Recensioni

8.0

Nell’era del trionfo dell’immagine digitale è raro avere la possibilità di scrivere la parola “fine” agli scatti fotografici di uno dei più grandi professionisti degli anni ‘60-‘70, almeno per quanto riguarda la pubblicazione su carta stampata, e l’artista che forse ha più posato davanti all’obiettivo. È però questa l’ambizione del volume Bowie By O’Neill – The Definitive Collection.

Da quando il cantante britannico è scomparso, nel gennaio 2016, Terry O’Neill ha dato alle stampe due libri fotografici a lui interamente dedicati: Bowie By O’Neill (2016) e When Ziggy Played The Marquee (2017). Il primo puntava ad un target di fan decisamente alto, con un progetto grafico sopraffino da parte dello studio inglese Red Engine più una realizzazione cartacea lussuosa e di grande eccellenza tutta made in Italy (Erre Stampa con Legatoria Bergamasca), anche grazie alla particolarissima copertina di resina bianca in bassorilievo realizzata con la tecnica della termoformatura. La prima edizione autografata e comprensiva di due litografie era in vendita a 1.500 sterline, mentre le successive si assestavano ad un (ancora impegnativo) terzo della cifra. Il secondo volume invece economizzava i materiali di produzione ma regalava un importante documento dalla carriera di David Bowie: gli ultimi sussurri live di Ziggy Stardust sul palco del Marquee per il 1980 Floor Show, anche se l’alieno era ufficialmente e platealmente spirato tre mesi prima, di fronte al pubblico dell’Hammersmith Odeon.

Paradossalmente, è proprio con questa esibizione post-mortem di Ziggy che inizia la feconda collaborazione tra Bowie e O’Neill. Quest’ultimo, 10 anni prima, aveva cominciato a immortalare con la propria macchina fotografica alcune band emergenti come Beatles e Rolling Stones, arrivando a documentare magistralmente gli Swinging Sixties e poi gli eccessivi Seventies. Le sue superbe immagini – spesso attraverso un elegantissimo bianco e nero – fissano su pellicola un numero incredibile di musicisti, attori e modelle (ma anche sportivi, politici e importanti personaggi dell’attualità). Negli ultimi anni la sua exhibition titolata ICONS è stata allestita in alcune città del nostro paese: Roma, Volterra, Verona e infine Bologna, dove l’allestimento ha chiuso poche settimane fa con circa 60 iconiche istantanee a Elton John, Rod Stewart, Paul Newman, Sean Connery, Audrey Hepburn, Bruce Springsteen, Frank Sinatra, Bono Vox, Amy Winehouse… Nonché una particolare sezione dedicata proprio a David Bowie, ma quello è solo un assaggio delle undici session fotografiche contenute nel volume che qui recensiamo.

Bowie è stato senz’altro il rocker che più ha utilizzato la propria immagine in modo originale, eccessivo e fortemente artistico. Per coprire le sue improvvise sterzate musicali, tutti i numerosissimi personaggi che hanno popolato i suoi album e tour degli anni ‘70 dovremmo citare almeno una mezza dozzina di altri fotografi. Tuttavia O’Neill riuscì a ricoprire alcuni fondamentali tasselli di quello che è un complesso mosaico. Alcune foto sono assolutamente imprescindibili per i fan del più eclettico musicista che la storia del rock abbia mai conosciuto. Per questa pubblicazione viene riproposta la grafica del primo costoso volume sopracitato, ma abbattendo i costi fino ad alcune decine di sterline. Quindi un must da possedere in qualsiasi collezione che si rispetti (disponibile anche in e-book). Oltre 500 foto che vanno dall’ultimo Ziggy Stardust, passando per i celeberrimi scatti con il segugio per i Cani di Diamante, la sbandata American-soul e il sottile White Duke. Tra essi, O’Neill documenta anche i prestigiosi incontri professionali di David con Elizabeth Taylor e William Burroughs, ma anche l’esperienza cinematografica di The Man Who Fell To Earth.

Si tratta di una raccolta di immagini pressoché completa ed esaustiva del suo archivio, che aggiunge anche dei contact sheet completamente inediti (purtroppo alcuni negativi sono andati irrimediabilmente persi) e una lunga e appassionata prefazione dell’autore, nella quale rivela che l’unica volta nella quale non si trovò faccia a faccia con un alter-ego di Bowie fu per l’ultima loro collaborazione, nel 1992. In quell’incontro, gli anni ‘70 erano ormai lontani e la carriera di Bowie sembrava sull’orlo di un inesorabile baratro artistico. Invece, già dall’anno successivo, avrebbe lentamente ricominciato a stupire: nuovi personaggi, innovativi esperimenti musicali e tanta classe, fino all’apoteosi della Stella Nera.

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