Recensioni

In principio furono le ciminiere. Tutto ciò che avremmo imparato sugli U2, e sull’Irlanda, sarebbe stato a partire dai due iconici fumaioli a strisce bianche e rosse situati nella zona delle Docklands, lungo il fiume Liffey, che comparivano nelle sequenze iniziali del video di Pride (in the name of love), singolo di lancio di The Unforgettable Fire. Ancora oggi il riflesso pavloviano scatta ogni qualvolta che, viaggiando in aereo, ci apprestiamo ad atterrare a Dublino: ci sporgiamo verso il finestrino per scorgere quelle due torri, le Poolbeg Chimneys (oggi dismesse), anche sapendo che sarà difficile individuarle da un oblò del diametro di poche decine di centimetri. Come quando ogni volta che uno si trova a passare sotto casa della sua prima fidanzatina alza lo sguardo verso la finestra della sua ex cameretta, anche se lei oggi non abita più lì.

Nella prima metà del 1984 gli U2 lavorano alacremente al loro quarto album, che arriverà nei negozi il 1 ottobre. Un lavoro duro, di cesello, perché fin dall’inizio sanno bene che dovrà essere un disco diverso dai precedenti. E se il lavoro in studio, a differenza dei concerti, finora è stato il loro tallone d’Achille (nonostante gli evidenti progressi fatti registrare in War specialmente dalla sezione ritmica), per The Unforgettable Fire i quattro decidono di cambiare metodo, a partire dal fatto che, stavolta, in studio ci arrivano con i pezzi in buona parte già scritti. La tentazione di non abbandonare il certo per l’incerto solleticherebbe qualsiasi band, ma gli U2 sono consapevoli del fatto che ripetersi, in fatto di stile, gli sarebbe fatale. Il live Under A Blood Red Sky, pubblicato l’anno precedente, ha archiviato il loro primo capitolo di carriera, chiudendo idealmente il cerchio della prima trilogia di LP. Adesso la band deve reinventarsi, alzare l’asticella, a partire dal fatto il nuovo lavoro non dovrà essere una semplice raccolta di brani, ma un tutt’uno coerente. Lo studio di registrazione non dovrà più essere un noioso passaggio intermedio tra un tour e l’altro, ma da mezzo diventare fine.

Per prima cosa Bono e soci decidono di cambiare produttore, imbeccati dallo stesso Steve Lillywhite, lo specialista che ha messo mano a Boy, October e War, il quale, andando contro i suoi interessi, consiglia alla band di cercarsi un nuovo profilo. Il sogno dei quattro, e specialmente del chitarrista The Edge, sarebbe avere Brian Eno dietro la consolle, ma il genio del Suffolk all’inizio li snobba, adducendo di non essere più interessato alla produzione, e cerca di “rifilargli” il suo collaboratore, il musicista e compositore canadese Daniel Lanois, col quale lavora da tre anni.

Nel 1984, l’ex Roxy Music è già una leggenda vivente. Protagonista della scena sperimentale fin dall’inizio degli anni ’70, in campo strettamente rock ha già collaborato con – tra gli altri – David BowieTalking Heads, e da solista ha pubblicato lavori seminali come Another Green World e Before And After Science, oltre ad aver dato vita a un sodalizio con il leader degli stessi TH, David Byrne, che ha regalato una pietra miliare come My Life In The Bush Of Ghosts. Ma di Eno sono imprescindibili anche le sperimentazioni in ambito discreet music. Proprio del 1984 è The Pearl, l’album collaborativo con Harold Budd pubblicato ad agosto sul quale è incisa Against The Sky, traccia un cui sample verrà inserito, venticinque anni dopo, nella canzone Cedars Of Lebanon, dall’album No Line On The Horizon degli stessi U2. Insomma, come scrive Alessandro Pogliani nel suo monografico, Eno è un artista illuminato e visionario che farebbe proprio al caso degli U2, se non fosse che all’inizio li considera – detto brutalmente – una volgarissima band da stadio con la quale non vuole avere a che fare.

Anche ai piani altri della Island, casa discografica degli U2, c’è perplessità riguardo all’eventuale reclutamento del “non musicista” britannico: ai quattro dublinesi – è l’opinione del patron Chris Blackwell – servono canzoni con cui andare in radio, non un disco d’atmosfera. Nonostante ciò, Bono insiste. Telefona a Eno e gli chiede di andare almeno a conoscere di persona la band. Il produttore accetta e arriva all’incontro con Lanois, il che sembra manifestare il suo desiderio di sfilarsi subito dall’impegno appioppando al suo giovane adepto la faccenda. Invece alla fine l’inventore della musica ambient non solo accetta l’incarico ma accetta anche di lavorarvi in tandem con il suo assistente al prezzo di un solo producer: agli U2 non sarebbe potuta andare meglio. E di come l’allineamento dei pianeti risulti perfetto è testimoniato anche dall’eclissi solare del 30 maggio che richiama per qualche minuto la band fuori dallo studio per assistervi.

Le registrazioni si tengono tra maggio e giugno allo Slane Castle, un maniero situato nel villaggio omonimo, nella contea di Meath, a una cinquantina di chilometri da Dublino (tra giugno e agosto la band si sposta poi nei mitici Windmill Lane Studios, ormai non più esistenti), dove a luglio Bono canterà anche dal vivo raggiungendo sul palco Bob Dylan durante l’esibizione di quest’ultimo, e dove gli U2 nel 2001 terranno due storiche serate (una delle quali diventerà un film-concerto ufficiale). L’ala dedita all’attività ricettiva è stata affittata dal gruppo a un prezzo tutto sommato modico per l’importanza che lo stesso combo ripone nella location, nella cui sala da ballo gira anche parte del videoclip principale di Pride.

La scelta, infatti, è capitale per come gli U2 intendono concepire la resa sonora del loro nuovo lavoro. The Unforgettable Fire sarà definito un disco impressionista, descrizione che cade a pennello (è proprio il caso di dirlo), visto l’alone etereo che lo caratterizza. Un disco sfumato, immateriale nelle sonorità. Ma anche un disco poetico, romantico, l’equivalente in musica di un paesaggio dipinto da Turner. Non un disco immediato ma che non manca di pezzi potenzialmente in grado di sbancare in radio, a partire proprio da Pride che, fornendo ampie garanzie sul lato singoli, permette alla band di sperimentare su buona parte del resto del materiale. E per stare più sicuri c’è anche la title track, che infatti sarà il secondo estratto, molto più placida ed evocativa ma pur sempre dall’ottima resa pop.

Di tutt’altra pasta è invece l’opening track A Sort Of Homecoming. Il titolo è una citazione del poeta ebreo di origini romene Paul Celan e il testo parla di terre di confine e di costruire ponti («Tonight we’ll build a bridge across the sea and land»), un’ode alla comunanza e all’apertura dal sapore politico che raggiungerà il massimo impatto nell’America trumpiana quando il brano sarà ripescato, in pratica dopo quasi un trentennio, nel The Joshua Tree Tour 2017. Ma sono molteplici le conferme del cambio di paradigma uduico. Promenade è un cioccolatino che si scioglie in bocca ed è dedicato da Bono a sua moglie Ali, ricordando il loro primo nido d’amore a Bray, cittadina costiera poco distante da Dublino, nell’appartamento ricavato all’interno di una caratteristica costruzione circolare (la Martello Tower di cui il frontman parlerà diffusamente anche nell’autobiografia Surrender: 40 songs, one story).

Una pièce “d’ambiente” vera e propria è invece 4th Of July (riferimento non al giorno dell’Indipendenza americana ma a quello della nascita della primogenita di The Edge, Hollie, primo pargolo venuto al mondo nella comunità U2), mentre Elvis Presley And America è forse l’unico passaggio a vuoto. Poi c’è Bad, che pur non essendo un singolo diventerà un classico degli U2, specie per le sue epiche versioni dal vivo tra cui quella, leggendaria, al Live Aid di cui torneremo a parlare tra poco. Tutti pezzi, questi, caratterizzati da una vena sognante e sospesa. Di converso, agganci alla spigolosità del recente passato si trovano in Wire, uno dei primi brani degli U2 aventi a tema la dipendenza dall’eroina, e Indian Summer Sky, dalle reminiscenze eniane vagamente riconducibili a una King’s Lead Hat, caratterizzate dallo stesso piglio irruento e combat di War.

Con The Unforgettable Fire gli U2 diventano un’altra band, staccandosi definitivamente da quel milieu post-punk in cui erano incasellati rischiando di impantanarvisi. Bono canta in modo totalmente diverso rispetto al passato, scoprendo qualità (e cavità) della sua voce finora inesplorate. Adesso è un soul singer, come lo definisce Eno. The Edge, per parte sua, matura un approccio ancor più tecnologico e sperimentale al suo strumento. Le sue parti di chitarra faranno scuola e negli anni successivi svariati chitarristi di celebri band (uno su tutti, Jonny Greenwood dei Radiohead) ammetteranno di avervi tratto ispirazione. E poi le parti ritmiche, molto più “melodiche”, una novità per il fin qui militaresco drumming di Larry Mullen jr. (al quale giova il “tutoring” offerto da Lanois) e per l’eccentrico, ma grezzo (e a volte distratto), stile del bassista Adam Clayton. Ne esce un album molto più aggraziato, quasi “effeminato” rispetto al machismo degli U2 come li avevamo conosciuti finora. In questo senso la scelta cromatica del rosa come colore dominante per copertina e booklet è la più azzeccata.

Il titolo The Unforgettable Fire è mutuato da una mostra al Peace Museum di Chicago visitata dalla band in cui erano esposti dipinti e disegni dei sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. L’orrore dell’olocausto nucleare è un tema molto presente nel dibattito, anche artistico, del periodo. Per esempio, è al centro anche di un altro importante disco del 1984, Lament degli Ultravox. Ma se per la band inglese si tratterà dell’ultimo grande lavoro, per gli U2 The Unforgettable Fire è forse il primo album davvero compiuto. Pur essendo lontanissimo dalle radici della musica americana esplorate nel successivo The Joshua Tree, rappresenta un banco di prova per il disco del 1987, una sorta di fratello minore in cui la band testa l’intesa con Eno e inizia a recepirne la lezione. Già, perché di lezione si tratta.

Eno plasma la band a sua immagine, gli cambia i connotati. Per i maligni, lui è il master e gli U2 (specialmente The Edge, il componente che per inclinazione è più vicino all’approccio analitico tipico dell’artista inglese) i suoi puppets. In verità, il beneficio è reciproco: se gli U2 ricevono molto da Eno è anche vero che quest’ultimo riceve molto dagli U2, che lo sorprendono per la loro sete di conoscenza, la voglia di crescere e la capacità di mettersi in discussione, oltre che per le qualità in fase di composizione. Non a caso l’album inaugura una collaborazione pluridecennale che arriverà a contare altri cinque lavori in studio più varie cose sparse. Resta però che l’impronta eniana è più evidente proprio nel capitolo che inaugura questa liaison. Si dice che a volte il confine tra produzione e composizione sia sottile, in questo caso è quasi inesistente. Eno non entra nel processo di scrittura ma senza di lui The Unforgettable Fire non sarebbe stato l’album che avrebbe cambiato la carriera degli U2, preparando il terreno dove impiantare l’Albero di Giosuè.

Due curiosità sono poi degne di nota. Nei cori di Pride è accreditata la carismatica frontwoman dei Pretenders, Chrissie Hynde, e addirittura a una versione alternativa di A Sort Of Homecoming firmata da Lanois (che verrà pubblicata solo nel 2009 nell’edizione per il 25mo anniversario dell’album) partecipa Peter Gabriel. Questo perché nel 1985 il polistrumentista del Quebec si troverà in studio con l’ex voce dei Genesis per co-produrgli l’album So e gli chiederà di prendere parte al remix, realizzato quasi per gioco, con un backing vocal dai sapori africaneggianti.

Da questo momento la dimensione degli U2 cambia e si avvia verso quella grandeur che sarà il loro elemento naturale per il resto della carriera. L’album finisce in vetta alla classifica britannica ed eguaglia il dodicesimo posto di War in quella di Billboard. Ma soprattutto frutterà al gruppo riconoscimenti in serie. Intanto, il primo grande tour. La band passa dal suonare in locali dalla capienza di 1.000-2.000 spettatori, a posti più grandi come arene e palazzetti. Per riscaldarsi in vista del lungo giro che li attende i quattro ad agosto se ne vanno in Australia e Nuova Zelanda, dove però mettono in scena praticamente lo stesso spettacolo che ha chiuso la loro prima parte di carriera. Infatti la serie di date prende il nome Under Australian Skies Tour, in virtù di ciò agganciandosi al succitato live uscito nel 1983, anche nelle scalette: dei nuovi pezzi in cantiere solo il lead single è presenza fissa, per gli altri c’è poco spazio. Del resto è difficile riprodurre dal vivo i nuovi suoni, per questo la band si vede costretta ad annullare, e riprogrammare, le prime date del tour europeo in partenza a ottobre. Con l’inizio della campagna vera e propria, per la prima volta la band ricorre al supporto tecnologico anche per le esibizioni live. Il più “smanettone” è senz’altro il solito The Edge, il quale grazie a un sequencer di nuova acquisizione può suonare in automatico le basi, evitando così al gruppo di dover allargare la formazione a nuovi elementi (sarebbero serviti come minimo un tastierista e un addetto agli archi).

Con il The Unforgettable Fire Tour gli U2 visitano per la prima volta l’Europa in modo capillare, tenendo concerti anche in nazioni mai toccate prima come l’Italia («la prima ma non l’ultima volta»). Italia che presto diventerà uno dei paesi dalla fanbase uduica più appassionata e dove proprio nel 1984 nasce Fire, la prima fanzine tricolore dedicata al gruppo, fondata dal giornalista e scrittore Davide Sapienza (futuro marito della cantautrice Cristina Donà).

Ma è in America, dove vanno in tour prima a dicembre e poi tra febbraio e maggio 1985, che gli U2 fanno faville. Suonano davanti anche a 20mila persone e per la prima volta si esibiscono in location prestigiose come il Madison Square Garden di New York. Questa fase viene sublimata dall’EP Wide Awake in America (contenente versioni live di Bad A Sort Of Homecoming, oltre a due belle outtakes dell’ultimo disco intitolate The Three Sunrises e Love Comes Tumbling) ma soprattutto dall’endorsement da parte della celebre rivista musicale Rolling Stone, che a marzo li piazza in copertina sentenziando in calce: «Our choice: band of the 80s».

Dulcis in fundo, The Unforgettable Fire è anche l’album che conduce gli U2 a esibirsi al succitato Live Aid. Già nel dicembre 1984 Bono prende parte alla Band Aid, supergruppo creato da Bod Geldof e Midge Ure degli stessi Ultravox, per registrare il brano Do They Know It’s Christmas? in favore della popolazione dell’Etiopia, colpita dalla carestia. Il progetto però non si esaurisce nel singolo natalizio e ha il suo contraltare dal vivo nel grande evento che si tiene il 13 luglio 1985, il più grande concerto rock della storia dopo Woodstock, trasmesso in diretta televisiva mondiale, al quale anche gli U2 partecipano con una performance indimenticabile. Ma questo meriterà un racconto a parte.

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