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October. Titolo più didascalico non potevano sceglierlo, gli U2, quando si trattò di dare un nome alla loro seconda, soffertissima prova in studio. Un album registrato in fretta e furia, con la band messasi al lavoro all’indomani del primo tour davvero importante della sua carriera e ancora inebriata dei trionfali fumi dei club degli Stati Uniti nel giro a supporto del debutto Boy. In più ci si mise Bono, che in America si fece fregare la valigetta con i testi (gli verrà restituita molti anni dopo) e, insomma, i presupposti per un buco nell’acqua c’erano tutti.

In effetti andò così. L’ottobre degli U2 somigliava più a un inverno dell’ispirazione. Stavolta, la risaputa ritrosia del quartetto a entrare in studio con il materiale già definito e più o meno pronto all’incisione si rivelò un boomerang. Il sophomore è da sempre considerato l’episodio più debole della prima trilogia, il vaso di coccio in mezzo ai due vasi di ferro Boy e War. Eppure la band non aveva smarrito la rabbia, l’energia e l’urgenza che avevano animato l’esordio, anzi: se possibile, in alcuni momenti October era anche più “guerreggiante” rispetto al precedente lavoro, anticipando di un annetto e mezzo il combat stradaiolo del terzo capitolo, che li catapulterà nel gotha. Guerreggiante e anche più attaccato alle radici: i dublinesi introdussero negli arrangiamenti le uilleann pipes, sorta di cornamusa tradizionale irlandese, il cui uso che ne fece Vincent Kilduff (di lì a poco co-fondatore della formazione folk/celtic rock In Tua Nua) conferì a un passaggio come Tomorrow – accorata elegia del cantante alla madre, morta quando lui aveva 14 anni – un pathos inaudito.

Il problema, come detto, fu il poco tempo a disposizione. Degli 11 episodi del lotto, solo il primo singolo Fire – registrato alle Bahamas durante un soggiorno dei quattro nella residenza del mitico boss della Island, Chris Blackwell (il resto del disco fu realizzato negli storici Windmill Lane Studios) – era una canzone finita; le altre erano abbozzi o poco più. La stessa Gloria, secondo singolo e passaggio più noto dell’album, aveva un testo palesemente incompleto che Bono dovette improvvisare al microfono poiché – appunto – aveva smarrito i fogli con le parole (o forse, conoscendolo, era già in ritardo di suo). Addirittura, in certi casi, il vocalist non riuscendo a fare altro si ridusse al paradosso di descrivere se stesso mentre brancolava nel buio alla ricerca di idee. I primi versi della stessa Gloria erano paradigmatici: «I try to sing this song / I try to stand up but I can’t find my feet», diciamo non il massimo della letteratura per chi è nato nella città di Wilde, Joyce e Beckett.

Poi certo, gli U2 di allora sapevano fare di necessità virtù ed erano comunque capaci, nonostante la stipsi creativa, di cavare fuori diamanti come la title-track: su una struggente melodia solo piano, la voce di Bono si ergeva maestosa come a riempire valli nebbiose, desolate e pavimentate di foglie cadute dagli alberi. Ma fu un caso. Non di pari livello era il resto, dove pure la suadente I Fall Down faceva la sua figura e diventò uno dei momenti cardine dei concerti resistendo nelle scalette perfino all’irruzione col coltello tra i denti delle hit di War. Come accennato, October fu il ponte tra la new-wave intimista e joydivisioniana della prima fatica in studio e il piglio guerresco e clashiano della terza.

Pur trattandosi di assemblaggi posticci di ottime ma pur sempre scollegate idee, canzoni come I Threw A Brick Through A Window, Rejoice e With A Shout (Jerusalem) videro imporsi il “riot” drumming di Larry Mullen jr., che di lì in avanti verrà declinato anche in chiave militarista in virtù del retaggio del batterista, a suo tempo passato anche per quella Artane Boys Band dove ti buttavano fuori se non ti tagliavi i capelli. Sotto la guida del produttore Steve Lillywhite – dietro la consolle anche di Boy – il “Dorian Gray” degli U2 migliorò tantissimo e la sezione ritmica, completata dal bassista Adam Clayton, da punto debole della formazione cominciò a diventare di forza. E dal vivo, dei pezzi palesemente incompleti, per non dire strampalati, diventarono dei must.

Ma in October c’era anche un altro elemento di novità: la tensione spirituale. Tre membri su quattro della band avevano iniziato da poco a frequentare un gruppo di preghiera denominato Shalom, il che li portò a interrogarsi sull’effettiva conformità della vita da rockstar alla fede cristiana. The Edge addirittura lasciò la band e Bono fu sul punto di farlo. Dall’altra parte, Clayton era l’unico ateo della formazione e ciò per un periodo lo allontanò dagli altri al punto che – col senno di poi – si potrebbe dire che la copertina del disco sembrava quasi fotografare la sua sopravvenuta estraneità al progetto. Fortuna che la crisi rientrò e i quattro ripresero a fare ciò che gli veniva meglio. Già, la religione ha rischiato di interrompere praticamente sul nascere l’esistenza di una delle band più grandi della storia del rock: poi dice che non tocca bestemmiare.

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