Recensioni

6.6

Al di là di cosa si possa pensare di lui, non si può negare che Cosimo Fini, in arte Guè, sia stato un vero trendsetter di tutto ciò che ruota intorno alla doppia H nostrana. Il suo curriculum vanta la fondazione di Tanta Roba, label “indipendente” che ha investito in tempi non sospetti su artisti come Fedez, Madman/Gemitaiz, Troupe D’Elite, Salmo. Nel 2013 ha poi lanciato un brand streetwear, Zen, facendo breccia sui teenager (zarri) dell’epoca. Fu inoltre uno dei primissimi a sfruttare il business degli showcase da 20 minuti in discoteca, a percepire l’arrivo della trap ma anche quello del ritorno dell’old school, riversata recentemente in Fast Life Vol 4 e Madreperla.

In quattordici anni di carriera da solista, il rapper è riuscito poi nel non facile intento di diventare uno status symbol vivente. E Tropico del Capricorno, decimo disco in studio, rappresenta la summa artistica raccolta dal nostro, in un compendio da 44 minuti in cui mancano i guizzi, ma anche le brutture.

Guè il rap lo sa fare. E lo sa fare bene. Peccato che ormai da tempo abbia lasciato fin troppo spazio al suo personaggio, uno strano incrocio tra Tony Manero e Jep Gambardella: due riferimenti cinematografici che da una parte illuminano uno storytelling che ha fatto scuola tra strada, sbucione e malinconia, dall’altra esaltano quella ridondanza tipica dell’icona sorrentiniana (non è un caso la copertina de Il venerdì vede regista e rapper assieme), molto brava a dire, sotto sotto, davvero niente.

Il disco, differentemente da Marracash, non ha una direzione precisa, anzi abbraccia l’usurato formato playlist facendo perno su quindici tracce in cui a fare la differenza sono le produzioni, tutte sopra la media e perfette per esaltare quei capisaldi che hanno reso lo sguercio quello che è oggi. Spicca ad esempio l’ormai rodato uso di campionamenti pescati dalla tradizione italiana. Accade nella già virale Oh mamma mia, banger con Rose Villain che riprende frammenti di Che soddisfazione di Pino Daniele su un tappeto orchestrato da Sixpm, ma anche in Meravigliosa, pezzo che riesuma Acqua e Sapone degli Stadio (fatica firmata addirittura da quatto producer: Sixpm, Big Fish, Chef P e Rhade).

C’è poi anche il sapore squisitamente classico riscoperto negli ultimi anni, riversato in una Vibe che si concede anche alcuni colpi di scratch, così come venature reggae in Nei tuoi Skinny (Bassi Maestro in produzione), passaggio che potrebbe fare breccia su Tik-Tok, target palese della sputtanatissima Kalispera (con Ghali e Tony Effe) che sa già d’estate.

E tra l’ironia da maschio alfa di Tipe (una sorta di Le Donne di Fibra aggiornata e con più swag) e l’immancabile episodio 80s (Da o a 100 con Shiva) c’è pure spazio per qualcosa di più interessante: Pain is Love aggancia l’underground d’oltreoceano, grazie a un raffinato boom bap firmato Harry Fraud, Gazelle è un pezzo intriso di velata nostalgia e ritrova una Ele-A proiettata a diventare la prima vera rapper (non ce ne voglia Anna Pepe) capace del mainstream italiano, la soulness de Nei DM (con Ernia e Tormento) diverte per tecnica e freschezza (e forse dà un anticipo di quello che sarà il brano di Sanremo 2025) mentre la conclusiva Astronauta ci lascia con un minimo di conscious.

Spesso nel mondo del cinema si dice che i bravi registi seguono sempre lo stesso racconto, cambiandone prospettiva pellicola dopo pellicola. Guè segue una logica simile. E anche se le sue storie non hanno più trama, limitandosi ad essere appunto uno sterile insieme di scenette (proprio come i film peggiori di Sorrentino). È significativo come il rapper riesca comunque a conservare una certa freschezza. Anche senza più niente da dire. Anche con un disco sulla mediana come questo. Un approccio molto americano che, dalle nostre parti, accarezza sempre il cringe. A volte toccandolo, altre volte no.

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