Recensioni

7.8

Lunatico, variegato, colorato da melodie pop memorabili e allo stesso tempo impregnato di un senso di oscurità enorme. Fondato su chitarre ruggenti eppure ricco di sfumature e arrangiamenti complessi. Wish, il disco di maggiore successo commerciale dei Cure, è chiamato a rispondere al trionfo del predecessore, il capolavoro Disintegration. Un’impresa quasi impossibile, soprattutto se si pensa al caratteraccio di Smith, che ad ogni album pare voler mettere i Cure in stand by o dichiararne la fine.

Come a Pornography (1982) seguirono Japanese Whispers e The Top, i Cure, dieci anni più tardi, escono dall’arazzo depressivo di Disintegration per abbracciare suoni più solari e a loro contemporanei. Del resto, quale miglior modo se non quello del passaggio dalla disintegrazione alla speranza (“wish”) per sintetizzarne la parabola artistica?

Nel 1989, Disintegration aveva letteralmente affondato il colpo. L’impatto di quell’album, dal punto vista mediatico, fisico, compositivo, fu travolgente. Il ritorno alla pornografia dell’anima, al sound umorale delle origini – ma questa volta macchiato di romantica malinconia – rappresentò la vera svolta per Robert Smith. Già all’apice della fama, con due dischi (Standing on the Beach e Kiss me Kiss me Kiss me) che in quegli anni toccavano due milioni di copie vendute, i suoi Cure sembravano aver trovato una quadra fin troppo definitiva.

La causa con l’ex batterista e membro fondatore Lol Tolhurst provò scompiglio nell’animo inquieto del leader della band, mentre l’uscita di Roger O’Donnell, subentrato per sopperire all’inaffidabilità di Tolhurst (alle prese con alcol e droghe), lasciò scoperti i Cure sul fronte delle tastiere. Infine, in questo periodo, Robert e soci si trovarono a fare i conti con un clima mutato, generazionale ancor prima che stilistico. Non a caso, Wish è a tutti gli effetti un album immerso nel proprio tempo, soprattutto se si guarda all’influenza che la musica di inizio anni Novanta ebbe sulle sue dodici tracce.

Se in America gli istinti di punk e metal erano confluiti nella massiccia eppur vulnerabile corazza emotiva del grunge, l’Inghilterra stava vivendo una stagione di gran fermento scatenata dalla Second Summer of Love dei rave. L’elettronica, l’acid house (di cui Madchester fu naturale conseguenza) e, sul fronte prettamente chitarristico, lo shoegaze (Slowdive, Ride, Lush) avevano prodotto dei begli scossoni e altrettanto entusiasmo. Loveless dei My Bloody Valentine e Screamadelica dei Primal Scream erano usciti giusto l’anno precedente, mentre due ne erano passati da NowhereWish, pubblicato il 21 aprile del 1992, nel giorno del trentatreesimo compleanno di Smith, amplificando le chitarre, scuotendo i ritmi e aprendo alle cavalcate psichedeliche, si colloca al crocevia di alcune di queste scene musicali, tutte in rapidissima evoluzione.

Un grosso aiuto, in questo senso, viene dato al frontman dai fratelli Bamonte, con i quali ricostruisce la band. Daryl, già roadie dei Depeche Mode, diventerà manager dei Cure dal 1995. Perry, invece, entra subito come sostituto di O’Donnell alle tastiere, pur essendo chitarrista. Affidando il mixer a Mark Saunders (produttore prevalentemente elettronico che aveva lavorato con Erasure e Neneh Cherry), i Cure sono pronti per dare alla luce un lavoro differente, per certi versi mai pensato prima.

Il clima di rottura con il passato è evidente fin dalla prima traccia, Open, che declama a chiare lettere «I really don’t know what I’m doing here». Si tratta di un verso ad effetto (proprio come lo era «It doesn’t matter if we all die» in One Hundred Years di Pornography) che, calato in una nuova dimensione lisergica, allinea i nuovi Cure al sound dei Ride. Siamo lontani tanto dall’onirico romantico di Plainsong quanto dalla rabbia sensuale di The Kiss. Eppure, la struttura di Wish fa proprio pensare a quella del disco del 1987, in cui brani di sostanza e profondi si alternano a quelli più leggeri e, a volte, frivoli. Il primo singolo High, infatti, riscopre il gusto per la melodia attraverso un arpeggio spensierato e un giro di basso in pieno stile Gallup.

I Cure sembrano aver capito che l’esuberanza pop, il nonsense artistico e i bui baratri della depressione sono facce della stessa medaglia. Così, Wish alterna in maniera lunatica queste anime ormai diventate una sola. Apart, Trust e To Wish Impossible Things non navigano negli abissi di Seventeen Seconds, ma si assestano in un clima di rassegnata speranza, nella quale manca l’urgenza di agire, la disperazione, ma si è comunque in balia di un tetro destino. Sono ballate appese fragilmente sul filo dell’equilibrista, guardano l’abisso e sembrano dirgli “non ti temo, ho i miei mezzi per contrastarti”.

Il disco è tappezzato da fantastici mosaici di suono, fra i quali il più riuscito è sicuramente From The Edge of the Deep Green Sea: otto minuti di rock monolitico che tengono aperto il dialogo con la musica di quegli anni. Da una parte rientra la vivida psichedelia amplificata dallo shoegaze, dall’altra i ritmi compatti e “ballabili” continuano un discorso di rinnovamento, già ascoltato in altri album capitali di quei primi 90s (si pensi a Until the End of the World degli U2 in Achtung Baby). L’animo dark, il concentrato di acustico, elettrico, assoli di chitarra e una gran performance vocale di Smith trovano nel brano un perfetto equilibrio. È uno fra i più amati dalla band e oggi un live dei Cure sarebbe impensabile senza.

Il successo commerciale di Wish arriva però dall’efficacia dei suoi singoli e dalle canzoni più orecchiabili. Se Doing The Unstuck Wendy Time sono esempi di valore con i loro ritmi sbarazzini e giocosi, è innegabile come anche questi racchiudano elementi interessanti. I loro arrangiamenti sono raffinati, stratificati, vicini alle vette dei grandi singoli di metà anni Ottanta, ma con un tocco a volte funk (in stile madchester) più contemporaneo e più adeguato alle grandi arene delle quali i Cure sono diventati ormai habitué. Non manca, in quest’ottica, il pezzo dal forte potenziale letterario: Letter To Elise, infatti, è ispirata a I ragazzi terribili di Jean Cocteau e a Lettere a Felice di Franz Kafka. Il brano romantico perfetto che affronta la decadenza e la rassegnazione di un amore non solo nei testi ma anche nella melodia.

La super hit Friday I’m in Love, infine, mette la ciliegina sulla torta. Un divertissement frivolo, una filastrocca sui giorni della settimana che, con un semplice giro di chitarra e una melodia impossibile da dimenticare, si trasforma in uno dei singoli di maggior successo di un gruppo che sembra, a suo modo, partecipare all’euforia, all’amore e alla fratellanza chimicamente infusa di quegli anni. Smith è sceso negli inferi, ha toccato con mano la depressione, l’alcolismo, il senso di non appartenenza, è divenuto – suo malgrado – icona del goth-rock… ma è un brano come questo a regalargli uno dei suoi maggiori successi discografici. Il segreto sta nella capacità del frontman di interpretare l’essenza del pop. Uno stile di vita che ha poco a che vedere con i generi musicali, ma diventa, nella penna del suo creatore, contenitore propulsivo di melanconia e gioia, tenebra e luce, sofferenza e gioco, disperazione e amore. Friday I’m in Love è tutto ciò e ancora di più. Per questo è universalmente riconosciuto come uno dei brani pop migliori di tutti i tempi.

Alla fine Wish riesce a vendere più di Disintegration, ma sono forse l’onda lunga e le aspettative lasciate da quel disco a essere parzialmente responsabili del successo. Il disco non è all’altezza del precedente, ma infonde ai Cure una nuova linfa vitale. La band che fu post-punk, pop, dark e chi più ne ha più ne metta, non è più catalogabile e, soprattutto, è entrata nell’ultimo decennio del secolo con le stigmate della leggenda. «Please stop loving me», dice Smith nell’epica, conclusiva End. L’artista che al contempo cerca i riflettori ma ne è spaventato, si rivolge con un tono disperato ai suoi fedeli: «I am none of these things», non è come loro lo vedono, un simbolo, un idolo, una pop star. Con un album maturo e spregiudicato, i Cure trovano comunque la formula per aggiornarsi e ammaliare i fan degli anni Novanta come anche di quelli a venire.

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