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Ormai è evidente: Mezzosangue è diventato pop. Frena! Non pop nel senso strettamente dispregiativo di aver venduto l’anima al diavolo (il mercato discografico) ed essersi piegato alla piatta logica seriale dei grandi numeri. In questo caso il rapper romano non è neanche lontanamente pop. La sua essenza è sempre pura e immutata: è sempre lo stesso uomo incazzato, nichilista amante di Nietzche, con quel passamontagna e quella voce roca a rafforzare un immaginario criptico e sovversivo verso l’ordine delle cose. Per farla breve, Mezzo è sempre Mezzo, e nel suo quarto album in studio dimostra che su questo non ci devono essere dubbi.

Sì, il romano è diventato pop, ma intesto come “popular”, ovvero alla ricerca di un’accessibilità maggiore, una morbidezza e un senso melodico più curati, una stratificazione sonora destinata a un pubblico più vasto, senza perdere di vista i gusti degli aficionados di sempre. Quindi, se il forte sapore hardcore invadeva i primi mixtape (Musica Cicatrene nel 2012 e Hurricane nel 2013) e i primi due vincenti e memorabili album in studio (Soul of a Supertramp nel 2015 e Tree – Roots & Crown nel 2018), ora quell’atmosfera è più ponderata, causa di una più ampia veduta che consente di sperimentare più liberamente e (nella superficie) rinnegare in parte quel nucleo originario di incastri e basi taglienti strettamente boom bap.

La precedente fatica del nostro risale al 2022, quando un discusso e non particolarmente riuscito Sete evidenziava questo intento evolutivo, un percorso variegato ma disordinato, profondo ma confuso, alla ricerca di un appiglio tangibile nella società liquida dei giorni nostri. Tante idee, tanta voglia di cambiare faccia e costruire un’immagine imprevedibile, tanto il rischio di perdere un’estetica coerente. Viscerale, quarta fatica, dà una risposta ben più convincente rispetto al precedente riguardo a questo compromesso.

Nel 2025 c’è un cambiamento epocale rispetto al passato. Mezzosangue non ha una visione chiara, lo ammette senza problemi: “è un progetto che non ho pensato. È nato da sessioni con diversi produttori, non ho elaborato un concept prima delle canzoni. Ho lasciato che i brani uscissero, liberamente. Poi, mettendoli tutti insieme per capire che cosa mi stessero dicendo, mi sono reso conto di essere davanti esattamente a quello che sono oggi”.
Il risultato è un flusso di coscienza libero, senza pretese, senza le eccessive impalcature di un concept album che ti costringe ad andare verso una direzione specifica. Un impasto sconnesso tra il sociale e l’introspettivo, a dimostrazione che l’artista ha accettato di vivere nella società liquida di qui parlava tre anni fa, priva di certezze e veri punti di riferimento, dove le relazioni sentimentali hanno perso stabilità (Valzer, con Nayt, è una tragedia sentimentale contemporanea), dove il controllo delle masse vince grazie alle divisioni interne, al materialismo sfrenato, all’oggettivificazione (Merge Et Libera è una scheggiante epopea sull’evoluzione di questi temi nel nostro paese), dove l’ansia e la pressione sono ormai dei valori (Kenny Wells, Immobile dal Panico).

Un flusso di coscienza senza veri paletti lo troviamo anche lato musica. Il nuovo Mezzosangue non è più “pane e rime”, ma naviga con convinzione verso direzioni più cinematografiche e massimaliste. Chiama attorno a sé un team variegato di producer (El Verano, G. La Spada, Jiz, Mr. Monkey, Yazee) e accoglie diverse suggestioni, dall’indie-pop vivace di Pronoia al lo-fi ondeggiante di Valzer e Immobile dal Panico, senza rinnegare il boom bap di casa (Flowricultura richiama i Cypress Hill altezza Temples of Boom, Idiocracy l’hardcore più massiccio dei 90s). Il rischio di cui Sete si faceva portavoce si ripresenta: troppe direzioni poco esplorate e valorizzate. Più volte abbiamo l’impressione che Mezzo si stia per perdere nelle sue stesse idee, ma ancora una volta è l’impostazione “d’autore” che vince e convince, con featuring scelti per un reale motivo (“Ogni artista coinvolto ha un reale motivo di essere in questo disco. Gemitaiz per la sua attitudine artistica. Nayt per la sua penna e la sua empatia, Icaro per la sua passione e il talento vocale”), producer puntuali e racconti profondi, pungenti, che sanno arrivare al nocciolo. Viscerale segna il ritorno di uno dei pochi rapper rimasti a mantenere vivo lo spirito hardcore in Italia (seppur edulcorato) e un’attenzione alla società interessante, anzi, interessantissima perché in una contemporaneità che spinge verso bianco o nero, Mezzo ci dimostra l’importanza del grigio, di una visione autentica che interpreta la realtà senza sottostare alle narrazioni.

Le fascinazioni verso il mainstream e le classifiche ci sono,  ma piegate alle volontà di un rapper che mantiene la sua essenza immutata. E l’hip hop ringrazia.

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