Recensioni

6.2

LA BELLAVITA è il titolo del debutto discografico di Artie 5ive, uno dei massimi esponenti della nuova scena urban italiana. Un progetto che, fin dal titolo, promette molto e punta in alto. Come da copione, non mancano le collaborazioni di peso: Kid Yugi, Tony Boy, Gué, Capo Plaza, Niky Savage – nomi che sembrano messi lì non tanto per esigenza narrativa o coerenza stilistica, quanto per garantirsi visibilità e validazione mediatica.

L’album è intriso di citazionismo statunitense, tanto nei suoni quanto nei temi. Chief Keef, Travis Scott, NLE Choppa, Meek Mill, Rick Ross: la lista delle ispirazioni è lunga e tutt’altro che celata. Ne risulta una trasposizione meneghina del classico “rags to riches” – dalla periferia ai rooftop del centro, dalle scarpe sfondate ai piatti stellati. Una rivisitazione fin troppo scolastica e prevedibile del sogno americano, che fatica a trovare una voce propria. L’immaginario hip hop più abusato – soldi, status, rivalsa, amori complicati – viene qui affrontato in modo impersonale, ingenuo, a tratti persino scolastico. Le ostentazioni risultano forzate, i sentimentalismi costruiti, le punchline spesso deboli o derivate da altre penne. Solo in rari momenti, quando il racconto si fa più intimo e legato a ricordi reali, Artie sembra abbassare le difese e parlare davvero di sé.

Non mancano invece brillantezza e vivacità nelle produzioni firmate KIID, Ddusi e Sadturs, giovani producer italiani affiancati da nomi altisonanti in ambito internazionale, tra cui CuBeatz (Travis Scott, Kodak Black, Nicki Minaj ecc…) e KXVI (Suicide Boys, 21 Savage…). Notizie che fanno ben sperare per una nuova generazione di producer italiani ricca di spunti e originalità (vedi Fritu, FT Kings, Disse, Sala, 4997, 85Prod, oltre ai nomi appena citati).

In questo equilibrio tra voce e beat, tra ambizione e imitazione, LA BELLAVITA restituisce il ritratto di una scena in piena transizione. Alcuni brani – Intro, Pietà – lasciano intravedere la possibilità di una scrittura più matura, ma nel complesso il disco rimane prigioniero di un linguaggio ormai svuotato, che ha perso la carica provocatoria e l’urgenza espressiva della trap delle origini. Fare trap nel 2025 dovrebbe significare andare oltre, sperimentare, disegnare nuove traiettorie. Artie 5ive, per ora, non riesce nell’impresa. Sostenuto da produzioni forti e ispirate, firma un debutto solo in parte riuscito: efficace sul piano sonoro, meno su quello identitario. Un esordio dal sapore agrodolce, come certi aperitivi in centro che sembrano raccontare tutto, ma in fondo non dicono nulla.

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