Recensioni

7.5

What a day feeling heavy / Broke your back dragging your dreams down the same old street

Ci sono canzoni, e gli album che le contengono, in grado di portarti subito in un posto preciso, da qualche parte dove è bello. Tutto sta nel saper costruire il suono, usarlo per creare un ambiente, raccontare una storia, illuderti di esserne il protagonista e di trovarti proprio lì. Bastano un loop ritmico, una figura ripetuta di basso, pochi tocchi di chitarra classica a definire la tonalità e dettare l’ambiente e una manciata di parole come quelle citate sopra (l’incipit di Lazy Daisy, traccia numero due del disco di cui stiamo per parlarvi) a trascinarti in uno stato d’animo indefinito e indefinibile, tra disincanto e sogno.

Vengono da Bristol, i Tara Clerkin Trio. E si sente. La formula a cui sono approdati non nasconde certo naturali ascendenze trip hop, ma nel loro percorso di studio, di progressiva costruzione di identità sonora e di entità musicale (da una formazione iniziale di otto si sono via via ridotti all’attuale terzetto che comprende, oltre all’omonima titolare, i fratelli Sunny Joe e Patrick Benjamin Paradisos, in ruoli non definiti e intercambiabili), hanno saputo incamerare approcci e stili diversi, tentativo dopo tentativo, fino all’attuale, mirabile equilibrio tra spirito avant, attitudine giocosa e istinto pop sfoggiato splendidamente da questo Somewhere Good.

A sei anni dall’omonimo esordio su lunga distanza per Laura Lies e dopo un paio di EP (In Spring, 2021. e On The Turning Ground, 2023) per World Of Echo, arriva così il momento decisivo, quello in grado di determinare il passaggio da piccolo culto a band matura e sicura dei propri mezzi, a dispetto di una congiuntura storica che penalizza le realtà davvero indie come la loro nell’Inghilterra post-Brexit (tra mille difficoltà economiche e logistiche e a dispetto di una intensissima attività live, mantengono tutti i loro day jobs).

Nonostante la natura eterea, sognante e quasi impalpabile delle sue otto composizioni (metà strumentali, metà guidate dalla voce incantevole e jazzy di Tara, in un’occasione affiancata in duetto dal compagno Sunny Joe), tutte nate da lunghe improvvisazioni e un successivo, meticoloso lavoro di costruzione del suono, pezzetto dopo pezzetto, assemblando in modo organico loop e performance live, questa è un’opera seconda caratterizzata da una compiutezza e un’assertività invidiabili, una vera prova di carattere.

Sono tante le direzioni intraprese, dal minimalismo à la Steve Reich dell’iniziale Lake Walk (una suoneria di un vecchio nokia per synth e clarinetto) ai soundscape della caleidoscopica e mesmerica There Was a Nice Sunset, dalla leggerezza di una Lazy Daisy tutta sospensioni e romanticismo (come suonerebbero Portishead in jam con Belle And Sebastian)  alle reiterazioni ipnotiche dell’apicale title track (meraviglia tra Talk Talk e Bark Psychosis), dall’uso di sample vocali della iperpsichedelica Silently (la più Massive Attack del lotto) al dub anti-gentrificazione di Slow Island fino al finto jazz di marca  Broadcast di Ups & Downs e il kraut giocattoloso di Movin’ On (un po’ Stereolab, un po’ Faust); tante strade che ti portano, appunto, in quel posto preciso, somewhere good.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette