Recensioni

A quattro anni da Volevo fare la rockstar, Carmen Consoli torna con Amuri luci, primo capitolo di una trilogia ispirata alla figura di Quinto Ennio, poeta latino che dichiarava di parlare in tre lingue e dunque di avere “tre cuori”. Tre album, dunque, fatti di lingue e intenzioni diverse, il cui primo prosegue il dialogo con la propria terra già esplorato nella colonna sonora L’amuri ca v’haju e nello spettacolo Terra ca nun senti. Lo studio e l’amore per l’opera di Rosa Balistreri hanno fatto emergere il blues insito nella cantautrice, un mezzo per raccontare storie di radici, memoria e rivolta, riallacciandosi a un patrimonio musicale mediterraneo che va dalla Sicilia alla Grecia, fino alla Spagna e al mondo arabo. Tra gli ospiti spicca Mahmood, perfettamente a suo agio con l’accento siciliano nella gitano-persiana La terra di Hamdis.
Accanto a Consoli, la band costruisce un suono di confine: non tra California e Messico, come nei Calexico, ma tra la Sicilia e le musiche che questa terra, crocevia culturale, ha assorbito nei secoli, arricchite da un tocco di Morricone e psichedelia desertica. Unni t’ha fattu ’a stati e Galateia sono mazurche sotto cieli di Sergio Leone; La terra di Hamdis si infiamma in un country-blues rovente, alla Woven Hand, mentre 3 our / 3 oru apre a una samba sbarazzina dai sapori anni ’60. Mamma tedesca e Bonsai #3, per sola chitarra acustica, affondano nella tradizione folk siciliana, anche in chiave valzer.
La spaghetti-western Parru cu tia vede Jovanotti rappare in italiano, e pare più un’operazione di marketing che non di reale necessità artistica, mentre Qual sete voi? regala un duetto più pertinente e coerente con l’impianto concettuale dell’album. Il brano vede la Consoli dialogare con il giovane tenore Leonardo Sgroi del Maggio Musicale Fiorentino. La coppia riporta in vita le poesie di Nina da Messina, riconosciuta come la prima donna a scrivere in volgare nel XIII secolo, trasformando l’epistolario poetico con Dante da Maiano in duetto musicale.
«È stato realizzato in gran parte in presa diretta – scrive Consoli – Avevo trovato una chitarra classica appartenente a una mia trisavola, mi sono messa a suonarla e sono nate le canzoni. Forse perché mi connetteva con le radici di famiglia. Poi ho chiamato i musicisti e ho chiesto: le arrangiamo assieme?». Ed è proprio così che suona il disco: sincero, verace, ottimamente arrangiato e prodotto.
Seguiranno i due capitoli successivi: un ritorno alle radici rock di Consoli, legate alla Catania degli anni ’90 e all’alt-rock nordamericano, con la collaborazione di due membri storici degli Uzeda, Raffaele Gulisano e Davide Oliveri; e un terzo album più cantautorale, con brani in lingua italiana, destinato a fungere da sintesi emotiva e stilistica del percorso intrapreso.
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