Recensioni
U2
How To Dismantle An Atomic Bomb (Re-Assemble Edition)
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Valerio Di Marco
- 26 Novembre 2024

Considerato il livello degli U2 attuali, anche la ristampa di un album uscito vent’anni fa, quando erano già in fase calante da un pezzo, condita da dieci inediti dell’epoca, suona come una ventata d’aria fresca. How to Dismantle an Atomic Bomb era il secondo lavoro in studio dato alle stampe dai quattro nel XXI secolo, il secondo di fila perlomeno rivedibile, stando ai canoni qualitativi ai quali ci avevano abituato fino alla fine degli anni ’90.
Pubblicato originariamente il 22 novembre 2004, non faceva che riprendere il discorso intessuto da All That You Can’t Leave Behind relativo alla riscoperta delle radici del sound uduico, declinandolo però in chiave decisamente più rock sia come reazione alle sonorità melense del predecessore che come volontà di accodarsi alle tendenze più in voga della Modern Age. Commercialmente ne uscì alla grande, facendo registrare performance (9 milioni di copie vendute, primi posti nelle più importanti classifiche e un totale di otto Grammy tra le edizioni 2005 e 2006 dei prestigiosi riconoscimenti musicali) in linea con il lavoro del grande “ritorno” – anche quello più che altro in fatto di numeri – dato alle stampe quattro anni prima; ma artisticamente aggiunse poco o nulla alla carriera di un gruppo la cui grandezza era andata edificandosi nei primi due decenni di attività e che per i successivi venticinque anni avrebbe vissuto di luce riflessa.
Per quanto si voglia ancora ascoltarlo, anche nella corposa Re-Assemble Edition appena data alle stampe per il ventennale, l’undicesimo in studio di Bono & co. resta un disco mediocre, pur con sporadici sussulti dell’ispirazione che fu, ed è quindi inutile, in queste righe, insistere ancora su quel tasto.
Non resta dunque che focalizzarsi sulla parte contenente gli inediti risalenti a quelle session e a suo tempo scartati, dieci brani ora raccolti nello shadow album, la seconda sezione di questa re-issue, e che in virtù di ciò ne rappresentano l’unico aspetto di novità. Ma pure qui nessun passaggio sembra sconvolgente rispetto a quanto già (non) espresso dagli undici brani “ufficiali”. L’utilità di questo recupero dagli archivi sta solo nel ribadire la ratio stilistica che era alla base del progetto, ossia la riscoperta di una vena chitarristica e aggressiva come ai bei tempi, il cui effetto, però, in certi momenti, fu quello di sconfinare nella tamarragine.
Partiamo col dire che alcuni di questi pezzi erano in realtà già noti ai fan più completisti fin dai tempi dell’uscita originaria dell’album. La versione estesa conteneva Fast Cars, una delle pièce più riuscite, un divertissement dai toni spagnoleggianti che nella variante XL del lavoro era la dodicesima traccia in scaletta (quella base si fermava a Yahweh) e che la band eseguì pure dal vivo in una quindicina di occasioni nel tour a supporto del disco. Dallo stesso riff nacque Picture of You (X+W), già condivisa dal gruppo nelle scorse settimane al pari di Country Mile e Happiness, che dunque si sviluppa di fatto come una versione alternativa, più punk, della succitata Fast Cars. Una pratica frequente in casa U2, quella di splittare un particolare riff o groove in due tronconi da cui poi dar corso ad altrettanti nuovi brani. Un po’ come quando, ai tempi di Achtung Baby – e con i dovuti distinguo in fatto di spessore – dalla stessa radice germogliarono The Fly e Ultraviolet. Addirittura qui la matrice ha dato origine a tre pezzi praticamente in fotocopia, se si considera anche Xanax and Wine (non presente in questa ristampa).
Luckiest Man in the World, invece, altro non è che la controversa Mercy sotto un altro alias. La storia di Mercy meriterebbe un capitolo a parte ed è paradigmatica delle difficoltà compositive della band nel nuovo millennio. Dalle messianiche premesse evidenziate dalla strofa, in odore degli U2 dei tempi d’oro, il brano sembrava potenzialmente una bomba (è proprio il caso di dirlo), un qualcosa che gli U2 di Bad o Where The Streets Have No Name avrebbero trasformato in un altro classico con la facilità del bere un bicchier d’acqua; invece, spompati com’erano già nel 2004, non riuscirono mai a venirne a capo e a trovargli un ritornello all’altezza. Il pezzo circolava ufficiosamente in rete – senza il permesso del gruppo – fin dall’indomani della pubblicazione dell’album, poi non se ne seppe più nulla fino a quando Bono nel 2007 rivelò che sarebbe stato presente sul successivo No Line On The Horizon, cosa che ovviamente non si verificò.
Dopodiché di nuovo nulla fino al pasticcio del 2010, quando il quartetto sembrava pronto a pubblicare Songs Of Ascent, il disco che in realtà non ha mai visto la luce, e a includervi alcuni brani, tra cui Mercy appunto, presentati in pallide versioni semiacustiche nel 360 Tour. Risultato: un altro buco nell’acqua, e la canzone, eseguita una decina di volte (tra cui quella all’Olimpico di Roma nel concerto finale della leg europea) e in tale arrangiamento registrata per fare infine da riempitivo nell’EP live Wide Awake in Europe (pubblicazione di secondaria importanza realizzata per il Record Store Day e destinata principalmente al mercato nordamericano), finì di nuovo nel dimenticatoio. E se Einstein affermava che la follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi, anche questa ennesima riproposizione del brano non sembra destinata a miglior sorte.
Come sicuramente non rinascerà a nuova vita nemmeno Are You Gonna Wait Forever, b-side del singolo di lancio Vertigo (l’ultima vera hit dei Nostri, specialmente negli Stati Uniti dove fu abbinata alla campagna pubblicitaria per l’iPod da parte della Apple, ma non una canzone memorabile) e che in realtà proviene dalle session del succitato All That You Can’t Leave Behind. Agli U2 è successo spesso in carriera di riprendere in mano materiale inutilizzato risalente a uno se non addirittura due album prima e farne nuove canzoni. Per esempio, sempre per rifarci a precedenti illustri, è accaduto con Numb e Stay. La stessa City of Blinding Lights, quinta traccia del disco oggetto di questa ripubblicazione, utilizzata in seguito anche da Obama nella sua campagna per le presidenziali USA del 2008, risaliva alle session di Pop. Infine All Because of You 2, che, come si desume dal titolo, ha a che fare col brano presente a metà della scaletta “titolare” dell’album, infatti ne è una early version, insulsa come come quella definitiva.
Per quanto riguarda gli inediti davvero inediti, invece, abbiamo gli altri succitati assaggi già condivisi dal gruppo, vale a dire i summenzionati Country Mile e Happiness. Il primo, per qualità (bassa), avrebbe potuto benissimo essere schierato in prima linea, non essendo troppo distante dai livelli grosso modo di una Miracle Drug; il secondo sembra quasi un pezzo dei Franz Ferdinand. Tutto il contrario di Evidence of Life. Dalla vena garage rock inaspettatamente mescolata a sirene 80s degne dei Police, la canzone nacque poco prima che in cabina di produzione Steve Lillywhite prendesse il posto di Chris Thomas (How to Dismantle an Atomic Bomb vide anche una sfilza di produttori aggiuntivi accreditati, da Jacknife Lee a Nellee Hooper, passando per Flood, Carl Glanville e perfino Brian Eno e Daniel Lanois). Il brano fu inciso da The Edge, che ne suonò anche una parte di batteria poi assemblata a tavolino e ripetuta in loop per tutto il pezzo.
Treason, per parte sua, è prodotta da Dave Stewart (allora ancora attivo negli Eurythmics), che Bono e The Edge incontrarono a novembre 2003 a Città del Capo, in Sudafrica, in occasione del concerto 46664 tenuto in onore di Nelson Mandela. Qui abbiamo ritmi afro che si fondono con reggae, world e (nella parte finale) hip-hop. Qualcosa di insolito per gli U2 se si considerano anche gli influssi che paiono mutuati dallo Sting più new-age. Più delicata è invece I Don’t Wanna See You Smile, ballata sofferta ed evocativa che potrebbe ricordare una Mothers of the Disappeared (Dio ce ne scampi per l’accostamento), oppure, per chi ha familiarità con le cose meno note dei quattro dubliners, una North and South of the River, b-side risalente a una vita fa.
Tutt’altro che dimessa è, dal canto suo, Theme from “The Batman”, che rimesta nella fascinazione dei Nostri per il supereroe della DC Comics. Stavolta però non si tratta del tema per un film come fu per Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me (realizzata per Batman Forever), bensì della sigla strumentale, a firma del solo The Edge, per una serie animata già reperibile su YouTube da qualche anno ma che non è mai stata pubblicata ufficialmente. Del resto la cosa migliore per un “album-ombra” non poteva che essere un brano dedicato a un pipistrello.
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