Recensioni

7.4

Non esiste pop star più idiosincratica di Charli XCX. Nel brano Rewind, dall’ultima prova Brat, è lei stessa a chiedersi se, al netto di 6 album in studio, centinaia di collaborazioni e un nutrito numero di hit globali, non sia giunto il momento di dare per assodato il suo status di icona pop. «I used to never think about Billboard / But, now, I’ve started thinking again», borbotta in AutoTune con l’incedere robotico e traballante di una Kesha anno 2010; «Wondering ‘bout whether I think I deserve commercial success». Un piccolo sample di un pubblico in visibilio emerge dalla scheletrica traccia electro alla menzione delle parole «commercial success», quasi a voler additare come riduttivo ogni tentativo di fare un bilancio della sua figura in termini di classifiche e numeri uno. In Charli c’è molto di più.

Da Boom Clap a Speed Drive (dalla colonna sonora di Barbie), passando per concerti da headliner ai più grandi festival e capillari campagne promozionali, non si può certo parlare di lei come di un’artista di nicchia. Eppure è proprio l’underground post-Internet ad averla richiamata a sé a ritmi alterni, ergendola a incarnazione della causa poptimista nei circoli elettronici e, nonostante la sua intermittente predisposizione nostalgica, a pop star di un futuro in cui accuse di sellout e dicotomie underground vs. mainstream, temono alcuni, finiranno per esaurire il loro afflato contrario. E così, per forza di cose, nella sua discografia è possibile tracciare percorsi sui generis, ignorando le collaborazioni con David Guetta e i brani scritti a tavolino che lei stessa oggi considera “uncool”, alla ricerca del sound tagliente e accelerazionista delle sue partnership con SOPHIE, PC Music e Caroline Polachek, per fare solo alcuni nomi.

Immortalato da una copertina che fa piazza pulita di estetismi e iconografie glamour, Brat opta per un sound che si ricollega al filone club con cui Charli ha debuttato nella scena rave di Hackney di fine anni 2000 e che ha unito idealmente i capitoli più sperimentali della sua discografia, Vroom Vroom EP (2016), i mixtape Number 1 Angel e Pop 2 (2017), i picchi rave di Charli (2019) e how i’m feeling now (2020). Assieme a un nutrito numero di co-produttori, tra cui EASYFUN (già con lei in Pop 2), Hudson Mohawke, il compagno George Daniel e Cirkut, A. G. Cook torna in veste di direttore creativo, al timone di un progetto che, pur presentandosi in superficie come spavaldo e indifferente («If you love it if you hate it / I don’t fucking care what you think», sussurra Charli nel singolo apripista 360), sembra essenzialmente voler reintrodurre l’artista e consacrare la sua libertà creativa.

360 apre le danze con esili arpeggi synth, flash di macchine fotografiche e un’interpretazione a metà strada tra canto, rap e parlato che ritorna spesso sul disco, conferendo un tono conversazionale che ben si sposa con la sperticata immediatezza dei testi. Laddove in 360 Charli immortala, non senza un pizzico d’ironia, il suo status di ubiqua I(nterne)t-girl («I’m so Julia- ah, ah», canta inasprendo l’ultima vocale, quasi a voler deridere l’ascoltatore inconsapevole del riferimento a Julia Fox), Club Classics preme fino in fondo l’acceleratore, sconfinando in territorio techno-pop per glorificare il suo cult status tra i nomi che contano. Tra penetranti beat e overdub all’elio, Charli dichiara di voler ballare al suono della propria musica («I wanna dance to me/I wanna dance to A.G.»), un’ostentazione alquanto iperrealista alla luce della sua recente serie di ‘monografici’ DJ set intitolati Party Girl

Von Dutch, senza dubbio uno dei suoi singoli più caotici, ribadisce il concetto («cult classic, but I still pop») e il debito con l’estetica PC Music, complice una vorticosa produzione a cura di EASYFUN in cui rumore e texture industrial vengono messi a contrasto con acidule impennate sintetiche. Nella commovente ballata-tributo a SOPHIE So I, una ripresa di motivi e immagini del brano chiave dal manifesto hyperpop OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES (2018) It’s OK To Cry, scopriamo che la compianta produttrice scozzese consigliava spesso a Charli di raddoppiare in velocità («Make it faster») in fase di produzione, un consiglio che continua a dare i suoi frutti: sono proprio i brani più inflessibili e concitati a caratterizzare Brat come il capitolo più significativo in quello che potremmo definire l“hard Charli” continuum.

Oltre ai singoli di cui sopra, si trasformano in istantanee “cult classic” 365, essenzialmente un remix di 360 in cui Charli rivisita scorribande stupefacenti («Should we do a little key?») e gli eccessi trance di how i’m feeling now, e la scivolosa B2b, co-prodotta da Gesaffelstein, in cui un marziale beat electro house e una coltre di drone si compenetrano alla ricerca di tetre atmosfere da comedown. L’interessante saggio di defamiliarizzazione Everything is romantic introduce il racconto di una fuga d’amore durante una vacanza a cinque stelle in Italia («Capri in the distance») con seducenti orchestrazioni alla Born To Die (alle bad girls piace Lana Del Rey, ci ricorda più avanti nella bislacca Mean girls), ma non si tratta che di un’istantanea, un preludio all’azione sul dancefloor, un tour de force tra riferimenti UK garage e techno coordinati da Cook assieme a El Guincho, noto ai più per i lavori con Rosalía. Il risultato è perfettamente in linea con i suoi momenti da pop star contraria più imprevedibili e esilaranti. 

Per quanto intrinsecamente un club album, Brat ci presenta anche un lato più introspettivo di Charli, esplorato in un gruzzolo di brani dai risultati alterni. Per la prima volta nella sua carriera, Charli dice di essere partita dalla stesura dei testi, motivata da un desiderio di sviscerare temi e aneddoti che ci raccontano di una veterana party girl ormai avvezza alle molteplici contraddizioni interne all’industria musicale. Non proprio convincente il tentativo di condensare profonde riflessioni su alienazione («I’m famous but not quite/ I look perfect for the background») e la prospettiva di diventare madre nei due brevi brani I might say something stupid e I think about it all the time. Pur brillando per la sua brutale onestà, il secondo in particolare finisce per introdurre un forzato elemento di verbosità non proprio a suo agio nell’euforico universo del disco. 

Un ruvido electro pop accompagna invece alla perfezione le insicurezze e frustrazioni semi-urlate di Sympathy is a knife («I don’t wanna force a smile/This one girl taps my insecurities»), un bentornato ritorno alle sbavature emo di True Romance. In Girl, so confusing, invece, il riferimento musicale è al suo idolo Robyn, anche ospite di un ottimo remix di 360 assieme a Yung Lean. Le sue parole vengono indirizzate a una collega non identificata (Lorde? Marina?) che ci viene dipinta come fonte di sentimenti contrastanti («People say that we’re alike / They say we’ve got the same hair / We talk about making music / But I don’t know if it’s honest»). Solo Charli poteva ritagliare un’eccellente inno dance da una velata diss-track a cuore aperto. Non c’è dubbio: nella sua Brat era, Charli suona più carica e libera di sempre. 

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