Recensioni

Sono trascorsi sei anni da L’abitudine di tornare. Sei anni nell’equivalenza della vita virtuale odierna sono un’infinità, un periodo lunghissimo che – specialmente in tempi come questi in cui la soglia dell’attenzione delle nuove generazioni si sta assottigliando sempre più – suona (è proprio il caso di dirlo) come un grido disperato e sofferto sul bisogno di fermarsi ad osservare, ad analizzare non solo quello che accade costantemente intorno a noi, ma soprattutto dentro di noi. Viviamo tempi precari e la musica contemporanea (nella stragrande maggioranza) è impegnata soltanto a restituire bozzetti su questo o quell’argomento che durano al massimo il tempo di uno stream, in un terreno – quello del confronto e della discussione – ormai fagocitato dalla logica di un algoritmo.
Volevo fare la rockstar piomba addosso ai circuiti radiofonici come un fulmine a ciel sereno, non per sconvolgere chissà quali teoremi stilistici e/o musicali, ma come una potente disamina del presente (strettamente legato alla memoria storica del nostro Paese, sempre più eterea e dimenticata) che ha tuttavia l’aspetto di un’anomalia, se rapportata proprio a quell’algoritmo di cui si accennava poc’anzi. Con questo suo nono album in studio in 25 anni di carriera, Carmen Consoli sceglie di continuare il percorso ormai consolidato già con i due precedenti Elettra e L’abitudine di tornare, confezionando artigianalmente (insieme ai collaboratori Massimo Roccaforte e Toni Carbone) 10 brani in grado di comunicare amabilmente e armonicamente tra loro.
Pur non essendolo tecnicamente, stiamo parlando di un concept album, in cui la cantantessa ormai giunta al grado ultimo di maturazione guarda sia la se stessa bambina – piena di sogni e speranze alimentati da una famiglia incredibile e sempre di sostegno – sia la Consoli degli esordi – ridiscendendo nuovamente nella Catania rock degli anni ’90 che viene qui rielaborata attraverso un piglio che ormai è diventato il suo marchio di fabbrica: quel guardare costantemente il passato con una nostalgia dolce e malinconica ma mai interamente sconfortante. Lo sguardo radioso verso il futuro si riflette negli occhi del figlio Carlo Giuseppe, al quale sono dedicati alcuni dei versi migliori del lotto, dal singolo di lancio Una domenica al mare (nel quale lo vediamo correre nel videoclip) o nel monito (più verso i doveri di un genitore preoccupato che verso i compiti di un figlio) della serenata exotic-desert Le cose di sempre. Su tutto aleggia, come sempre, il fantasma dell’ironia, capace di veicolare i messaggi più disparati con una semplicità spiazzante e a cui Consoli ha sempre dato la giusta importanza.
Volevo fare la rockstar è soprattutto un disco politico che utilizza la potenza della narrazione allo stesso tempo coinvolta e distaccata della prosa consoliana per sottolineare i tempi precari in cui viviamo e il bisogno, anzi l’urgenza di approdare a un nuovo domani. Un domani in cui alle fake news subentrino pensieri ragionati, dove le persone riusciranno finalmente a liberarsi dello specchio per le allodole che è diventata la politica contemporanea (Mago Magone), sperando di non cadere vittime di un altro uomo nero. «…una parte di storia deve cambiare per tornare a sperare», come si sente nella deandreaiana title-track, probabilmente tra le chiuse più belle della discografia dell’artista catanese.
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