quest’ultima oscura e ossessiva) che forse suggeriscono future evoluzioni.
Pain Is Beauty è il disco in assoluto più riuscito della Wolfe, libero da schematismi di genere e dotato di una scrittura, anche a livello testuale, “popular” nel senso di attrattive e potenzialità “commerciali”. Certo, c’è di fondo una sensazione di eccessiva pulizia e “patinatura” del tutto, specie in sede di produzione, ma di sicuro gli orfani della Zola Jesus di mezzo – per fare un nome affine – troveranno riparo tra le cortine scure e le cappe fumose di questo disco.
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