Recensioni

6.5

All’improvviso nella città in cui vivo sono apparsi dei graffiti. Così, di botto, tra la sera e la mattina. Gli autori hanno scelto di realizzarli in varie zone, scelte evidentemente per massimizzarne la visibilità. Non sono niente di speciale: testoni pseudo-punk stilizzati, non troppo grandi (forse un metro quadrato), portatori in modalità fumettistica di affermazioni tendenti a stigmatizzare certe derive tossiche del presente, tipo il conformismo massmediatico, l’enfasi sulla performance in ogni ambito e la diffusione sempre più pervasiva delle AI. La prima volta che li ho visti ho pensato che fossero un caso curioso di mistery campaign, dalle intenzioni tutto sommato condivisibili ma in palese contrasto con la banalità dei disegni e degli slogan, questi ultimi all’insegna di un generico buonsenso che ti aspetteresti più dal vecchio zio al terzo limoncello che non da uno street artist col culto di Banksy, Keith Haring e Blu

Fanno quasi tenerezza, insomma, quei graffiti, perché sembrano rivelare la tenace impotenza di un codice troppo elementare rispetto alla complessità, rapidità e potenza di ciò che mettono nel mirino. Tuttavia, i numerosi commenti su media e social che sono seguiti hanno messo in evidenza come esista una base solida di individui che vengono colpiti dalla wall art pure se tarata su un livello – diciamo – non eccelso. Colpiti al punto da provocare dibattito, dialettica, persino polemica (pazienza). Probabilmente, mi sono detto, tendo a farmi condizionare troppo dalla complessità e a sottovalutare di conseguenza la ricaduta di certi fenomeni semplici (o solo apparentemente semplici) sul reale. Ebbene sì: anche un banale graffito può innescare una scintilla di pensiero critico in questi tempi di inerzia sedimentata. Non sarà molto, ma è qualcosa. 

Venendo a noi, ovvero ai Subsonica, non ho potuto fare a meno di riflettere su tutto questo mentre ascoltavo il loro nuovo Terre rare, vuoi perché graffiti e album sono apparsi quasi in contemporanea  (ovviamente si tratta di un caso, ma il caso, si sa, ha ragioni che la ragione non conosce), ma soprattutto perché quanto ho scritto sopra trova consonanza con ciò che la band piemontese ha sempre fatto: sporgersi sul rovello della complessità sintetizzando tensione e apprensione in un codice intenso ma semplice, nervoso ma potabile, a tratti cupo eppure senza mai disperdere l’afflato liberatorio e il piglio ballabile. Non intendo con questo denigrarli: è anzi il loro punto di forza, il tratto peculiare di una calligrafia che è originale proprio nella misura in cui sa dosare i riferimenti su una platea di ascoltatori che eccede la dimensione alternativa, prendendo dalla linea di intersezione tra rock ed elettronica dei 90s le parti utili per confezionare una calligrafia capace di suonare al tempo stesso aliena e riconoscibile, contemporanea ma attraversata da vibes melodiche tradizionali (pensate a Tutti i miei sbagli, presentata non a caso sul palco di Sanremo 2000), variamente impegnata e “gettata” sulla china scivolosa del presente senza mai lasciare che la trama poetica/teorica sacrifichi l’immediatezza.

In questo senso, la voce di Samuel è emblematica: un registro tenorile spazioso ma rigido, caldo ma piatto, leggermente nasale quando si distende aereo ma per il resto sempre riconoscibile, elemento umano ad alzo zero e quindi normalizzante nel cuore del dispositivo sonoro, che abita come se fosse lo scenario urbano di turno. Una voce e uno stile canoro che ribadisce ogni volta quanto le sue radici siano ben piantate dalla parte giusta rispetto alle ostilità della Storia, armato di una consapevolezza proteiforme da centro sociale che ha da tempo avviato i negoziati con le dinamiche e i meccanismi del famigerato “sistema”. Una voce che diresti appartenere all’amico con cui sei cresciuto, quello con cui dividevi incazzature e prospettive, le cui parole erano le tue ma pronunciate un attimo prima che tu le pensassi. E che ogni volta ritrovi uguale ma cambiato, un po’ meno contro e sempre più dentro, stanco ma incapace di arrendersi del tutto, di abdicare al suo ruolo via via più simbolico che altro. Non sarà molto, ma è qualcosa. 

Due anni dopo il più che discreto Realtà aumentata, le considerazioni da fare per Terre rare potrebbero essere assai simili: in breve, il fatto che i Subsonica sembrino impegnati a essere la migliore versione possibile di sé stessi non appare più un difetto dal momento in cui il pop-rock viene sottoposto a una sistematica presentificazione, processo che trasforma la sua lunga storia in un catalogo da cui pescare comodamente attraverso la piattaforma di streaming preferita. In altre parole, l’azione congiunta e simbiotica di retromania e facilities tecnologiche hanno reso attuale tutto lo scibile musicale, compreso ovviamente quello che pullulava a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, tra le aspettative e i timori per i preannunciati e anzi imminenti cambi di paradigma. Frangente di cui Subsonica furono, almeno a queste latitudini, esponenti di primo piano. 

Va aggiunto che in questo nuovo album ci mettono del loro per ispessire questa rinnovata sensazione di presenza, scegliendo un approccio più suonato e in particolare introducendo nella formula elementi tipici della psych desertica di stampo quasi Tinariwen, tuttavia come filtrati attraverso cavetteria analogica e circuiti digitali fino a distillarne una trama ibrida, quasi ologrammatica. Quest’ultimo aspetto è dominante soprattutto in Ghibli, con al centro quella sorta di raga lisergico/mistico che fa pensare a un Timbaland impanato di sabbia e cotto dal Sahara. Ma già l’iniziale Al confine sembra voler aprire le coordinate sonore e geografiche di ascendenza Bristol all’influsso di neanche troppo vaghe suggestioni afro (mentre il testo calca la mano sul contrasto tra l’irrilevanza ontologica e la rilevanza politica dei confini).

Ciò che nella successiva Straniero diventa eclatante, un combat arab’n’b col featuring vocale – un po’ telefonato ma tutto sommato efficace – di TÄRA, mentre Radio Mogadiscio affronta la questione sintonizzando frequenze funkettose da Clash post-Sandinista (il ritornello tradisce sospette filiazioni addirittura da Rock The Casbah). Altrove il piglio è più asciutto, ovvero scopre il nervo funky fino all’osso come in quella Teorie (il tema è quello degli svalvolati del complottismo) che guarda ai Talking Heads di Fear Of Music ma senza scordare di abbeverarsi nella consueta radiosità melodica, simile per impeto a Grida che però torna a cucire i caleidoscopi esotici col piano inclinato del trip-hop e una certa urgenza residua rock.  

C’è tuttavia spazio e tempo per l’angolazione atmosferica in senso post-wave capace di governare malinconie dal respiro generazionale (ma oggi sarebbe il caso di dire: epocale), come accade nella piuttosto ispirata Rifugio, mentre la più dinamica Alisei s’incarica di soffiare particelle nostalgiche con una pop-ballad al tempo stesso agrodolce e incalzante, quasi una versione di Bianca degli Afterhours tempestata di brillantini j-pop. 

Detto di una Transumanesimo che sgrana up-tempo punk asperso di nebbiolina androide (melodicamente non pervenuta, tematicamente sdrucciolevole) e del breve interludio strumentale di Jinn (neanche troppo suggestivo), resta da riferire come Il tempo in me si giochi bene la carta del pop massimalista anomalo (sembra una Tutti i miei sbagli più altera) mentre la title track sigilla la scaletta incastrando un fraseggio sintetico angoloso tra bave di chitarra, drumming puntiglioso e uno sviluppo melodico che allarga progressivamente le maglie dell’inquietudine (mi è capitato di pensare ai Radiohead altezza King Of Limbs).

Ed eccoci al tirare le somme: malgrado le citate variazioni alla palette sonora, l’ascolto non riserva sorprese, né lo fa – tantomeno – la ricollocazione del respiro geopolitico. Non sono che variazioni marginali di una postura stilistica e tematica ben riconoscibile. Non sono altro che, banalmente, i Subsonica, maturi oltre la necessità di reinventarsi, in ragione di ciò disposti ad accettarsi, ad agire nel perimetro definito dai loro pregi e dai loro limiti, dove fanno bene ciò che sanno di poter fare. Resta la sensazione che sappiano intuire la presenza dei fantasmi del presente ma che raramente riescano a intrappolarli: ed è così, in fondo, fin dai tempi di Microchip emozionale.  

Detto questo, è un album coeso, convinto, a tratti anche ispirato. Non sarà molto. Ma è qualcosa.    

P.S.

Ho controllato, i graffiti sono ancora lì. Ma non ne parla più nessuno.        

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