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La terra brucia. O sta finendo di bruciare. Gli USA sono ancora teatro delle “Badlands” di Terrence Malick, ma quella rabbia giovane che imperversava tra gli anni ‘60 e ‘70 è ormai un ricordo sbiadito, oggi il sentimento sta perdendo vigore, il fuoco del suo incendio si sta spegnendo, rivelando la disperazione, la solitudine e la tristezza di chi lo aveva appiccato.

Non è un una visione antropologica nuova per The Bear, la serie di Christopher Storer già divenuta cult, questa, con cui apre il suo episodio speciale – e uscito a sorpresa su Disney+ – intitolato Gary. Una road story che guarda proprio all’idea di racconto da trip tipica dei film statunitensi del periodo sopracitato. Un titolo tra tutti, Easy Rider, al cui duo protagonista composto da Dennis Hopper e Peter Fonda, lo show risponde con Ebon Moss-Bachrach e Jon Bernthal, anche autori dell’episodio, oltre che co-protagonisti del nuovo adattamento teatrale – citato anche esplicitamente durante una scena – di Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet.

Ebon Moss-Bachrach e Jon Bernthal in Gary.

Gary è la cittadina aziendale dell’Indiana, agglomerato nato intorno all’acciaieria Gary Land Company, una filiale della U. S. Steel, ora in decadenza come tante altre sue gemelle. Si tratta della prima città statunitense oltre Chicago che The Bear racconta. Uno spostamento anche sociologico, quello dagli USA urbani a quelli rurali,  quanto mai necessario oggi se si vogliono inquadrare i malumori che hanno caratterizzato le scelte elettorali di quella fondamentale parte di mondo negli ultimi anni. Inevitabile per una serie che non hai mai fatto mistero della sua predilezione per rendere il paesaggio un personaggio vero e proprio all’interno del suo ecosistema narrativo.

Il fatto che nella cittadina ci sia anche una delle proprietà di Michael Jackson non è casuale, anzi indica come pure questa volta un ampio spazio sia lasciato al comparto musicale, non solo attraverso la cura della playlist – andata e ritorno da Heart of the Sunrise degli Yes -, ma attraverso un uso diegetico più ampio. Nella fattispecie la musica è un altro strumento con cui lo show racconta gli Stati Uniti e delinea la vitalità dei suoi personaggi.

La trama di Gary è in realtà piuttosto semplice: in un flashback di un tempo più o meno precisato prima dell’inizio dei fatti della serie, Mikey (Bernthal) e Richie (Moss-Bachrach) devono fare un lavoretto per Jimmy della durata di un giorno a Gary, che consiste nel consegnare un pacchetto sigillato di cui nessuno conosce il contenuto. Una sorta di MacGuffin telefonato, che però nel momento del suo svelamento acquisisce un significato provocatorio e importante su come la pensano gli autori della serie riguardo il senso che hanno i lavorati adesso all’interno della società statunitense.

Jon Bernthal e Marin Ireland in Gary.

Se l’intreccio è basilare, la complessità è da ricercare nei personaggi e nelle relazioni tra di loro, partendo da quella – principale – tra i due protagonisti e poi via via con quelle che instaurano con chi li circonda, tra affetti familiari e i più classici degli incontri fortuiti che si fanno nei bar lungo strada. Relazioni dialogiche, ovviamente, dato che in The Bear sono le parole a veicolare ogni contenuto semantico, definendone quindi tono e inclinazione. Parole che in questo caso evidenziano il momento divergente e potenzialmente conflittuale nelle direzioni della vita di Mikey e Richie. Questo perché uno dei due non riesce a tollerare la trasformazione a cui l’altro sta andando incontro. Una trasformazione che presuppone una nuova maturità, un nuovo status, una nuova coscienza della propria funzione.

Gary dunque, oltre a porre un tassello forse fondamentale in vista dell’ultima stagione della serie, costituisce un altro passo dello show verso la dissoluzione del maschio statunitense del Novecento. Un essere umano spezzato tra – alte – aspettative passate e – basse – possibilità presenti, ampiamente sconfitto dalle circostanze, ridotto a vittima di se stesso a causa di un dolore che lo costringe ad una sopravvivenza quotidiana, che lo fiacca e lo rende sempre più fragile e sempre meno lucido. Non più in grado di compiere un salto che potrebbe portarlo a rinascere e intollerante verso quei suoi simili che invece stanno per farlo. Una terra che sta finendo di bruciare appunto, quella che l’unica prospettiva che può costruire è di non far crescere nient’altro.

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