Recensioni

Avendo seguito con coinvolto interesse la lunga carriera della cantantessa catanese, ero seriamente intimorito dal suo ritorno discografico dopo la lunga pausa, soprattutto per la paura che non avesse molto da dire. In realtà mi sbagliavo.
A cinque anni da Elettra, dopo un figlio e qualche collaborazione, Carmen Consoli torna sulle scene con dieci brani che svariano tra sonorità pop e cantautorato, ovvero la formula che da (quasi) sempre contraddistingue i dischi della musicista. L’abitudine di tornare è un lavoro prossimo al giornalismo di cronaca: con penna e quaderno la cantantessa racconta la realtà che la circonda, nella quale si è immersa in questo periodo di lungo silenzio, per descriverla, ammirarla, criticarla. Lo fa a modo suo, come sempre, tra provocazioni, rabbia e indignazione. Musicalmente, l’ottavo disco della sua lunga carriera si inserisce alla perfezione nel solco tracciato da Eva contro Eva prima e ricalcato da Elettra poi. Un lavoro nel complesso meno arrabbiato, contraddistinto da una maggiore morbidezza nei suoni e una sempre più piacevole profondità vocale. Insomma, come è normale che sia, siamo lontani anni luce dalla bambina isterica, confusa, felice e arrabbiata. Carmen Consoli ha voglia di raccontare il Paese in cui vive, i suoi vizi, i suoi difetti e le sue contraddizioni, come farebbe una mamma di quarant’anni con un bimbo da allattare, Modugno che risuona per casa e un’adolescenza trascorsa ad ascoltare Throwing Muses e Sonic Youth.
Ci sono i temi da sempre familiari all’universo della Consoli, dal femminicidio (La signora del quinto piano) al silenzio omertoso (Esercito silente), dall’amore follemente perso nella speranza di dirsi prima o poi addio (Sintonia imperfetta) a quello corrugato di Oceani deserti (omaggio dei fratelli Gazzé). Prodotto artisticamente insieme a Massimo Roccaforte e Gianluca Vaccaro, L’abitudine di tornare conferma la piacevole anomalia rappresentata da Carmen Consoli, uno dei pochi esempi di cantautorato italiano ancora in grado si seguire regole e percorsi propri, forse più prevedibili rispetto al passato, ma sempre meritevoli di attenzione e ampiamente godibili.
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