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L’ultima mutazione “antropologica” di Bono è iniziata poco meno di una quindicina d’anni fa quando, complici l’avanzare dell’età e una mobilità fisica fatalmente ridotta, il saltimbanco rock, trascinatore di folle da stadio nonché illuminato compositore di canzoni aveva cominciato a cedere il passo all’intrattenitore da sala, a quella figura un po’ a metà tra crooner e stand-up comedian. Differenza sottile ma ben chiara adesso che il leader degli U2 sul palco di un teatro c’è salito davvero, per raccontarsi. Un cantastorie lo è sempre stato, un folksinger o per meglio dire soul singer, come lo definì Zucchero, e ora ci racconta la storia più grande, quella della sua vita, in questo film concerto tratto dall’omonimo spettacolo teatrale portato in scena tra il 2022 e il 2023 (con tappa finale al Teatro San Carlo di Napoli) e narrante il dietro le quinte di una vita straordinaria, storie personali che hanno plasmato l’autore nel percorso di figlio, padre, marito, attivista e rockstar, una confessione che spazia tra musica, amore, amicizia, impegno, vita e morte.

Era dai tempi di Rattle And Hum che un progetto correlato agli U2 non si declinava in così tante vesti: quello del 1988 fu album, film documentario (girato in bianco e nero) e libro; questo addirittura libro (Surrender: 40 Songs, One Story), spettacolo teatrale (Stories of Surrender), album in studio (Songs Of Surrender), film concerto (guarda caso anche questo in b/n) e perfino EP (con versioni rivisitate dei brani u2ici Desire, Sunday Bloody Sunday e The Showman).

In contraddizione col titolo scelto per la campagna, mutuato da quello di una canzone contenuta in War, Bono ha presentato il film a Cannes qualche settimana fa sfilando sul Red Carpet al fianco di uno stuolo di militari ucraini in uniforme; più coerente lo è stato sul palco, e conseguentemente nella pellicola che racconta quelle esibizioni, dove si è messo a nudo snocciolando tutto il vissuto da cui sono nate le canzoni della band irlandese, presentandoci il pantheon di personaggi che hanno attraversato l’epopea della stessa e rievocando una galleria di ricordi, intimi o condivisi. Del resto Bono è ormai un vecchio (con tutto il rispetto) e i vecchi, si sa, vivono di ricordi. Ma c’è modo e modo di raccontarli. Bono, da buon dublinese e dunque abile oratore, ti cattura con la parlantina, forse a volte inventa o forse è tutto vero, come nel finale di Big Fish, in ogni caso la storia che racconta vale la pena fermarsi ad ascoltarla, una storia appassionante, incredibile, magica come lo è stata la carriera degli U2 e la stessa vita del loro leader, che il Nostro trasforma in spettacolo come in fondo ha sempre fatto anche quando, insieme al suo gruppo, girava il mondo con un’oliva gigante o urlava I will follow ogni sera davanti a 70mila persone.

Le canzoni, ecco. Dalle performance al Beacon Theatre di New York, condensate nell’ora e mezza scarsa di durata di questo Bono: Stories of Surrender, l’artista irlandese ha cavato un racconto introspettivo, sviscerando tutto se stesso e tornando alle origini della sua passione teatrale, allo spirito performativo di quel Lypton Village da cui mossero i primi passi gli U2. Bono parla e canta alternativamente, il discorso sfuma spesso in canzoni e viceversa, attraversando ogni volta un confine labile. Le parole dei testi, oltretutto, risaltano ancor di più nei nuovi arrangiamenti cameristici curati da Jacknife Lee (qui alle prese con tastiere e percussioni) e portati sul palco dallo stesso produttore insieme alla cantautrice americana Kate Ellis (violoncello) e all’arpista Gemma Doherty, arrangiamenti che ovviamente seguono la delicata scia acustica del summenzionato Songs Of Surrender.

Al tempo dell’uscita di questa raccolta monstre, con brani degli U2 reinterpretati in chiave scarna, il chitarrista The Edge disse che quella sarebbe stata la nuova direzione del combo, una dichiarazione però apparentemente smentita dai recenti annunci del ritorno del gruppo in studio insieme a Brian Eno, non esattamente un menestrello, per creare il “sound del futuro”, tenendo anche presente che a novembre di quest’anno si celebrerà il 30mo anniversario della prova più audacemente sperimentale del quartetto insieme al genio del Suffolk, il sottovalutato Original Soundtrack 1, edito a nome Passengers.

Quei Passengers di cui faceva parte anche Pavarotti, anch’egli rievocato in questa specie di reading nel ricordo dell’incontro della band col tenore in occasione del Pavarotti & Friends 1995, quando Big Luciano gli chiese di scrivere per l’occasione il brano che sarebbe diventato Miss Sarajevo (suonato a Modena a settembre e poi inciso per il succitato disco di colonne sonore immaginarie).

Il ricordo di Pavarotti si lega ovviamente a quello di Bob Hewson, il papà di Bono, scomparso nel 2001, grande appassionato di opera nonché egli stesso ottimo tenore, secondo le parole del figlio. Esilaranti, ancorché dolcissimi, i dialoghi immaginari inscenati dal cantante con il compianto genitore come fosse lì presente seduto accanto a lui, in quell’angolo di pub irlandese dove i due erano soliti incontrarsi per una bevuta insieme, soprannominato scenicamente Sorrento lounge proprio in ragione della passione operistica di Bob.

Ma lo show racconta anche molto altro di Bono: quel buco a forma di Dio lasciatogli nell’anima dalla scomparsa della madre Iris (omaggiata con l’omonima canzone presente in Songs Of Innocence), morta durante il funerale del padre di lei quando il futuro frontman aveva solo 14 anni; l’amore per l’amata moglie Ali, conosciuta nella stessa settimana in cui sarebbero nati gli U2; l’amicizia con i suoi compagni di avventura, incluso il compianto storico manager della band, Paul McGuinnes. E poi ancora: l’impegno politico, il Live Aid (altro evento di imminente anniversario tondo, il quarantesimo nella fattispecie), la campagna per l’annullamento del debito dei paesi poveri, il marchio (RED), la ONE Campaign, il tutto a riempire la seconda incarnazione di the last of the rockstars, quella da filantropo e attivista (nonché business man) iniziata all’alba del presente millennio e che può essere considerata la sua altra grande mutazione antropologica che l’ha portato a essere ciò che è oggi, ossia qualcosa di simile al nostro Roberto Benigni. Come l’autore de La vita è bella, infatti, puoi biasimarlo per il suo essersi ridotto a valletto di una certa narrazione aggregata, ma non puoi non commuoverti nel vederlo lì da solo sul palco, col riflettore puntato addosso e una misera sediola come scenografia, mentre si appassiona, si emoziona, suda e sputacchia per l’impeto sincero e la gioia che ci mette nel raccontare ciò che ama e ciò in cui crede. Perché in fondo a lui, come agli U2 in generale, tutto si può rimproverare meno che la buona fede.

Volendo, questo Surrender può essere visto come il culmine di un percorso a “ritroso” iniziato con il tour per il trentennale di The Joshua Tree e proseguito con le esibizioni alla Sphere di Las Vegas per celebrare Achtung Baby. In casa U2 non ci si è mai guardati troppo alle spalle, motivo per cui queste “memorie” boniane probabilmente andranno a chiudere un capitolo, augurando ovviamente a Bono e ai suoi bandmate altri cento anni di vita.

Ci sono due modi per conoscere davvero gli U2 (oltre ovviamente ad ascoltarne la discografia): rivedersi tutti i loro concerti (sono una delle poche band ad aver pubblicato praticamente un video per ogni tour) e, da oggi, guardarsi questo film documentario davanti al quale si resterà arresi per tanta disarmante autenticità nel racconto della fragilità umana.

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