Recensioni

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Quando nel 1984 uscì Relax degli allora lanciatissimi Frankie Goes To Hollywood, la gen di allora portava la lettera X e a contraddistinguerla c’erano solo dei post. Post-contestazione, post-femminismo, post-ideologia, post-lotta armata. Una gen, quella italiana, che a destra c’aveva i paninari che ascoltavano i new romantic e a sinistra dark, metallari, punk. Gli stecccati c’erano ancora, anche belli delimitati, vedi Breakfast Club, ma su tutti e tutto regnava il cosiddetto riflusso e una diffusa disillusione, con il vuoto apertosi con la morte di ideali e rivoluzioni a venir colmato da coin-up, discoteche ed eroina. L’edonismo e l’arrivismo dei giovani di Casa Keaton, il contrasto con i genitori in Blue Geans, così come il rock In the name of love e il Gold pop sintetico di allora, non presupponevano alcun Relax, e peggio, The Day After mostrava che, con l’aggravarsi della guerra fredda, il mondo avrebbe potuto presto finire. Di fatto, i Frankie delle Two Tribes erano l’opposto del Relax, erano battaglieri, spregiudicati, provocatori ed aggressivi.

Quarant’anni dopo. Pandemie, guerre, recessioni economiche, inflazione e cambiamenti climatici fanno sembrare quegli anni come l’isola felice che non era. Di Relax neanche l’ombra, anzi i nati sotto il segno di Piazza Tienanmen e del Muro in dissolvenza come il sottoscritto e Edoardo D’Erme in arte Calcutta si son trovati a far i conti con anni di Italia berlusconiana, un periodo che ha definitivamente bloccato ascensori sociali già inceppati lasciando spazio a un diffuso nichilismo, una mancanza di redenzione, un’arrendevolezza figlia di un mondo in caduta libera.

Calcutta non è partito subito in quinta, ma quando ha intercettato tutto questo, trovando la via in una manciata di hit radiofoniche, ha cambiato le carte in tavola non solo per sé ma per tutto un comparto di musiche che hanno finito per diventare indie nell’immaginario delle masse quando indie non lo erano affatto. Era ed è pop, era cantauto-pop, qualcosa che è finita per occupare un suo posto nel Mainstream italiano accanto alla trap e all’Hip Hop, oppure qualcosa che mescolava entrambi i mondi.

Se Dario Brunori, nell’anno domini 2009, rappresentò un po’ il simbolo del nuovo cantautorato e Niccolò Contessa nel 2011 le premesse di un modo più hip di intendere i tic alternativi, la generazione dei social e dei velleitari, le sue aspirazioni e le sue contraddizioni, Edoardo D’Erme – suo malgrado – è inevitabilmente nello stesso uliveto, ma con un’origine e un’evoluzione tutta diversa. Già, perché laddove nel 2009 Dente, Brunori, Brondi avevano l’ambizione di ereditare lo scettro da referenti intellettuali di tutto rispetto (Piero CiampiEndrigo, Rino GaetanoIvan Graziani, Sergio Caputo), Calcutta (per nostra fortuna) si trova sprovvisto di tanta ambizione (a causa anche dell’età anagrafica) e opera in un territorio pop che non ha bramosia di risuonare né alto né basso, né mainstream (sic.) né indie, né fancazzista (a la Lo stato sociale), né eccessivamente paraculo (alla Tommaso Paradiso). Prova ne sono la sua collaborazione con Elisa (Se piovesse il tuo nome, 2018), i feat. con Michielin (Io non abito al mare, 2017), la cover di Del verde portata a Sanremo da Fedez nel 2021 e, per ultimo, il singolo Mare di guai, scritto per la compagna d’etichetta Ariete, in gara allo scorso Sanremo.

L’unico dubbio lecito che ci si possa porre su Calcutta è: quanto di autentico c’è in quello che fa e quanto è fatto a tavolino, per chiudere una rima a effetto? Il nuovo lavoro, Relax, fuga molti dubbi perché presenta importanti novità. L’assenza (5 anni) si era fatta pesante, vissuta in buona parte in pandemia, perché – come dice lui stesso in un pezzo – “non voglio restare più in mezzo alla gente, né in un piccolo ambiente”, ricordando che era diverso “prima dell’apocalisse, che tutto finisse ben oltre il limite”. Un suo nuovo lavoro, volenti o nolenti, cambia l’equilibrio e fa discutere. Di quel “gridare forte in situazioni melodrammatiche” non si è ancora liberato, ma Relax è costellato da un modo di cantare meno sbiascicato che, in alcuni casi, fa anche uso di falsetti (Controtempo) e registri r’n’b (Preoccuparmi). Anche gli arrangiamenti sono più elaborati: oltre al cantautore di Latina, in cabina di produzione abbiamo Myd, Giorgio Poi e Andrea Suriani. Ma la vera svolta sta nella mano di Laurent Brancowitz dei Phoenix (in Coro) e Davide Petrella (in Tutti).

E si sente. Calcutta nel 2023 è un artista che vuole cancellare il mostro che ha generato. Quello fuori (di schiere di imitatori – basti guardare una qualsiasi puntata di X-Factor per rendersene conto) e quello dentro (di una serie di vicende personali sfortunate, accennate solo in SSD). Per farlo decreta che il sonno della ragione genera mostri e, determinato ma quanto mai coi piedi di piombo, prova a liberarsene. D’altronde, qualche malizioso affermava che il motivo dello iato discografico (sebbene ci siano state collaborazioni e featuring nel mezzo) sia stato per smontare il suo stesso successo e far sgonfiare l’attenzione nei suoi confronti. Evidentemente, non si erano fatti i conti con la regola basilare del commercio discografico, secondo la quale più grande è il silenzio, più grande sarà l’aspettativa. E, in fondo, un tour sold out prima della pubblicazione del disco e la stessa promozione per Relax, fra ascolti esclusivi a Villa Medici e banner rinascimentali in centro a Milano, sembrano contravvenire alle teorie dei maliziosi.

Introdotto dalla liturgia fra Elio e il raduno degli alpini di Coro, Relax è nettamente diviso in due metà dal french touch alla Air di Intermezzo3 (chissà, una via, questa, percorribile in un futuro nemmeno troppo lontano). Il lato A è quello delle potenziali hit. Si va dalla morbidezza in odore di Alan Sorrenti di Giro con te alle chitarre funkeggianti di Controtempo, che sembra trovare un trait d’union fra Enzo Carella e RAM. Si tratta del solito, ispirato storytelling bozzettistico di poche pennellate emotive, di urla sganciate quando il testo le richiama. Come un Ron o un Lucio (D. o B,, fate voi…), con tutt’altra grafia.

Il pezzo cardine dei brani uptempo è 2minuti, il singolo che ancora non è singolo. Un ritornello destinato ad appiccicarsi come chewingum sotto le scarpe per molto tempo, che si colloca a metà fra il Cremonini più magniloquente e la ri-edizione siculo-synth-pop di Colapesce e Dimartino. Nomi che non affiorano casualmente, considerata la vena di Calcutta da grandeur vagamente Coldplay che rielabora un certo piacionismo nostalgico. Il suo altro lato della medaglia è Tutti, forse il brano più autentico, intimo e sincero di D’Erme (“Sembriamo tutti falliti”), che pur tuttavia non disdegna un non tanto velato ammiccamento ai danni dei Jova Beach Party (“Non giocare col mio cuore, che poi devasto una spiaggia
Che ci organizzo un bel festival e poi mi lavo la faccia”
). Rimane comunque un pezzo ben orchestrato, fatto della stessa pasta di Mare di guai, con un tocco Elisa-Petrella che non guasta. Occhio perché già si aggira pericolosamente su tutte le IG stories degli over 30s.

Sul lato B di Relax, troviamo un Calcutta più avventuroso. A volte in maniera convincente, come nel soul-pop di Preoccuparmi, che ha la capacità di sembrare fuori dal tempo fra una Sapore di sale di Gino Paoli e una E penso a te di Battisti. Altre volte fallendo, malgrado i buoni propositi, come nel caso di una Loneliness, che gioca a essere Lamezia-Milano di Brunori (forse sperando di citare i “divani degli altri” de i Camillas), ma pecca tanto di arguzia poetica (“Ma che ne so perché siamo tutti più soli qui al nord”/”Che ne sa della tua loneliness”) quanto di intuizioni musicali adeguate (quel solito giro di synth, fonte inesauribile dei brani di pop commerciale).

Relax, a giochi fatti, ci fa pensare alla parabola de I Cani di Niccolò Contessa (che non a caso lavorò alla supervisione artistica di Mainstream). Una parabola il cui protagonista, autore talentuoso, è un funambulo dell’hype, desiderato per le sue doti di scrittura brillante, antropologica, sociale, ma impaurito dal non sapere tenerle sempre sotto controllo. E allora, tanto Edoardo quanto Niccolò, fanno la cosa più saggia: scarnificano ancora di più, ristrutturano di continuo i loro immaginari, proiettandoli sulle loro età anagrafiche. Senza particolari pretese. Relax, con i suoi difetti, poteva essere molte cose, persino un disco imbastito di hit usaegetta che – siamo sicuri – Calcutta sarebbe capace di produrre. E invece è un disco onesto, nato dalla penna di un autore sfuggente, trovatosi a rappresentare (e contestualmente portare alto) lo stendardo di una generazione tanto spaesata quanto desiderosa di punti di riferimento. E Calcutta – maledettamente suo malgrado – ne è uno.

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