Recensioni

Prima c’è stato un momento in cui sembrava che Madame potesse essere una delle cose più interessanti spinte in ambito mainstream, con hit come Baby o Clito. Pezzi che possono legittimamente non piacere per una serie di espedienti stilistici piuttosto intransigenti: autotune a palate, questa flessione costantemente imbronciata e un po’ mangia-parole della ragazza, insomma ci siamo capiti. Dall’altra un gusto melodico innegabile, produzioni fresche e accattivanti e (extra-musica) la costruzione di un personaggio con pochi omologhi dalle nostre parti. Giovanissima, altrettanto sveglia, rispettosa della tradizione (sembra non ci si stanchi mai di sottolineare come abbia studiato a fondo De André e tutta una sfilza di nobili cantautori nostrani).
Poi però è arrivato un omonimo disco d’esordio pieno di alti e bassi, di collaborazioni apparentemente buttate lì per ingolosire l’algoritmo di Spotify tra playlist varie, e soprattutto episodi in tandem (ad esempio con Sfera Ebbasta) che davano soprattutto l’impressione di un’eccessiva fretta nel voler capitalizzare l’hype intorno a lei. Ecco però che all’ultimo Sanremo ha presentato un singolo (IL BENE NEL MALE) che si è inserito di prepotenza nel novero delle cose migliori ascoltate in questa edizione del festival (invero qualitativamente un po’ poverina). Era il primo estratto di L’Amore, secondo ambizioso disco che da subito dichiara l’intento di voler riprendere il giusto filo del discorso: nessuna collaborazione, team produttivo composto dai prezzemolini Dardust, Shablo e Chris Nolan, concept trasversale ai vari pezzi per fugar l’effetto playlist. Al di là di queste premesse, sicuramente balza all’orecchio la maggiore maturità dei pezzi e della scrittura, la voglia di spaziare un po’ dappertutto senza scadere nell’effetto “fritto misto”, in generale la bontà dell’operazione tutta.
Tema portante è l’amore in tutte le sue forme, colori e declinazioni, veicolato con una scrittura spesso anche molto sboccata («Io sono donna, sì / Ma nella scorsa vita avevo il cazzo»). Musicalmente si va parare praticamente ovunque: apre l’onirica dancehall di COME VOGLIO L’AMORE, poi la ballabilità del già detto singolo sanremese; le prime sorprese arrivano con QUANTO FORTE DI PENSAVO, pop super-classico con tinte orchestrali, con la bossa nova di NYMPHA, con l’epica ballata IL MIO NUOVO MAESTRO e la house dal ritornello mahmoodiano di LA FESTA DELLA CRUDA VERITA. Poi ci sono ballate trap più tamarre a base di synth e serpentine (SE NON PROVO DOLORE) e altre più altisonanti con piano e orchestrazioni (PER IL TUO BENE), ma anche puri divertissement electro-funk come TEKNO-POKÈ.
Tra gli apici vale sicuramente la pena di menzionare MILAGRO, praticamente chamber music, e la house orientaleggiante di ONDA. Siamo davanti a uno dei dischi mainstream dell’anno e a un felice ritrovamento di rotta che non si può non apprezzare. Vedremo se la barra resterà dritta.
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