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Da oltre un anno Angelina Mango sta vedendo lievitare le proprie quotazioni secondo modalità del tutto inusuali soprattutto per chi, volente o nolente, emerge grazie all’impatto mediatico di un talent show, nello specifico Amici.

Le ragioni dell’investimento su di lei non sono difficili da individuare: ci sono le indiscutibili doti vocali che in tempi di autotune sono merce rara e il fascino di un cognome importante, caratteristiche che hanno fatto della sua cover del compianto padre-cantautore allo scorso Festival di Sanremo un momento di grande emotività e il traino definitivo di una vittoria che a quel punto è sembrata quella della predestinata.

E c’è dell’altro. Estetica e portamento sono quelli di una girl next door capace di trasformarsi in smaliziato animale da palcoscenico, una giovane popstar che riempie lo spazio con il corpo in modo viscerale e convincente senza doversi scoprire troppo (a differenza di Elodie). Aspetti che, nel frattempo, si sono sposati a un team d’alto profilo guidato non a caso da Marta Donà, gotha del management e già responsabile del successo di Maneskin, Marco Mengoni e Francesca Michielin.

Una mano, quella de La Tarma, che pesa parecchio in questo debut album, pokè melodrama, pubblicato tre settimane dopo la partecipazione all’Eurovision Song Contest dove la cantante ha strappato la settima posizione con La Noia, brano già vincitore al Teatro Ariston.

Il disco vorrebbe presentare Angelina come cantautrice, cosa che è fin dagli esordi con l’acerbo Monolocale. Il problema è l’ingombrante presenza di altri 27 autori tra feat, songwriter e producer (tra cui si contano Michele Iorfida, Ok Giorgio, Alessandro la Cava, Andry the Hitmaker, Federica Abbate). Una scelta legittima, coerente in un 2024 in cui si firmano anche ad otto mani aforismi di due minuti, ma che inevitabilmente riconduce alle solite criticità che operazioni del genere portano con sé.

Il “poké” a cui il titolo fa riferimento direbbe dell’estrema facilità con la quale la cantante passa da un genere all’altro. In verità, le quattordici tracce ricalcano le soluzioni dei singoli precedentemente pubblicati tanto dal lato folk (Che t’o dico a fa’, La noia), quanto in quello più urban-introspettivo (vedi Fila indiana, unico pezzo firmato in solitaria), con le maggiori frizioni a verificarsi proprio quando il team tenta di mescolare le carte, come nel caso della già edita Melodrama, hit da laboratorio che stipa Mahmood e Rosalìa (reference quasi onnipresente anche nel look), Salmo e Shakira.

Angelina gioca meglio in sottrazione: in Gioielli di famiglia le contaminazioni basic ethnic lasciano spazio ad un inciso a voce spiegata (il brano è forse il migliore del lotto), più debole ma comunque funzionale Diamoci una tregua (con Bresh), un godibile episodio a forte trazione teen.

Va piuttosto male invece quando la matrice urban cerca di prendere il sopravvento come accade con i feat con Dani Faiv (Invece sì) e Villabanks (Another World), troppo anonimi per essere veri. O in Smile, dove non mancano spunti interessanti (c’è un riferimento al padre Pino, la cui figura ritorna più volte nel corso del disco).

Tra i satelliti di Che t’o dico a fa’ c’è anche il meme friendly, tra Campania e Medio Oriente, Crush (sicuramente uno dei brani che andrà bene in radio) e la dozzinale nonché meramente riempitiva Cup of tea. A sé stanti, Edmund e Lucy, pezzo pianoforte ed archi molto sentito a livello interpretativo, ed Uguale a me, (sprecato) duetto con Marco Mengoni dove le soluzioni vocali incontrano forzati virtuosismi à la Rosalìa.

Nella bowl del decantato pokè sembrano esserci gli ingredienti necessari per un album che ha sì qualche cartuccia da sparare ma che parla ancora troppo poco la lingua della sua protagonista. La personalità si percepisce, così come la si percepiva nella Francesca Michielin di 2640 (altro lavoro in cui le parole della protagonista si fondevano con l’intervento di topliner), ma molte soluzioni, ripetitive e da affinare, risultano ancora tutte in divenire.

Se Angelina deciderà di imporsi di più su co-autori e produttori qualcosa di buono potrebbe sicuramente arrivare. Più che la Rosalìa italiana dovrebbe imporsi come qualcosa che non sembri un prodotto immaginato per finalità di comunicazione e marketing.

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