Recensioni

Quello che bussa alla finestra dello spettatore è un fantasma edulcorato, elegante e lussuoso del Cime Tempestose di Emily Brontë. Quello di Emerald Fennell non vuol essere un adattamento filologicamente fedele del romanzo, ma una sua rilettura in chiave prettamente sentimentale.
L’aspetto gotico della brughiera inglese, fucina di spettri e vendette, diventa terra di sfarzo e cuori che battono. Ma anime che abitano questo fazzoletto di terra sono poche, essenziali: i cuori che struggono e i corpi che si attraggono vengono ridotti all’osso. Nessun nipote, fratello o figlio a Wuthering Heights: Fennell gioca all’essenziale, taglia quel microcosmo antropologico che abitava le pagine della Brontë per concentrarsi sui tarli di una dipendenza affettiva destinata alla dannazione.
In una società soggiogata dalla perfezione estetica di uno scatto destinato al social, Fennell fa del suo Cime Tempestose una galleria di quadri perfetti, attraversati da abiti che vestono corpi colmi di sentimenti, sebbene lontani dal calco letterario originario. C’è tanta immagine lustrata, tanta bellezza scenografica, fotografica e umana, a schiacciare ed eliminare la bruttura dei caratteri, l’ingiustizia sociale dell’Ottocento, il sangue invisibile delle ferite interiori. La Catherine di Margot Robbie è una donna risoluta, consapevole della propria libertà di pensiero e di scelta. Anche Heathcliff è più levigato: una versione romantica, sensuale, contemporanea, da idolo delle folle, rispetto a quella immaginata dalla Brontë. Quello di Jacob Elordi è un Heathcliff liberato dall’indole brutale e vendicativa, un anti-eroe che attira, manipola, ma ama.
Eppure, in origine, Cime Tempestose non nasce come storia d’amore: è un saggio sulla dipendenza affettiva, sulla vendetta e l’ossessione. Fennell piega visivamente il romanzo ai crismi della propria estetica e ai dettami della contemporaneità. Strizza l’occhio a quell’autodeterminazione femminile (e femminista) già avanzata in Una donna promettente, e a quell’erotismo già preminente in Saltburn che tra le pagine della Bronte era solo suggerito, ma mai esplicitato. Una visione personale che va al ritmo di un commento musicale altrettanto fuori dai canoni perché lontano da quello che accompagna i classici period-drama, e per questo affidato a Charlie XCX.
Preso singolarmente e slegato dalla sua fonte letteraria, Cime Tempestose è un quadro dalle pennellate ineccepibili: l’impressione di un’attrazione, uno sguardo di seduzione, di slanci trattenuti nello spazio di un rosso passione e di un bianco purezza. La pioggia che bagna la brughiera diventa uno scroscio di sudore sui due protagonisti che si avvicinano e allontanano, mentre gli abiti scuri preannunciano il destino del loro legame. Forte degli abiti di Jacqueline Durran (premio Oscar per Anna Karenina di Joe Wright) e di una fotografia carica di potenza emotiva, l’opera si fa corpo che attrae, sguardo che conquista. Anche le performance riflettono la visione dalla regista, donando a Heathcliff e Catherine una psicologia divergente rispetto a quella originaria, ma non priva di pathos e tridimensionalità. I due personaggi nascono come pezzi di marmo modellati dagli scalpelli di sguardi che si cercano, si desiderano, si incontrano per poi distruggersi.
Eppure, qualcosa manca in questa costruzione esteticamente perfetta: un involucro abbellito da ricami, nastri e corsetti di pelle che racchiude un contenuto ridotto all’essenziale, semplice e poco coraggioso. L’anonimia della regia frena quella visione allucinatoria e personale che Fennell costruisce attorno al suo Cime Tempestose. Nessuna ripresa davvero distintiva, nessun virtuosismo, nessuna impronta autoriale: la regista lascia che a muoversi sulla scena siano i suoi protagonisti e l’allestimento scenografico che li ingloba. Una scelta accettabile se trattasse di un adattamento fedele; meno, quando rivendica una versione personale. Qui si sentiva l’esigenza di una regia capace di sedurre e trascinare lo spettatore nel gioco tra desiderio e repressione.

Cime Tempestose di Emerald Fennell è dunque una piena rilettura dell’opera di Emily Brontë. Non ne è copia né vuole esserlo. È una versione personale, un gioco di similitudini e distanze sottolineato anche da costumi anacronistici. Preso come opera autonoma, è una love story in costume, memore dei tormenti di Orgoglio e pregiudizio e, in forma più edulcorata, di Anna Karenina.
Ma nel confronto con la base letteraria, il film lima gli spigoli, mitiga il dolore, elimina la tortura. Heathcliff è riscritto per un pubblico femminile contemporaneo, stanco del dominio patriarcale, scevro di ombre, schiavo d’amore. Quello di Jacob Elordi è un personaggio che non tormenta Cathy, non le incute timore: le copre gli occhi dalla pioggia. È un ragazzo nato dalla povertà e dalla violenza che rinasce all’ombra dell’amore eterno. Eterno, non tossico come nel romanzo.
Ed è forse qui il cambiamento più radicale: per rivolgersi a un pubblico che tenta di scappare (e ancor poco educare) dal consenso, dalla disfunzionalità affettiva, e dalla tossicità dei rapporti, la regista doveva lavorare su quell’aspetto che la Brontë non ha avuto paura di evidenziare, ma che troppo spesso è stato ignorato, o dimenticato. E forse per questo che doveva pigiare sull’acceleratore, rimarcare il dolore e la dipendenza non salutare del legame tra i due protagonisti con una regia più incisiva, meno scolastica e più intima, lontana dai semplici primi piani da raccordare con un montaggio accademico.
È un film sufficientemente riuscito, Cime Tempestose: un dipinto romantico dalle pennellate perfette, ma privo di quello sturm und drang sentimentale che vibra tra le pagine del romanzo; quel timore che fa cedere le gambe, quel sentimento che si ribella alle regole e alla perfezione per generare scompenso, seduzione e passione, come una giornata di pioggia nella brughiera inglese.
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