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A un anno esatto (praticamente) dal suo ritiro temporaneo, Angelina Mango riemerge con Caramè, secondo album in studio uscito a sorpresa il 16 ottobre per LaTarma Records. Un ritorno che sa di rigenerazione più che di semplice ripartenza. Il disco – quindici tracce più una bonus firmata Henna – è un diario sonoro del periodo lontano dai riflettori, seguito dall’exploit post Amici e dal trionfo di Sanremo 2024. Un silenzio non previsto, con un tour annullato in corsa, tradotto qui in una scrittura più consapevole e libera, anche se ancora da affinare.
Rispetto a pokè melodrama, Caramè abbandona la patina pop iperprodotta per cercare un’identità più viva e personale. C’è la volontà di mettere da parte alcune logiche da algoritmo, tentando qualcosa che non suoni già preconfezionato. Mango non a caso scrive quasi tutto con il fratello Filippo (altra differenza rispetto al debutto): nei testi riaffiorano la fragilità, la gestione della pressione e il peso delle aspettative, trattati con un piglio che punta all’empatia più che alla perfezione.
Musicalmente l’album dialoga con tradizioni e codici già esplorati: la fisarmonica di Pacco fragile, il latin à la Rosalía dell’intermezzo Nina Canta (forse una provocazione verso chi ne ha più volte sottolineato l’influenza), le atmosfere acustiche e le venature electro minimaliste che richiamano la prima Banks, filtrate da una sensibilità italiana. Inutile dire che al centro c’è la voce della lucana, spesso lanciata in trame arzigogolate, salvo poi trovare al momento giusto l’appoggio armonico più facile e melodico.
Sono tre i brani chiave: Tutto all’aria, che segna in musica l’inizio della “nuova fase” dell’artista; ioedio, soliloquio a due voci con Madame; e aiaiai, firmato anche da Calcutta e Dardust, intenso crescendo emotivo che racconta (in modo più semplice e poetico) il suo stato d’animo già sciorinato nelle tracce precedenti, queste ultime spesso intente a girare su sé stesse in un amalgama che suona un po’ troppo simile.
Caramè, nella sua imperfezione, restituisce un buon equilibrio di sincerità e misura, confermando le notevoli potenzialità di un’artista che deve però ancora definire pienamente la propria identità espressiva e affinare una scrittura più consapevole e coerente. Se questo rappresenta il primo passo di un nuovo cammino, è un inizio promettente. A patto, però, che gli spettri esterni — quelli dell’algoritmo, del platino a ogni costo e del sold out come unica legittimazione possibile — non tornino a turbare il suo percorso.
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