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7.5

Quando, nel 2011, Chelsea Wolfe fece il suo ingresso ufficiale sulla scena con Ἀποκάλυψις (che seguiva il piccolo esordio di The Grime and The Glow), sembrò a tutti noi di avere a che fare con qualcosa di sconcertante e potenzialmente grandissimo: PJ Harvey che incontrava il black metal scandinavo, ma anche una Siouxsie che imbracciava le chitarre acustiche per intonare un sabba. In altre parole, un cantautorato femminile del tutto nuovo e singolare, che incarnava attitudini e generi diversissimi, inerpicandosi talvolta in sentieri pericolosi, sfiorando persino il grottesco, ma con fare così convinto e padrone di sé da risultare, alla fine, del tutto convincente. Prove come il suggestivo Unknow Rooms: A Collection of Acoustic Songs e in seguito lo splendido Pain is Beauty avrebbero ampiamente confermato il valore e la personalità di un’artista che, pur continuando a mostrare tanti lati di sé, riusciva comunque a restare sé stessa: puntualmente riconoscibile, perché in grado di lasciare un’impronta identitaria unica e personalissima.

Chelsea Wolfe tracciava così una parabola assolutamente singolare: pur rimandando a una molteplicità di fonti variegate e trasversali, si costruiva una nicchia tutta sua, strizzando l’occhio al dark, all’alt-rock, al pop, all’elettronica e persino al doom e all’industrial (Abyss e Hiss Spun). A sorpresa (ma neanche troppo), questo Birth of Violence è un disco quasi del tutto acustico, impreziosito da occasionali innesti di synth e muri dronici, ma fatto soprattutto di suoni minimali, senza rinunciare alle atmosfere cupe e sinistre che da sempre alimentano la musica e lo stile di Chelsea Wolfe: un folk gotico velato di malinconia, ma anche un canto ipnotico, etereo e al contempo viscerale che sa di fantasmi, di provincia americana, di deserto, di nudità, di desolazione. Un mondo interiore denso di demoni che si snoda senza il caos e le distorsioni dei due lavori che lo hanno preceduto (e che forse spiazzerà i fan dell’ultima ora), e che sceglie piuttosto un’impossibile quiete lirica, in un’ottica regressiva di ritorno alle origini attraverso la purezza più spoglia. Ne deriva un tono complessivo volutamente disadorno e contemplativo, che qualcuno potrebbe arrivare a definire piatto e monocorde, ma in cui qualcun altro saprà riconoscere invece una straordinaria unità d’ispirazione e una coraggiosa coerenza stilistica.

Birth of Violence è un lavoro ambizioso e per niente indulgente (potremmo dire senza troppe esitazioni che l’unico brano astrattamente “radiofonico” sia Dearanged for Rock & Roll); un lavoro delicato ma anche potentissimo, che richiede premura e impegno all’ascoltatore, invitato ad intraprendere un viaggio affatto agile, sicuramente intensissimo. È proprio il senso del viaggio ad aprire l’album, con la bellissima Mother Road, dove Wolfe canta: «I do not have a child / But I’m old enough to know some pain», quasi a voler chiarire da subito che la strada prescelta per raccontarsi, questa volta, è la più difficile tra quelle possibili, ma anche la più autentica. Una strada che ha dentro di sé molto della disperazione e molto della bellezza.

«I cannot stop / I want to be all things»: è forse nel mantra di Be All Things che possiamo sintetizzare lo spirito dell’album e di tutta la musica di Chelsea Wolfe, che ad ogni suo album compie il miracolo di suonare primordiale e contemporanea, e che qui forse più che in altri dischi fornisce la cifra perfetta della sua versatilità e della sua audacia. Lo abbiamo visto fare solo ai grandi.

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