Recensioni

A venti anni dal cult Jane Doe (di recente, l’attrice e modella Audrey Marnay ha rivendicato di essere il soggetto ritratto nell’iconica copertina) e a quattro dall’acclamato The Dusk In Us, per il loro ritorno con il decimo album i Converge volevano, a loro detta, realizzare qualcosa di più grandioso rispetto alla tipica musica da quartetto forgiata in precedenza. Ecco così che Jacob Bannon, Kurt Ballou, Nate Newton e Ben Koller hanno unito le micidiali forze hardcore con lo sciamanesimo goth di Chelsea Wolfe, accompagnata dall’inseparabile partner in crime-songwriting Ben Chisholm, e con il ritornante Stephen Brodsky (Cave In), nella line-up della band negli anni 1997-1998. E, sì, ne è venuto fuori qualcosa di veramente grandioso, non solo nell’imponenza sonora, ma anche nell’ottica complessiva dei risultati, che si attestano probabilmente sul miglior livello di quanto ascoltato in questo 2021 in ambito heavy.
Bloodmoon è il titolo dell’album che ne è scaturito, ma in realtà Blood Moon era in origine il nome acquisito dal settetto in occasione del festival olandese Roadburn, nel 2016, alle prese per la prima volta con materiale dal repertorio dei Converge. Da lì, il desidero di evocare nuove soluzioni sotto forma di canzoni inedite, concretizzato nel 2019, al God City Studio a Salem, Massachusetts, di proprietà dello stesso Ballou, qui anche produttore, e in seguito sviluppato a distanza a causa ovviamente della maledetta pandemia. Dalle notti di Salem al processo alle streghe, il passo è breve, giacché in giro, tra un elogio al coraggio palesato nel cambiamento e l’altro, si sono lette anche alcune (legittime) critiche indirizzate sia all’operazione intrapresa, sia all’immaginario della ben poco allegra compagine.
Perché, sì, è vero che la line-up più folta apporta magniloquenza epica lungo quasi un’ora di musica, lambendo a momenti il prog, ed è vero che Wolfe garantisce melodie come mai prima d’ora, come palesato dall’1-2 posto in chiusura di scaletta, con la dark ballad Crimson Stone e la red ballad Blood Dawn. Lei stessa, però, che già nel side-duo Mrs. Piss con Jess Gowrie si era cimentata con altri registri rispetto a quelli solistici, afferma giustamente che «il progetto ha ampliato la mia voce in modalità nuove. È così diverso da ciò che canto normalmente che sono stata in grado di aprirmi ed essere vulnerabile con i miei cantati». Siamo dalle parti di un pop-metal che fa crossover di ogni cosa incontrata sul suo cammino. La violenza, comunque sia, non manca, dal tritello di Viscera Of Men che esplode in battaglia corale, al punk più marcio e abrasivo in cortocircuito con le aperture funk-grunge di Tongues Playing Dead.
Passando invece al campionario di figure richiamate dai testi, Pitchfork ha scritto del rischio di cadere in un «occultismo da negozio di costumi», attribuendo la maggior colpa in tal senso proprio a Wolfe. A noi sembra molto semplicemente un parco giochi dei più macabri e dunque rivelatori archetipi, gestito da indiscutibili professionisti del settore: lune horror che ascendono, cerchi di fuoco, serpenti arrotolati sull’anima, nebbie accecanti, pungiglioni di aracnidi, pietre cremisi, ossa strappate dal corpo, sangue freddo che scorre e lamenti striscianti.
Gli stilemi pesanti sono forse blockbusterizzati ma lo spettacolo è totale, stratificato, semplicemente perfetto nel trovare collocazione a ogni ingrediente, nelle cinematografiche dinamiche tra stacchi, pieni e rallentamenti. Partendo dai quasi otto minuti dell’articolato primo singolo Blood Moon, in un continuo dialogo tra Bannon e Wolfe, complementari in urla e incantesimi dreamy, travolti in coda dalla chitarra lavica di Chisholm. Altre primizie: il crescendo via via sempre più teatrale di una Coil che si ricollega a tutte le Planet Caravan dell’universo, la catacombale progressione stoner di Flower Moon, l’era glaciale che avanza nell’inferno di Lord Of Liars sino a generare mulinelli di corde elettriche in scintillio fuori controllo. Oppure la muscolare introspezione affine ai Tool di Failure Forever e le maledizioni tra lacerazione e struggimento di Daimon. Wolfe è mattatrice nel meraviglioso blues delle tenebre di Scorpion’s Sting. Quel titolo, Bloodmoon: I, ci fa subito fantasticare su un seguito.
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