Recensioni

7.5

L’ho scritto più di una volta, ma tanto vale ribadirlo: entrare nel mondo di David Bowie significa fare i conti con biforcazioni continue, botole che si schiudono improvvise, sovrapposizioni di stati, mutazioni progressive e repentine, scenari enigmatici intrisi di rimandi e metafore, e via discorrendo. Insomma, un meandro, un vortice, una deriva. Che oltretutto prevede diversi punti di accesso: quello che concerne la musica, certo, ma anche quello della moda, della grafica, del cinema, del teatro, della fotografia, dell’utilizzo sovente avanguardistico dei media, senza scordare quanto nel suo imprevedibile percorso Bowie abbia toccato e surriscaldato temi prettamente sociali, a partire da quello delle discriminazioni di genere e su base razziale, con qualche rara ma significativa puntata nell’agone geopolitico (I’m Afraid Of Americans, ricordate?). 

Ho lasciato fuori di proposito uno degli aspetti che viene di norma un po’ trascurato, vale a dire quello relativo ai testi delle canzoni, che certo hanno contribuito significativamente al successo (e in qualche caso all’approdo a uno status mitologico) di molte sue canzoni, e che in ragione di ciò hanno visto la critica impegnarsi in un lavoro di interpretazione e inquadramento nei contesti opportuni (imprescindibile in tal senso il lavoro enciclopedico di Nicholas Pegg, così come il recente Il book club di David Bowie curato da John O’Connell, mentre dalle nostre parti va ricordato almeno il puntuale volume Fantastic Voyage di Francesco Donadio). Tuttavia, e tornando all’assunto iniziale, resta la sensazione che per quanto concerne i testi siano ancora molti i rami da risalire e le radici da esplorare, lasciati indietro forse e appunto per l’abbondanza di spunti che l’ex-Ziggy Stardust ha disseminato lungo la carriera, abbagliando con praticamente ogni sua sfaccettatura.

Alessio Barettini, torinese classe 1976, è insegnante di italiano e storia in un liceo del capoluogo sabaudo. Oltre a questo è (e fa) un sacco di altre cose: appassionato di musica, musicista, scrittore, blogger e così via. Oltre a questo è, cosa ve lo dico a fare, un bowieano di ferro. Col qui presente Inventario letterario del mondo di David Bowie si è incaricato di una missione ardua, ai limiti dell’impossibile: individuare nei testi delle canzoni di Bowie le fonti, i riferimenti, le influenze, le allusioni, le connessioni comprovate e plausibili col mondo della letteratura, quest’ultimo un “pianeta” su cui l’alieno di Brixton era solito cadere, come del resto egli stesso ha avuto più volte occasione di dichiarare.

Definire Bowie un lettore forte è ovviamente riduttivo: più realisticamente, coltivava il sacro fuoco della lettura ossessiva, coerente in ciò con la filosofia del “ch-ch-changes”, quella proliferazione di identità che fa scopa con la celebre dichiarazione di Umberto Eco: “la nostra ricchezza rispetto all’analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissuto moltissime”. 

Ed ecco quindi che l’analisi dei testi compiuto da Barettini, disco dopo disco, suggerisce una vera e propria parabola, un percorso di disvelamento e ripiegamento, che dalle primissime composizioni allineate al mistero buffo del vaudeville impollinato di bizzarrie acidule finì presto per tuffarsi nel pelago del misticismo (Crowley, Yeats), con tendenza a sciamare – come ben sappiamo – in territorio fantascientifico (Clarke, Heinlein, Bradbury, Tevis, Orwell…), senza tuttavia scordare la lezione della poesia romantica (Keats) e modernista (T.S. Eliot), oltre che di quel vorticismo che nel secondo decennio del Novecento indicò una peculiare via avanguardista alla scrittura poetica (soprattutto con la rivista BLAST).

Barettini compie ricognizioni puntuali, prendendo a riferimento la “mappa” lasciata in eredità dallo stesso Bowie, ovvero la celebre lista dei suoi 100 libri preferiti pubblicata su Facebook nell’ottobre del 2013. Tuttavia, e ovviamente, va oltre. Nel senso che non si limita a inventariare – appunto – impronte e indizi delle molte e variegate influenze nei testi, ma tenta di far emergere una prassi, mantenendo una stretta correlazione con le vicende biografiche e le fasi musicali attraversate, che come sappiamo sono state molte e sorprendenti.

Se già i primi tre album avevano coinciso con altrettante svolte stilistiche (dal vaudeville all’hard-rock/proto-glam passando dal folk psichedelico), la chiave di volta discografica di Hunky Dory, con la sua straordinaria versatilità stilistica, suggeriva l’approdo a un livello superiore, il cui obiettivo era la sintesi del ribollire di molteplici influenze, non solo musicali. Scrive Barettini: “(…) l’idea del cambiamento non viene dal nulla, bensì dalla lenta mescolanza di tanti ingredienti, dalla curiosità, dalla scoperta e dalla voglia di usare idee diverse, anche lontane fra loro, come punti di partenza tutti ugualmente importanti”. 

Da quel punto in poi la quantità di riferimenti – da quelli identificabili a quelli probabili fino agli ipotetici – si fa vertiginosa. Di conseguenza, il lavoro di Barettini diventa un tour de force ricco tanto di conferme quanto di sorprese. Abbozzare qui un elenco degli “incontri” – Anthony Burgess in Suffragette City, John Dos Passos in Young Americans, John Milton in Station To Station, Christopher Isherwood in tutto Low, Albert Camus in Sound And Visions, Virginia Woolf e Sylvia Plath in Fantastic Voyage, Yukio Mishima in African Night Flight, Saffo in Scary Monsters, William Blake in 1.Outside, Shakespeare in The Next Day, Omero e Sofocle in Blackstar… – non renderebbe giustizia a un volume che intende semmai ribadire quanto il rock ai suoi livelli più alti, ed è il caso di David Bowie, non possa che tendere alla sintesi, farsi trama proteiforme dalle origini disparate, esito che fa vacillare steccati e categorie, restituendo ai confini la loro intrinseca e naturale porosità. 

Insomma: il rock è un varco, oppure non è rock. Nel caso specifico, Bowie ha colto sempre – in misura minore negli anni Ottanta, ma era in buona compagnia – la possibilità di disattendere le aspettative e spostare il baricentro espressivo in una zona sorprendente, dove ricerca, avventura, curiosità e mistero hanno intriso canzoni di per sé anche accattivanti, quasi sempre affascinanti. E non avrebbe potuto farlo se non a partire da un processo di elaborazione intellettuale ed emotiva che faceva perno sulla magnifica ossessione per la lettura.       

Come chiosa efficacemente Barettini: “Il suo motore è un soggetto teorico, il suo soggetto è spesso un’idea. E l’idea può riguardare tutti”. 

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